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Tre fratelli divisi dal carattere, dagli interessi, dalla vita, si reincontrano per uno strano e scombinato viaggio in cerca di sè stessi, della propria familiarità perduta, finanche di una scombinata madre che li ha lasciati per rinchiudersi in uno pseudo monastero alle falde del Tibet.
Un viaggio lungo le polverose strade dell’India, su un treno a gestione familiare prima, poi a dorso di mulo, lungo carrarecce sassose e malsicure, accampandosi per consumare un pasto frugale alla bisogna tra due dune, guadando impetuosi torrenti cercando di non far annegare gli imprudenti ragazzini autoctoni che avevano improvvidamente tentato l’impresa.
Messa giù così, Il treno per Darjeeling potrebbe sembrare un film drammatico, denso di azione e di avventura.
Ma, per quanto azione ed avventura in qualche misura non manchino, il nuovo lungometraggio di Wes Anderson è una commedia sofisticata, vagamente inutile, dai ritmi comici piuttosto dilatati e stirati, che gioca di sottrazione, rarefacendo l’elemento recitativo, costruendo i personaggi quasi esclusivamente attraverso la mimica e la gestualità.
Owen Wilson, Adrien Brody e Jason Schwartzman sono un trio potenzialmente scoppiettante, che offre un ventaglio ampio di approcci e di sensazioni umoristiche. I tre duettano in maniera fresca ed agile, rendendosi i veri protagonisti degli aspetti positivi di una pellicola che, per il resto, appare piuttosto superflua.
Anderson non sostanzia il proprio girato, lo fornisce di un’anima radical-chic che non riesce a sostenerlo, perdendosi nei rivoli di un intellettualismo che, lontano dalle vette alleniane alle quali evidentemente si ispira, lascia veramente poco sia dal punto di vista dell’intrattenimento puro che da quello contenutistico.
A poco vale l’interpretazione del trio assemblato per l’occasione, a fronte di una sceneggiatura frivola che non riesce ad aprire e chiudere un discorso in maniera coerente, rimanendo così in sospeso in un limbo che tenta di rilanciarsi di volta in volta con ralenty non funzionali drammaturgizzati da musica anni ’60.
Il momento più riuscito del film rimane così il cortometraggio che lo precede, Hotel Chevalier, passato già alla storia per il primo e, a quanto pare, ultimo nudo integrale di Natalie Portman (che insieme a Bill Murray e Anjelica Huston regalano all’amico Wes qualcosa più che un cameo), che condensa in 15 minuti tutto quello che poi il film ha da dire nell’ora e mezza successiva, rendendolo così superfluo in partenza.
Anderson pare ormai convinto di continuare su questa strada, che evidentemente piace ad una certa america liberal, ma che rischia ben presto, esaurito ormai l’”effetto sorpresa” de I Tenenbaum, di ritagliarsi un proprio pubblico di nicchia e poco più.
Occorre mettere in chiaro immediatamente una cosa: a noi Olivier Marchal ci piace, e assai.
E’ filtrando con gli occhi di veri appassionati del regista, del genere, ma anche dell’uomo, che ci approcciamo al suo nuovo film, L’ultima missione.
Un titolo (pur tradotto dall’originale Mr 73) che è già in qualche modo indicativo di un modo di concepire sè e il proprio mestiere. L’ultima missione del Marchal poliziotto, dunque, mestiere intrapreso per lungo tempo dall’autore francese prima di arrivare dietro la macchina da presa, che poi è anche la prima.
Si, perchè degli efferati crimini di cui si occupa uno stropicciato Daniel Auteuil sullo schermo, Marchal è stato testimone diretto agli albori della sua carriera.
Forse è anche per questo che la mano non riesce a rimanergli ferma, lucida, perfettamente coerente come lo era stata in 36, il film precedente, che l’ha lanciato al punto tale da convincere De Niro ad acquistare i diritti per un remake in fase di pre-produzione.
La vicenda che si dipana ne L’ultima missione è meno rigorosa, geometrica, di quanto non avesse fatto vedere il regista in precedenza. Ma un certo modo di costruire la tensione attraverso un utilizzo del genere noir scarno, fumoso, che non si concede mai una pausa fosse anche per un lieve sorriso, rimane peculiarità unica di uno dei più grandi autori della Francia contemporanea.
