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Tullio Kezich, noto critico cinematografico del Corsera, si inserisce nel dibattito innescato da Galli della Loggia e rilanciato da Paolo Mereghetti prima, e Aurelio Lepre poi
Ma a Hollywood comanda il mercato
«Narrate, uomini, la vostra storia». Cinematograficamente, secondo Ernesto Galli della Loggia, l’invito espresso nel suggestivo titolo di Alberto Savinio sarebbe oggi raccolto soltanto da Hollywood. La tesi non manca di fondamento, però a un’ipotesi tanto intrigante vorrei opporre un po’ di pragmatismo. Quando si collocano sotto un’unica insegna film come Troy (Wolfgang Petersen), Alexander (Oliver Stone), Il gladiatore e Le crociate (Ridley Scott) e magari anche The Passion (Mel Gibson), c’è il rischio di ipotizzare che dietro la tendenza storica o metastorica del cinema Usa ci sia un Goebbels redivivo (in versione democratica, per carità) impegnato a prescrivere temi e fissare direttive. Mentre la logica delle scelte di produzione è quella del profitto e basta: in questo momento ha una buona risposta al botteghino un certo genere di film e allora si fanno quelli. E poi, di che americani parliamo? Fra gli autori chiamati in causa sono nati in Usa solo Stone e Gibson, che però è cresciuto in Australia; degli altri, Petersen è tedesco e Scott inglese. E di che Hollywood parliamo? Troy è stato girato a Londra, Malta e Messico; Alexander in Marocco, Thailandia e Regno Unito; Il gladiatore in Marocco, Inghilterra, Malta e solo in parte in California; Le crociate in Marocco e Spagna; The Passion a Matera. Tanto per dire che queste produzioni, reggendosi in equilibrio precario su ammucchiate multinazionali sotto l’egida del dollaro, non sono concepite né realizzate nella cornice degli Studios come ai tempi di De Mille. Sono idee arrivate da fuori e realizzate fuori. Per alcuni titoli, anzi, la copertura a stelle e strisce è stata raggiunta attraverso difficoltà enormi, vedi il film su Cristo rifiutato dalle majors che poi Gibson, con audace mossa vincente, si è prodotto da sé.
È difficile insomma rilevare nella tendenza storica una matrice prettamente yankee; ed è perciò difficile condividere l’opinione di Galli della Loggia che questi film siano «l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana» alla ricerca di una superidentità occidentale da evidenziare e proteggere. Tanto più che al traguardo del botteghino alcuni titoli negli States sono affondati nell’indifferenza delle masse e da noi hanno trionfato. Tipico il caso di Le crociate , che ha rastrellato domestically la miseria di 46 milioni di dollari e nel resto del mondo è arrivato a 156. Non è dunque per disinteresse al passato che l’Europa non produce più kolossal, come ai tempi del Napoleone di Gance e di Scipione l’Africano , di Ivan il Terribile di Ejz
enstejn e di Waterloo di De Laurentiis, ma perché i costi di simili imprese sono diventati irraggiungibili. Se vogliamo vedere film di questa taglia, noi continentali li dobbiamo comperare con il marchio made in Usa; e gli americani non li fanno per loro, ma per venderli oltremare.
Espressi i dubbi sulla consistenza di un filone autenticamente americano del cinema ispirato alla storia, va segnalata invece un’altra tendenza, davvero americanissima questa, che riguarda il tentativo di edificare una nuova mitologia. L’esempio più clamoroso è Star Wars , che in quasi trent’anni, attraverso sei capitoli, ha fabbricato con residuati provenienti dal sottobosco della fantascienza una saga del futuro (o del trapassato remoto?) sostitutiva dei poemi omerici, della Chanson de Roland , dei Nibelunghi e dei romanzi del Ciclo Bretone. L’esempio più recente è Batman Begins . Qui c’è davvero il tentativo di riciclare e pantografare l’arte povera dei comics fino a farle assumere dimensioni imponenti e significati universali. Su questa strada sono in arrivo l’ennesimo King Kong e numerosi altri progetti di monumentalizzazione dell’effimero. Il motto potrebbe essere, parafrasando Savinio: «Narrate, uomini, la vostra leggenda».

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