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mercoledì, 22 giugno 2005
Cinema e Storia-dibattito (1)

Pubblico le riflessioni del professor Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera di martedì 21 giugno

E adesso la storia dell’Europa viene scritta solo a Hollywood

I film americani rivendicano con orgoglio l’antica eredità dell’Occidente mentre il Vecchio Continente non sa più neppure se possiede un’identità

Ernesto Galli della Loggia
Da poche settimane, le Crociate. Immediatamente prima Troia, Alessandro e il Gladiatore. Come tutti sanno, sono i titoli di altrettanti film apparsi negli ultimi anni: l’ordine in cui li ho citati non è quello della loro uscita effettiva, bensì quello cronologico degli eventi in essi narrati, il che serve a dare un’idea dell’ampiezza dell’arco storico coperto. Si va dal paradigma omerico di tutte le guerre alla dimensione dell’impero, a quella dello scontro tra grandi civiltà (le crociate, appunto) passando per la luminosa figura del giovane capo vittorioso, figlio dell’Ellade, Alessandro, cui toccò in sorte di unire simbolicamente sotto il suo genio l’Asia e l’Europa.

Come si vede, ciò a cui ci troviamo davanti è né più né meno che il primo tratto degli snodi fondamentali di quello che potremmo chiamare il canone occidentale. La narrazione, cioè, degli eventi, dei personaggi e delle situazioni chiave che hanno definito l’identità storico-culturale di questa parte del mondo. Naturalmente di film sull’anticaRomao sulla cavalleria medioevale ne sono stati sempre fatti, la novità sta nella rapida successione con la quale questi film di cui sto parlando sono usciti e nel fatto che raccontano sì storie, ma fin dal titolo ambiscono a prendere (e prendono effettivamente) di petto gli archetipi codificati della memoria storica dell’Occidente.
Credo che non sia affatto un caso che questi film siano tutti di produzione americana. Essi, infatti, sono l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana, dell’immagine di sé degli Usa e che modellano il ruolo anche culturale dell’America in rapporto al resto del mondo. Ciò che si muove è soprattutto l’idea che nella nuova temperie storica apertasi l’11 settembre—ma i cui segni premonitori si addensavano già da tempo—gli Usa sono qualche cosa di assai più grande di una sia pur gigantesca superpotenza. Sono i campioni di un’intera civiltà. Come già avvenne nel 1945, quando dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’impressione che l’opinione pubblica americana percepisce è non solo che si tratta di una sfida mortale, ma che essa proviene da un totalmeLe crociatente «altro», intrinsecamente ostile; ed è ciò che, proprio come allora, provoca nell’animo americano una sorta di autorappresentazione superidentitaria, in cui vocazione nazionale e universalismo si intrecciano strettamente. L’Occidente è per l’appunto questa superidentità, puntualmente riscoperta e riproposta. Ed è la condizione degli Stati Uniti come Impero d’Occidente e dunque come eredi attuali in prima persona di un’intera lunghissima parabola storico- culturale, che i film come Il gladiatore, Alexander o Le crociate più o meno apertamente rivendicano e illustrano.
Certo, l’analogia tra l’America attuale e una o l’altra delle vicende narrate non è esplicita,mabasta e avanza, mi pare, il fatto che quelle vicende con tutta la loro ovvia carica identitaria, percepibilissima da qualunque spettatore dell’emisfero Nord del pianeta, tornino oggi a circolare per iniziativa di quel massimo organo della cultura americana che è Hollywood, e dunque con la sua inconfondibile «aura», con il plot, le tipizzazioni umane, i modi emotivi, che da sempre sono nel tipico registro di quella grande macchina ideativo-produttiva.