Il film è così una discesa negli inferi di una delle città più romanticamente desuete d’Europa, quella Marsiglia in cui i crimini più efferati, gli abomini più crudeli rimangono impuniti, sotto gli occhi di una polizia fin troppo abituata ad un “sistema” che pare essere uscito dal un altro tempo. Una discesa nel baratro dell’individualismo di un vecchio ingranaggio di quel sistema, quel Louis Schneider che non ha più nulla da chiedere ad una vita passata alla omicidi, se non un tiro ancora dal mozzicone che gli pencola distrattamente dalla bocca.
Una disperata, istintiva, ricerca di redenzione, una ricerca che, già in partenza, si mostra priva di reali fondamenti, priva di possibili eclatanti colpi di scena.
Ma attenzione, mai chiudere la porta ai colpi di genio di Marchal...
Una regina, un cacciatore di tesori, un matrimonio quasi naufragato, un’improvvisa scoperta e un riavvicinamento inaspettato. Questo il cocktail di ingredienti che mescola Andy Tennant, già regista del fortunato Hitch, nel suo Tutti pazzi per l’oro, che racconta dell’ossessione di Benjamin Finnegan per il tesore della regina Dowry, vissuta nel 1700. Ossessione che lo accomuna alla moglie Tess, ma che è anche causa dei loro frequenti litigi, fino ad una quasi sospirata separazione.

Il cinema che prende in giro il cinema. Il maestro del genere è senz’altro Mel Brooks. E’ stato infatti il mitico regista di Balle spaziali e Frankestein Junior a sistematizzare la presa in giro del cinema, dei suoi artisti e dei suoi meccanismi, nella forma di un lungometraggio che prendesse in giro una grande opera popolare del grande schermo attraverso la ridicolizzazione dei suoi personaggi e la parodizzazione dei suoi punti di forza.
In qualche modo Brooks ha fatto scuola, con le sue trovate esilaranti, le sue piccole genialità e l’assenza quasi totale di volgarità gratuita. E, se da una parte questo porre le basi di un filone di comicità deve essere ascritto ai meriti di un maestro del cinema, dall’altro la codificazione di Brooks ha dato seguito ad un sottogenere cinematografico che è fiorito definitivamente con la serie di Scary Movie, aspetto di dubbio, per quanto involontario, merito
Un sottobosco di cinema popolare che nel migliore dei casi si è configurato come un onesto intrattenimento scacciapensieri, nel peggiore come una notevole perdita di tempo, di denaro e, persino, di pazienza.
La premiata ditta Friedberg/Seltzer che aveva dato vita proprio al primo, passabile, capitolo di Scary Movie, oltre che ai discutibili Hot ed Epic Movie, tocca il punto più basso della propria carriera e del genere con Meet the spartans, incomprensibilmente tradotto in italiano con 3Ciento - chi l’ha duro la vince.
La pellicola, che si sviluppa agilmente in poco meno di un’ora e mezza, vorrebbe essere una parodia del recente film tratto dal fumetto di Frank Miller, improntata principalmente sulla messa alla berlina dell’esaltazione virile presente nel film sulle Termopili, ma piena anche di riferimenti alla politica americana, ai più celebri programmi televisivi, al mondo del cinema più in generale.
Ma lo humor è semplicistico e volgarotto, le battute del tutto prive di mordente, il product placement smaccato e senza mezze misure.
Si passa da momenti di assoluta noia a passaggi che insultano nel senso letterale del termine l’intelligenza del pubblico pagante. Non si riesce a ridere nemmeno sforzandosi, al massimo il grottesco protagonista strappa qualche involontario sorriso.
Una comicità della quale non si sente bisogno, che svilisce e cerca di involgarire anche il banale intrattenimento popolare di cui si vuole fare portatore, che tradisce le pur goliardiche origini dalle quali trae linfa, e si colloca senza rimpianti nel cestino della storia del cinema.
Enrico Pau, giovane regista emergente, con Jimmy della collina, sua seconda opera, conferma quanto già di buono aveva lasciato intravedere con Pesi leggeri, il suo primo film.
Utilizza una storia che poteva prestare il fianco al perdersi in una delle tanti correnti psico-sociologiche del cinema italiano,piena di attori non tutti professionisti, ma nonostante ciò riesce a rimandare l’idea di immediatezza e di tridimensionalità che si voleva conferire al girato, in particolar modo attraverso lo sguardo lucido e l’etica lineare e pulita con la quale il regista si approccia alla macchina da presa. Il processo di maturità messo in moto da Pau rispetto al suo film precedente è evidente, nonostante qualche passaggio a vuoto ed una perfettibile gestione degli attori (sopra tutti spicca per bravura e profondità la brava Valentina Carnelutti).
