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Continua la discussione aperta da Ernesto Galli della Loggia sull’importanza dei grandi film storici americani con l'inter
vento di Aurelio Lepre
Ma i sogni dell’Occidente non si possono fermare a Hollywood
La discussione aperta da Ernesto Galli della Loggia è di grande interesse e rilievo: da tempo ormai gli storici, senza nessuna pretesa di esprimere giudizi sulla loro validità artistica, considerano i film, anche di «fiction», come veri e propri documenti del tempo in cui sono stati prodotti. E non c’è dubbio che, nel loro complesso, le singole cinematografie danno una significativa immagine delle società nazionali. Concordo anche sul forte valore periodizzante dell’11 settembre 2001. In passato Hollywood, nella sua funzione pedagogica, cercava di offrire all’intero Occidente modelli di democrazia e di vita quotidiana da imitare (i due aspetti sono riscontrabili anche in molti film sulla seconda guerra mondiale); dopo l’attacco terroristico sembra stia tentando di proporre qualcosa di più: un’interpretazione dell’intera cultura occidentale, compresa quella epica. Data la libertà di cui godono i registi americani, non si tratta certo di un’interpretazione univoca, ma proprio le differenze mostrano la capacità di Hollywood di narrare l’Occidente in tutti i suoi aspetti, anche conflittuali. Vorrei ricordare che, grazie alle loro straordinarie capacità di racconto «nazionalpopolare» (peccato che proprio Gramsci, ancora troppo legato alla cultura letteraria del suo tempo, non abbia capito le potenzialità del cinema in questo campo), pure dopo Pearl Harbor i registi americani svolsero un’importante funzione pedagogica. E l’assolsero durante la guerra proponendo le ragioni degli Alleati e, nei decenni successivi, mostrando che Hollywood era, già allora, come ha scritto Galli della Loggia, «la depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta». Perché quasi tutti gli europei, compresi i tedeschi e gli italiani, si convinsero che erano stati sempre, fin dal 1939, a fianco dei «buoni» e contro i «cattivi». Questa consolatoria illusione, c
riticabilissima sul piano storico, ma molto efficace su quello politico, giovò grandemente alla nascita dell’Europa democratica del dopoguerra. Che aveva molte colpe da far dimenticare e anche per questo trovò difficile raccontare la sua storia.
Senza dubbio il passato pesa anche sulla possibilità della cinematografia europea di produrre oggi grandi film storici. Per gli americani è più facile assumere, più o meno a ragione, avvenimenti o figure dei secoli e dei millenni precedenti come tipici della civiltà occidentale, senza sottilizzare troppo. Ma il pubblico europeo stenterebbe ad accettare come proprie vicende che, quasi sempre, vedevano scontrarsi i loro antenati. A celebrarle, c’è il rischio di mettere in pericolo anche l’identità che si sta faticosamente formando.
Ma non è comunque questo il punto principale, che a me pare invece la diffusa incapacità a prendere atto in Europa di ciò che sta cambiando nel mondo, a causa del riemergere delle «civiltà» (l’islamica, la cinese, la russa, l’indiana), con economie talvolta simili a quella europea, ma con culture profondamente diverse. È una sfida alla quale soltanto gli Stati Uniti in questo momento sembrano attrezzati a fare fronte e ciò consente loro di presentarsi come gli eredi anche delle civiltà nate o affermatesi in Europa, dalla greca alla romana, dall’ellenistica alla cristiana. E - per tornare al cinema - di diffondere questa connotazione non tra i critici o gli intellettuali, che possono anche ironizzare su certe ingenuità o su grossolani errori, ma nel vastissimo pubblico che riempie le sale cinematografiche e che, in definitiva, ne rappresenta il destinatario che veramente conterà.

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