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Alessio Guzzano: Si di
ce che sullo schermo nulla risulti più noioso del sesso. C’è invece una pantomima assai più tediosa da seguire: quella degli attori che si compiacciono di si stessi in script su cui si lavora di pialla e di belletto per metterli al servizio della passerella hollywoodiana auto-referenziale. Sono i film in cui ogni membro del cast, finite le allegre riprese, dichiara di essersi divertito come un matto. La ricetta prevede una macedonia di facce ultranote (qui: Travolta, Thurman, Vaughn, DeVito, Keitel) che – nella trama – si cimentano in una galleria di ruoli che ammiccano al proprio personaggio fuori di essa. Titoli di coda in cui si confondono interpreti e produttori. Luoghi e situazioni della Los Angeles più in (oggi cool, da cui il titolo) percorsi con l’aria di chi la sa lunga nel fare la sgrammaticata parodia di se stesso credendola divertente. Il tutto fotografato con stile finto noir e musicato con il criterio accalappia pubblico di cui sopra (qui: vecchie glorie come Steven Taylor gomito a gomito con un paio di idoli dei teen-ager).
La storia, seguito del già sopravvalutato Get Shorty, è quella dell’ex gangster che si risciacqua il curriculum esportando gli antichi metodi nel mondo del cinema e della musica californiani. Il regista di The italian Job ci fa sapere di aver voluto fare <una versione hip hop della Dolce vita>. Ma rivedendo Uma Thurman e John Travolta ballare sexy, ascoltando monologhi seriosi uscire dalla bocca di improbabili colossi, la sensazione è che dal suo film trapeli solo una gran voglia di ricalcare Tarantino. Senza averne il passo. Né la partitura.
Così Alessio Guzzano ( www.alessioguzzano.com) affronta e smonta il recente Be cool, di Gary Gray. Sinceramente non me la sentirei di liquidare un prodotto del genere come atto di puro manierismo cinematografico. La sostanza, al di là dell'attenzione auto-vouyeristica che il mondo di Hollywood e dintorni ultimamente prova per se stesso, è ben presente in un film che stravolge in modo preciso e sistematico topos e canoni naturali di un certo modo di fare cinema reinserendoli in una cornice perfettamente ordinaria e omologata. Un'attenzione al divertimento, all'autoironia, che va al di là del semplice autocompiacimento. Si, troviamo un ritorno piuttosto sdolcinato del momento del ballo Thurman-Travolta, troviamo atteggiamenti tipicamente yankee nel risolvere il climax cinematografico, ma troviamo anche e soprattutto una seriamente gioiosa voglia di prendersi in giro, non discostandosi nè rendendo grotteschi i "tipi" cinematografici che si vogliono mettere alla berlina (pensiamo ad un The Rock splendidamente e omosessualmente gigolò, o alla ridicola macchina, laddove l'automobile è paradigma del potere, su cui gira Travolta per le vie di Los Angeles).
In giro per la rete, risponde, in modo assai circostanziato e circostanziale, Mattia Matteucci, su PickPocket (www.pickpocket.it)
Mattia Matteucci: Ironia. Anzi, autoironia. E pure selvaggia, scriteriata, incessante. Sta qui la cifra di Be Cool. Qui, nel continuo ripiegarsi convulso del film su se stesso, in una forma cinematografica che si avvale del riciclo e del citazionismo metalinguistico, del riutilizzo di attori e personaggi, di figure che rubano alla vita, che
mischiano la realtà con la finzione, che vengono offerte e slittano continuamente nella celebrazione di un cinema che forse non è più solo cinema e che sfonda sulla commistione più sconsiderata. Be Cool è molto più sofisticato di quanto si possa credere e di quanto verrà creduto. Si prende un po’ di tempo prima di partire, ma lentamente, mettendo in gioco tutto quello che il film comprende – disvelando quindi i personaggi, la loro diretta provenienza da un reale, il loro stretto rapporto con una finzione filmica cucitagli appositamente addosso – Be Cool inizia ad esplodere in tutte le direzioni. E Gray questa esplosione la sa direzionare, guidare e usare con intelligenza.
Una delle cose più interessanti di Be Cool ci pare essere proprio la congiunzione degli eventi biografici con la finzione filmica. Abbiamo un rapper che scimmiotta se stesso, una cantante che sta emergendo nel panorama musicale che interpreta una cantante che vorrebbe emergere nel mondo della musica, un regista (Gray) che ha da sempre lavorato nel mondo dei videoclip che fa in finale di film un videoclip (tra l’altro anche ironicamente premiato agli Mtv Music Awards ), The Rock attore macho di un certo piatto, ma serio, cinema d’azione che si trasforma in guardia del corpo gay e rammollita, Travolta e la Thurman, che si erano lasciati in Pulp Fiction, tornare a ballare assieme (e non a caso) e finalmente baciarsi con 11 anni di ritardo. E poi ancora Steven Tyler e gli Aerosmith, i Black Eye Peas.
Citazioni cinematografiche e metacinematografiche (si pensi a quel gioiello che è Il negoziatore, dove il vero protagonista è il Cinema al lavoro…), personaggi che interpretano loro stessi, che re-interpretano personaggi già interpretati (John Travolta-Chill Palmer è al centro del triangolo Tony Manero, Vic Vega, James Bond) il tutto restituito da una regia volutamente giocata sui movimenti avvolgenti e a sè stanti, ridondanti, continui e ripetuti appartenenti ad una pratica opaca e frontalizzata, che spesso gioca con l’improvvisazione degli attori e della messa in scena (la sequenza girata alla stadio di basket) e che affoga all’interno della solita e solida costruzione narrativa ad incastro alla Elmore Leonard.
Dopo aver osteggiato per tanto tempo quella forma stilistica di mezzo giocata tra le componenti significanti del video musicale e quelle significative del cinema, ora che i film hanno inevitabilmente (come è inevitabile l’evoluzione in un determinato ambiente) assunto una forma spudorata, seppure con ironia e coscienza, è indispensabile ammettere di essere entrati in una nuova dimensione culturale del cinema. Un cinema dove la struttura viene messa in gioco e mostrata, portata in superficie spudoratamente senza nessuno tentativo vel
leitario di tenerla nascosta. Lo dimostra l’inizio fulminante, in quella fase ancora incerta delle percezione filmica, in cui non si è in grado di stabilire ancora dove il film si muoverà. La sequenza iniziale si apre con una serie di inquadrature ripetute su un’automobile in movimento. Pare di trovarsi di fronte ad una pubblicità, ancora una volta di fronte al cinema di segno, frontale e opaco. Eppure in questa scelta, che per tutto il film verrà ripetuta in forme disparate, sono presenti tutte le caratteristiche del cinema di Gray e soprattutto risiede la necessità di mostrarsi con onestà, senza subordinazione.
Be Cool è un film capace di giocare psicologicamente con tutti i nuovi paradigmi stilistici, mischiandoli in una continua ridefinizione dei ruoli, interni (della narrazione) ed esterni (quindi in relazione con le fonti più disparate che convergono nel cinema e nel processo di realizzazione di un film) dove è proprio la volontà di coincidenza tra quello che viene mostrato e quello che semplicemente è a fare di questo film un’autentica prova di rara onestà intellettuale.

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