Così Jimmy della collina rifiuta di formulare qualsiasi sentenza nei confronti di un ragazzo introverso ma pieno di vita, che non accetta di vedersi confinato per un’intera esistenza in una fabbrica, e sfoga questo suo intimo senso di ribellione lungo la china del piccolo crimine organizzato. Una comunità di recupero adagiata su una delle brulle colline sarde, un sacerdote poco invasivo ma fermo, una ragazza, sono i punti di ripartenza per Jimmy, che fatica non poco a non ricadere nel vortice dal quale faticosamente tenta di uscire.
Se Pau prende con forza le distanze da un’impianto di analisi sociologica, certo qualche affinità con il cinema anglosassone di ribellione della fine degli anni ’60 (Ken Loach, per esempio, senza voler fare accostamenti forzati) la si nota.
La ribellione di Jimmy parte da dentro, è innanzitutto una non accettazione di sè, della propria rete di affetti, del luogo in cui nasce e vive. Una ribellione non contro un indefinito sistema, dunque, ma una ricerca, faticosa e a volte incoerente, di sè, del proprio destino.
In questo è evidente la mano di Massimo Carlotto, dal cui romanzo è stata tratta la sceneggiatura, di strutturare la pellicola, di indirizzarla in una ben precisa direzione, di rendere i passaggi narrativi funzionali al contenuto che si voleva trasmettere.
Al netto di tanta inesperienza e di qualche eccesso, Jimmy della collina è un film maturo, che ha qualcosa da dire sul mondo e sulla vita, portatore di uno sguardo mai banale, mai stereotipato, utile al cinema italiano.
Clubland, recita il titolo di questo piccolo film, ovviamente storpiato nell’italico “Il matrimonio è un affare di famiglia”.
E racconta una storia normale e travagliata di una famiglia media americana, travolta dagli eventi in una qualsiasi zona periferica di una qualsiasi città, che trova nella solida complessità dei propri rapporti il bastione al quale ancorarsi per non sfaldarsi a fronte dell’impetuosità della vita.
Il matrimonio di cui parla il titolo italiano è solamente il coronarsi del più classico dei finali americani - e ci sarebbe da domandarsi seriamente il perchè dell’inserire, a partire dal titolo, l’epilogo della storia, ma passeremo oltre - dal sapore dolce-amaro, non pacificato, ma abbastanza sereno da non guastare il tono generale da commedia (dis)impegnata del quale la pellicola è ammantata.
Chrie Nowlan costruisce un film strano, atipico, addentrandosi nelle vicende di una famigliola scombinata, piena di problemi, di delusioni mal somatizzate.
Jean è un’ex cantante di cabaret, che, lanciata negli anni ’70 verso una brillante carriera, è stata costretta ad interrompere per la nascita dei suoi due figli, e si arrabatta tra un lavoro in una mensa di operai e seratine qua e là in locali periferici. Tim, il suo figlio maggiore, si innamora perdutamente della bionda Jill, entrando per questo in contrasto con la madre, timorosa di vedere il figlio prendere il volo da casa prima di quanto aveva previsto. Infine ci sono Mark, il fratellino spastico, e John, il padre divorziato, anch’egli diviso fra la custodia di un supermarket e l’incisione di cd di cover di musicisti country.
La regista è brava a tenere insieme le fila di una storia che avrebbe potuto facilmente degradare nel melò, come anche perdersi in una malinconica e qualunquista analisi sociale. Un buon ritmo, mai sopra le righe e mai declinante verso un possibile pietismo, caratterizza tutta la durata del film, non lesinando chiaroscuri, non astenendosi dall’essere, all’occorrenza, amaro e pungente o lieve e frizzante.
Le pecche di una storia per alcuni versi forzata, che non riesce a cogliere come vorrebbe alcune sfumature psicologiche e caratteriali che pur si sarebbero dimostrate opportune per evitare un’eccessiva semplificazione di una storia complicata, non incidono sull’ossatura di un film atipico, coraggioso per molti versi, che racconta in modo al contempo lieve e sofferto una storia tra le tante storie difficili del nostro tempo.
“Il mio regno per una donna”. Si potrebbe così parafrasare la celebre frase di Riccardo III d’Inghilterra (“Il mio regno per un cavallo”) per raccontare la storia di un altro re, quell’Enrico VIII Tudor che ripudiò la sua prima moglie, Caterina d’Aragona, dopo essersi infatuato di una sua bellissima e provocante dama di compagnia, Ann Boleyn.
