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sabato, 19 marzo 2005
Hostage

Florent Siri l’avevamo già visto all’opera con “Nido di vespe”, produzione francese coraggiosa per essere un’opera seconda ma che poco o nulla aveva da aggiungere al mercato del triller/action, anche se si installava tranquillamente nello standard medio di produzioni del genere.
Il suo primo film distribuito al grande pubblico, però, se non faceva gridare al capolavoro, gli è valso l’interessamento della grande produzione, in particolar modo di Bruce Willis che, appoggiato dalla potentissima Miramax, ha contattato il regista proponendogli una collaborazione.
E’ nato così Hostage, un film piuttosto “classico” nell’accezione negativa del termine, poco dotato di vita propria e molto costruito su un genere. Genere che si identifica nell’uso dello stereotipo dell’uomo disilluso e senza più ideali, ce si riscopre di fronte all’evidenza di un avvenimento drammatico. E corrisponde esattamente a questo identikit lo sceriffo Jeff Talley/Bruce Willis, gravido di ricordi e di rimorsi, ma altrettanto risoluto a non lasciarsi dietro altri morti allorché tre sbandati prendono in ostaggio l’uomo sbagliato.
I titoli di testa ci introducono da subito in un mondo che ricorda abbastanza quello dei videogiochi. Un Max Payne protetto dal distintivo, verrebbe da dire.
Siri gestisce abbastanza bene i primi cinque minuti, seppur sin da subito si lascia prendere la mano da piani tanto arditi quanto già visti.
La svolta dopo il breve incipit contribuisce ad abbassare il livello dopo un avvio tutt’altro che malvagio. La storia scorre via banalotta e non senza qualche smagliatura nella sceneggiatura tendente un po’ al forzosamente drammatico, aiutata in questo, e non poco, dalla scelta delle musiche.
Siri tuttavia si diverte, e passa di sfuggita con la sua macchina da presa omaggiando il suo attore con un paio di riferimenti ad “Umbreakable” di Shyamalan (che vedeva lo stesso Willis protagonista), e ricostruendo un rapporto carnefice/vittima che, nel momento dello scioglimento, sembra rimandare al “Frankenstein di Mary Shelley”, di Kennet Branagh.
Solita (e intendetela con l’accezione che volete) interpretazione di Bruce Willis, affiancato da comprimari piuttosto anonimi, Hostage si caratterizza come film più che altro “di cassetta”, nonostante presenti spunti di riflessioni interessanti, e chiuda la porta in faccia al pubblico con un finale non del tutto rassicurante

Pubblicato da: Xanadu |alle 09:08 | link | commenti (2) |
recensioni


Commenti
#1   29 Marzo 2005 - 14:25
 
Mi è capitato recentemente di andare a vedere come web-designer il film Hostage e voglio essere il più semplice possibile nel dir il mio giudizio su tale pellicola, ma non sarà facile,visto la mia proverbiale complicatezza. Mi ha sicuramente tenuto sveglio, anche e soprattutto x merito di questa nuova e spesso ridondante tendenza (correggimi se sbaglio) di giocare sulle musiche giuste al momento giusto e al volume giusto,unite ad un primo piano improvviso (mi scuso per la pochezza dei termini tecnici, ma a me è sempre e soltanto piaciuto vedere film e non so in fondo come si fanno, vedi inquadrature,effetti,carrelli di cui tu spesso parli,ecc...). Interessante il motivo morale (e/o moralistico) del salvare la propria famiglia compromettendo la vita di altri, o più esplicitamente, fottendosene di tutto e di tutti (a parte forse l'altra famiglia, con la quale del resto si ha in comune proprio la "sacralità" di quel che è la famiglia). Ne esce ormai il quadro che tutti conosciamo: i buoni che alla fine hanno a meglio sui cattivi (nel come è sempre più importante lo spargimento di sangue,l'azione,il dramma,il pericolo della vita di qualcuno che sai x certo che non morrà...); forse in questo film si inserisce una terza categoria di personaggi, costituita dai meno cattivi. Sì,perchè in fondo, se hai una famiglia da mantenere e da amare sei meno cattivo di altri e ti è permesso tutto o quasi. Sono molto d'accordo sui primi 5 minuti, veramente notevoli, ma il fascino che potevano suscitare una bella idea dov'è negli altri 100 minuti? Concludo spezzando una lancia in favore di Bruce Willis e di coloro che portano al cinema la figura alquanto interessante (e la cosa che dispiace di più è quando viene descritta male o con approssimazione...) del negoziatore: nella scena iniziale è evidente il dramma del mestiere, che in fondo ci rimanda sempre a quel proverbio mai capito fino in fondo:"Il fine giustifica i mezzi?"Il punto interrogativo è d'obbligo specialmente quando si parla di vite umane. Esiste un fine per il quale il valore della vita di una persona può valere di più o di meno? E' possibile che sbagli colui che dice:"No one dies today!"???
A presto!
Stu
utente anonimo

#2   29 Marzo 2005 - 14:39
 
ti dirò che saresti recensore più fine, acuto e accorto di molti altri, sia di mia conoscenza che non.
Grazie per il tuo lungo e articolato intervento, non mi dilungo nel risponderti avendo la possibilità e il piacere di poterlo fare di persona.
Un abbraccio,
Pietro
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