Con in più qualcosa d’altro, assolutamente decisivo: l’afflato etico, la proposizione, per così dire, dell’esemplarietà morale della trama e dei personaggi, l’intento consapevolmente pedagogico tipico di ogni autentica prospettiva nazionalpopolare, com’è appunto quella di Hollywood. Non per nulla al centro della produzione cinematografica americana post 11 settembre c’è un film come The Passion di Mel Gibson. In The Passion la riproposizione del canone occidentale tocca un apice, vuoi per l’ovvio carattere fondante di quel canone medesimo che ha la narrazione cristiana, ma vuoi anche perché ne illustra il valore ultimo, che non può che essere un valore religioso. Tra l’altro il cristianesimo gibsoniano, intriso di fisicità e di dolore, tutto ridotto quasi al sanguinoso sacrificio di sé del Dio-uomo e al martirio inflittogli dai suoi carnefici, si presta bene a essere sentito come il più congruo ai tempi di ferro verso i quali forse siamo avviati. Non solo: di certo è anche quello che meglio è in grado di rappresentare una linea divisoria netta tra «noi e loro», tra i cristiani e gli altri.
Dopo l’11 settembre, insomma, gli Usa avvertono il bisogno e si assumono il compito di raccontare l’identità occidentale, di percorrerne le tappe con ovvio orgoglio identitario. C’è bisogno di aggiungere che si tratta di un’identità democratica, attenta agli obblighi del politicamente corretto? No, naturalmente: si pensi per esempio a certe ridicolaggini «multiculturali» delle Crociate, ovvero alla trattazione del tema omosessuale in Alexander o a certe autocensure presenti pure in Gibson.
La portata ideologico-culturale dell’impresa si manifesta in pieno se si pensa alla situazione che c’è da quest’altra parte dell’Atlantico. Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film «in costume», ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione «forte»? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo La meglio gioventù), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatioAlexander, insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo, gli unici usi possibili del passato.
In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva, da grande ispirazione identitaria. È decisivo, naturalmente, il fatto di non avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa e che ne hanno determinato la sconfitta epocale riassunta simbolicamente nelle due date del 1945 e del 1989.Adifferenza dell’Europa, l’immagine positiva della storia americana significa, invece, la possibilità di una lettura altrettanto positiva dell’intero, lungo processo che ha portato fino all’oggi: lettura che si estende all’intero percorso storico dell’Occidente, con relativa appropriazione- identificazione nel medesimo.
È precisamente ciò che consente agli Usa di fare i film storici di cui si sta dicendo, perché è precisamente l’insieme della positività e della possibile appropriazione- identificazione che ne consegue, è questo insieme dei due fatti che consente di esperire adeguatamente il registro epico, connaturato a quei film stessi e che a sua volta produce nuova costruzione di identità.
Hollywood si riconferma così ciò che essa è da oltre mezzo secolo: la sola, incontrastata, depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta. Non solo per ciò che riguarda il presente, ma pure per il passato: anzi, si direbbe, sempre di più proprio per quel che riguarda il passato. Anche in questo ambito, infatti, l’Europa, la sua anima, la sua cultura e la sua arte, non sembrano capaci di dire più nulla. Mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo, essa non sa neppure se possiede o no un’identità, e semmai quale sia, né di conseguenza sa più cosa fare del proprio passato. Se proprio vuole averne un’idea, non le resta che andare al cinema a vedere un film americano.