O almeno questo è quello che ci racconta L’altra donna del re, film di Justin Chadwick ambientato nell’Inghilterra del XVI secolo.
La storia, lo sappiamo, è più complessa, e fu determinata dall’impossibilità del sovrano di avere un erede maschio dalla propria consorte e non poter così assicurare una successione solida e priva di ombre al proprio regno, ossessione che lo condusse
addirittura, con l’Atto di Supremazia del 1534, ad allontanarsi dalla Chiesa cattolica e a autoproclamarsi primate della Chiesa riformata d’Inghilterra per potersi risposare.
Ma, al di là di una coerenza storica, importante laddove si voglia offrire una particolare visione dei fatti, ma marginale qualora la si prenda a pretesto per raccontare una storia come un’altra, la pellicola si mette in luce soprattutto perchè funge da magnificente passerella per tre grandi attori, del calibro di Scarlett Johansson, Natalie Portman ed Eric Bana.
Sulla prova attoriale delle tre grandi star si fonda l’impalcatura di tutto il film. La Johansson è la dolce e delicata Mary Boleyn, amante del re ripudiata dal sovrano, invaghitosi della sorella maggiore Ann. Quest’ultima, interpretata dalla Portman, ambiziosa e calcolatrice, sfrutta tutto il suo charme per entrare nelle grazie di Enrico, fino al punto di pretenderne il divorzio dalla prima moglie per poter diventare la regina d’Inghilterra.
Bana è il cinico e freddo Enrico, sovrano che più di ogni altro fece pesare alla propria corte e a tutto i suoi sudditi l’immenso potere concesso al re d’Inghilterra.
Il triangolo che si instaura tra i tre interpreti è denso e corposo, e dà sostanza a tutta la messa in scena. La mano di Chadwick è infatti debole e insicura, e non riesce a dare una propria impronta alle immagini.
Il film così rischia sovente di perdersi e sciogliersi in puro esibizionismo costumistico e scenografico, e solo a tratti il regista riesce a riprendere le fila di un discorso che rischia di sfarinarsi in un ozioso esercizio di stile.
A salvarlo e a renderlo godibile è dunque principalmente la prova di un cast d’eccezione e ben assortito, vero punto di forza di uno schema altrimenti traballante.
Dopo anni trascorsi unicamente a dedicarsi a ruoli seri e drammatici, in una carriera probabilmente segnata da un importante e faticoso esordio - quello scorsesiano di Taxi Driver - Jodie Foster si lancia inaspettatamente nella commedia, scegliendo un target giovane, e facendosi affiancare da quel Gerard Butler che viene ricordato per l’ostentata esibizione muscolare del Leonida di 300.
Alla ricerca dell’isola di Nim (o più semplicemente Nim’s island, come nell’originale), trae origine dalla più classica letteratura per l’adolescenza, se non per l’infanzia, a metà tra l’avventura, il fantasy e la commedia. Il libricino da cui è tratto è infatti un’agile romanzo da non più di duecento pagine, con tanto di disegni ad abbellirne il contenuto.
Trasformare l’esilità e la freschezza del libro in un lungometraggio fruibile da un pubblico eterogeneo era sicuramente un rischio.
La storia è quella di una ragazzina che vive con il padre biologo marino in un’isola deserta, all’ombra di un vulcano. Quando il padre risulta disperso in mare, l’unica speranza alla quale si aggrappa è Alex Rover, un eroe di romanzi di avventura, dietro al quale si cela una scrittrice agorafobica, terrorizzata dal mondo, che non esce da oltre quattro mesi da casa. Si convincerà solo per compassione della bimba, rimasta sola sull’isola a combattere dei pittoreschi bucanieri. E dopo un’iniziale diffidenza, sboccerà l’amore...
La storia tiene, scivola via leggera, anche grazie alla piccola protagonista Abigail Breslin, lanciata l’anno scorso da Little Miss Sunshine, che dà vita ad una sorta di “mamma ho perso l’aereo” in salsa tropicale.
Il vero difetto della pellicola risiede nella totale mancanza dei tempi comici della Foster, impegnata nella vera parte “comica” del film, che finisce per rimanere in scena per oltre un’ora urlando ad ogni piè sospinto.
In questo non aiuta una sceneggiatura spesso troppo didascalica ed appiattita sui personaggi, ed un contrappunto di colonna sonora che diventa ben presto invasivo e fastidioso.
