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Florent Siri l’avevamo già visto all’opera con “Nido di vespe”, produzione francese coraggiosa per essere un’opera seconda ma che poco o nulla aveva da aggiungere al mercato del triller/action, anche se si installava tranquillamente nello standard medio di produzioni del genere.
Il suo primo film distribuito al grande pubblico, però, se non faceva gridare al capolavoro, gli è valso l’interessamento della grande produzione, in particolar modo di Bruce Willis che, appoggiato dalla potentissima Miramax, ha contattato il regista proponendogli una collaborazione.
E’ nato così Hostage, un film piuttosto “classico” nell’accezione negativa del termine, poco dotato di vita propria e molto costruito su un genere. Genere che si identifica nell’uso dello stereotipo dell’uomo disilluso e senza più ideali, ce si riscopre di fronte all’evidenza di un avvenimento drammatico. E corrisponde esattamente a questo identikit lo sceriffo Jeff Talley/Bruce Willis, gravido di ricordi e di rimorsi, ma altrettanto risoluto a non lasciarsi dietro altri morti allorché tre sbandati prendono in ostaggio l’uomo sbagliato.
I titoli di testa ci introducono da subito in un mondo che ricorda abbastanza quello dei videogiochi. Un Max Payne protetto dal distintivo, verrebbe da dire.
Siri gestisce abbastanza bene i primi cinque minuti, seppur sin da subito si lascia prendere la mano da piani tanto arditi quanto già visti.
La svolta dopo il breve incipit contribuisce ad abbassare il livello dopo un avvio tutt’altro che malvagio. La storia scorre via banalotta e non senza qualche smagliatura nella sceneggiatura tendente un po’ al forzosamente drammatico, aiutata in questo, e non poco, dalla scelta delle musiche.
Siri tuttavia si diverte, e passa di sfuggita con la sua macchina da presa omaggiando il suo attore con un paio di riferimenti ad “Umbreakable” di Shyamalan (che vedeva lo stesso Willis protagonista), e ricostruendo un rapporto carnefice/vittima che, nel momento dello scioglimento, sembra rimandare al “Frankenstein di Mary Shelley”, di Kennet Branagh.
Solita (e intendetela con l’accezione che volete) interpretazione di Bruce Willis, affiancato da comprimari piuttosto anonimi, Hostage si caratterizza come film più che altro “di cassetta”, nonostante presenti spunti di riflessioni interessanti, e chiuda la porta in faccia al pubblico con un finale non del tutto rassicurante

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