Pubblicato da: Xanadu |alle 14:31 | link | commenti (9) |
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Commenti
#1   22 Giugno 2005 - 17:23
 
francamente non ho avuto la forza fisica di leggermi tutto il post (mi sono fermato dopo 2 righe..forse è per questo che non scrivo nulla?).Però Galli della Loggia è stato uno dei miei prof a scienze politiche (a Perugia)ma non ha potuto far nulla contro la mia incontrollabile passione per il cinema..alla fine preferivo vedermi film a valanga piuttosto che studiare.Sigh!
utente anonimo

#2   22 Giugno 2005 - 17:26
 
pensa che io volevo venire a studiare a Perugia per Galli (meno male che non l'ho fatto, è passato a Filosofia)
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#3   22 Giugno 2005 - 18:49
 
Già..ma questa tesi che Della Loggia enuncia cosi' bene non è nuova.
Già ai tempi di Kennedy gli americani si consideravano come gli antichi romani e cioè gente capace di portare nel mondo civiltà, pace che regge sulle armi e cultura e sviluppo..si pensi alle grandi strade tracciate dai romani e alle loro leggi che tuttora sono la base giuridica di ogni codice civile e penale al mondo.In effetti si tratta della famosa Camelot di kennediana memoria con Kissinger come ambasciatore e come romanziere Taylor..Consiglio di leggere il suo Cicerone..storia romanzata na non troppo di tutta la vita di Cicerone e del su contrasto..odio.amore con il dittatore Cesare.
Pensare in grande , avere una visione propositiva e non distruttiva, anche critica( basta pensare all'Alexander di Stone) è cosa peculiare del cinema "epico" di Hollywood mentre la spocchiosa e snob Europa si rifugia nelle solite storie che descrivono spesso un microcosmo micragnoso e malato..fobico..
Poi ci si meraviglia pure del fatto che certi film non incassano..il male di vivere, il ripiegarsi su stessi stessi egocentricamente senza pensare in grande sono cose che alla lunga non si sopportano specie in un'Europa senza ideali e che ha perso il suo ruolo di fulcro della civiltà..
Ovvio che si puo' e si deve non essere d'accordo ma intanto credo che certi fatti diano da pensare..
utente anonimo

#4   22 Giugno 2005 - 18:56
 
su Alexander ci sarebbe da parlare. Galli però enuncia una tesi che va soppesata. Di certo non la si può liquidare in due parole.
Il problema non è tanto il peso dell'iniziativa d'oltreoceano. E' la mancanza di bilanciamento nella produzione europea.
L'incipit di "una lunga domenica di passioni" (seppur "viziato", anche se in modesta parte, dai cordoni di mamma Warner) offre uno scorcio del potenziale ampio respiro che potrebbero assumere molte avventure cinematografiche del vecchio continente.
Se solo ci fosse un pò più di coraggio
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#5   23 Giugno 2005 - 09:01
 
esatto, ma certa gente non ci arriva e liquida tutto prendendo lucciole per lanterne anche con grande prosopoea.Partendo da questo non ti sembra di notare che lo snobbismo del cosiddetto cinema Europeo sia ormai giunto a livelli di guardia?.Voglio dire che in questa fase autori e critici "pro Europa" si sentono gli unici in grado di produrre e valutare, rispettivamente, se un film è grande o meno, disprezzando come infantile, brutto e diseducativo il cinema americano che produce Kolossal..Intanto la gente li va a vedere e non mi si dica che si tratta solo di pubblicità a tappeto.La gente ama questi filmoni in cui c'è lotta tra bene e male, con l'eroe buono e tutto di un pezzo , eticamente corretto in cui identificarsi in una catarsi a tutto tondo.
I critici e le elites no..Come dire è sempre il solito abisso che separa il paese reale da quello che vedono i miopi da -12 diottrie dei critici alla page.E non mi riferisco a Mereghetti..sia chiaro.
Chiedo da quanto tempo un film europeo è nelle classifiche dei più visti?E questo è solo perchè la massa è ignorante e ragiona non con il cervello ma con la pancia?
Se non erro Avati ha fatto un film sulle Crociate ma fu un flop e allora vediamo di capirne i motivi..
Ah per inciso anche Batman begins potrebbe rientrare a pieno titolo in questa discussione: c'è una setta che vuole distruggere la città del peccato e del malaffare, ma un eroe piagato e solitario si oppone con mezzi potenti, ingegno e fantasia..come la mettiamo?
vediamo la risposta del botteghino ..
utente anonimo

#6   23 Giugno 2005 - 18:20
 
sorry, ma chi sei?
Cmq interessante quel che dici
sul forum di www.pigrecoemme.com s'è innescato un dibattito irreale.
A breve magari intervengo anch'io per dire qualcosina, appena ho un momento libero
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#7   23 Giugno 2005 - 20:05
 
chi sono?ehhhhhhhhh sono eowyn...-)))
utente anonimo

#8   18 Dicembre 2005 - 11:36
 
Ma anche l'"oriente" viene riscritto (malele, malissimo) ad Hollywood... Vedi il recentissimo "Memorie di una geisha" di Rob Mashall.
Ciao Pietruzzo, al volo che ho appena dato una rapida scorsa. Ma mi riprometto di leggere tutto.
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#9   03 Febbraio 2006 - 12:44
 
Grandioso!!! Avevo saputo di questa polemica, ma non l'avevo mai letta!

Ora mi sto stampando tutto! Grazie davvero per il tuo lavoro di raccolta dati e pubblicazione!

Yours

M.
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