Alla ricerca dell’isola di Nim intrigherà e farà sicuramente sorridere un pubblico di giovanissimi, immergendolo in un mondo da vecchia favola, solidamente legato al reale, ma anche pieno di avventura, isole, pirati ed eroi.
Non lo stesso effetto sortirà su una platea di spettatori appena più maturi e smaliziati, sui quali, temiamo, sortirà effetti soporiferi.
Incontriamo Jodie Foster
Preceduta dalla raccomandazione della distribuzione di non fare domande sul recente outing omosessuale dell’attrice, si svolge a Roma l’incontro di presentazione di Alla ricerca dell’isola di Nim, alla presenza di Jodie Foster, che in giornata ha anche partecipato ad un evento con le scuole legato alla sezione “Alice nella città”, organizzato dalla Festa del Cinema di Roma
E’ divertente, dopo tanti thriller e film drammatici, vederla fare della commedia.
Foster: E’ tanto tempo che cerco di fare un film più leggero, ma finora non avevo trovato nulla che mi piacesse. Quando ho trovato questa sceneggiatura ho iniziato a bussare a molte porte per farlo realizzare. I ruoli drammatici sono una parte importante della mia vita. Per questo mi è piaciuto aver lavorato con Butler, siamo entrambi noti per i nostri ruoli drammatici. Ci è dunque piaciuto prenderci un pò in giro con questa commedia
I suoi figli hanno potuto finalmente vederla sullo schermo?
Foster: I miei figli hanno potuto vedermi per la prima volta in questo film, hanno partecipato per la prima volta alle riprese sul set, è stato un momento fantastico per noi. Abbiamo letto insieme il libro prima che interpretassi il film, per cui hanno potuto immedesimarsi e abituarsi a vedermi nel personaggio. Rispetto al personaggio io non amo molto i serpenti, ma a parte quello non ho fobie particolari.
I tempi della paura e tempi della commedia sono diversi.
Foster: Un talento è un talento, in qualsiasi circostanza, anche se i tempi sono ben diversi. I tempi della commedia sono circolari, non rettilinei. Io mi muovo seguendo l’istinto, se ci pensi troppo a quello che reciti non sei abbastanza credibile.
Qual’è stato il suo rapporto con la bambina?
Foster: E’ una bimba eccezionale, per me è divertentissimo lavorare con bambini, è sempre molto bello. Mi ricordano me quando ero ragazzina e lavoravo sui set. I nostri percorsi nel film sono speculari, sono molto solitarie, ma non sole, e c’è sempre una parte di noi che ha bisogno di qualcuno che se ne prenda cura.
Il Festival del cinema gay di Torino presenta un doc su di lei. Lo sapeva?
Foster: Non ne so nulla...
Abbiamo letto una sua dichiarazione in cui lei ha detto che passerà molto tempo prima di fare un nuovo film, perchè non ha stimoli...
Foster: Negli ultimi 15 anni ho deciso di far passare del tempo tra un film e un altro. Lavorare ad un film mi prende molte energie. Quest’anno ho fatto già due film, per cui voglio prendermi un pò di tempo. Probabilmente il prossimo progetto sarà da regista, su Leni Riefensthal
Ha visto un cambiamento ad Hollywood negli ultimi anni?
Foster: Sono 42 anni che recito, che sono presente nel settore. Più che di cambiamento si può parlare di fasi, legate all’aspetto finanziario, rispetto ai soldi a disposizione . E’ il clima finanziario a dettare le regole. Ci sono anni di grande abbondanza di ruoli femminili e anni in cui non ce n’è nemmeno uno. Si riduce tutto a questo alla fine. Negli ultimi 3 anni le major hanno finanziato molti film indipendenti, ma solo perchè hanno capito di poterne trarre profitto, tipo Babel o Children of man.
Clooney voterà Obama. Lei è democratica, chi voterà?
Foster: Io sono democratica, non è un segreto. Ma non è il mio stile esprimermi apertamente su uno o sull’altro. Apprezzo che altri lo facciano, ma per me non funziona così.
Per affrontare All’amore assente bisogna avere in mente determinate coordinate. Si debbono scomodare, senza pretesa di paragoni, ma con l’intento di offrire dei termini di riferimento senza i quali il film di Adriatico risulta illeggibile, nella sua etica della messa in scena, nei suoi riferimenti visivi e anche nella sua linearità di scrittura.
Adriatico costruisce, dunque, un film partendo da categorie lynchiane. Il suo protagonista si chiude in una automobile, il rumore d’ambiente sfuma, una dissolvenza nera circonda il suo ripetere meccanico di alcune parole. Ne riuscirà solamente nelle battute finali, stordito, frastornato, ma in qualche modo più consapevole.
Tutto quello che avviene tra questi due momenti, che si collocano all’inizio e alla fine della pellicola, è un (brutto) sogno, un trip che si avviluppa nella mente del protagonista, tra desideri e ossessioni. Una modalità di approccio all’onirico che ricorda quella del maestro Lynch, fatte ovviamente le dovute proporzioni, e che lascia spiazzati, soprattutto rispetto ad un finale non immediatamente decodificabile.
Ovviamente il tutto condito in salsa italica, a partire dal mondo del marketing politico, e con l’ulteriore sottotesto del ghost-writer, ombra non solo del frontman, ma anche di sè stesso, in un gioco ad inseguirsi e a rispecchiarsi in modo deformato e problematico.
Un sottotesto socio-antropologico che è del tutto assente, e non a torto, nella filmografia del regista di Inland Empire. Il film di Adriatico si lascia prendere la mano da questo voler scardinare le zone d’ombra che affronta la vita di un uomo in un momento di passaggio, la difficoltà di inserirsi in una società che tende sempre di più a respingere, a gaurdare con sospetto, le sensibilità spiccate e le eccellenze.
Il regista unisce tutto con l’elemento dell’acqua, onnipresente, estremamente invasivo, che funge da vero collante di una serie di sequenze altrimenti prive di una solida coerenza interna.
Buona l’idea, coraggiosa, insolita per il cinema italiano, che viene però sviluppata male da una sceneggiatura praticamente assente, rabberciata, priva di un intreccio appassionante e di un ritmo perlomeno accettabile.
Il film così fatica, naufraga spesso nel grottesco, e non inciderà per come avrebbe potuto in quanto a efficacia e innovazione nel nostro stantio panorama nazionale.
Incontro con il regista
Un livello personale ed un livello politico: questi sono i due piani sottolineati da Adriatico per inquadrare il suo ultimo film, Anders and me - All’amore assente, una storia dai tratti lynchani ambientata in una qualunque città italiana del giorno d’oggi.
“Ho un senso di disagio e di inappartenenza nei confronti del convivere sociale - dice il regista - La politica è qualcosa che deve accompagnare e migliorare la vita di un uomo. C’è il bisogno di evidenziare la perdita del valore di presenza che soffre un uomo nei confronti di sè e della politica. Il risultato è un film che ha una dimensione di evocazione ampia, che non si ferma ad una realtà tangibile”.
E che la pellicola non persegua una traccia realistica lo si evince dal finale enigmatico, che Adriatico spiega così: “Il film vuole essere una storia che parla di un uomo in un momento di spaesamento personale. La storia avviene totalmente nella macchina che si vede all’inizio del film, tra l’aprirsi e il chiudersi di quello sportello. Io ho fatto il ghost writer per diverso tempo nella mia vita, sono meccanismi che conosco. Lo ripeto, non potrei fare un film sulla realtà verificabile, ma mi interessa raccontare come oggi ci sia difficoltà a sentirsi persona nella società d’oggi”.
Il filo rosso che lega tutte le sequenze è quello dell’acqua: un contino lavarsi le mani, immergere panni in bacinelle, camminare sotto la pioggia scrosciante: “Mi fa piacere che si legga la questione dell’acqua. Ci sono persone che si lavano insistentemente. C’è un livello di intimità che è quasi un stare insieme con se stessi in quei momenti. La pioggia sottolinea un unità di tempo di spazio e di azione, assicura una continuity. La cosa più importante è che lavarsi con cura, con gusto, oggi non capita quasi più, c’è un bisogno di pulizia, di pulizia interiore per un personaggio come il mio che è colto come in una linea d’ombra”.
Un altro aspetto interessante è che i riferimenti politici di cui si serve il film sono alti, aulici, propri del registro e del bagalio oratorio, per esempio, del candidato afroamericano alla Casa Bianca, Barak Obama. Adriatico spiega che “quando ho scritto il film non sapevo chi fosse Obama, ma whitman riprende esattamente quel che è Obama oggi, uno che aggancia la popolazione attraverso l’efficacia della parola. Da fuori abbiamo l’immagine di un paese che non è più capace di far dialogare le persone, cosa che invece auspico nel mio film e che cerca di fare uno come Obama in America”.
Clooney atto terzo.
Dopo aver scandagliato un pezzo di storia segreta della Cia, la commistione tra informazione e politica, il bell’attore americano si ripresenta nella doppia veste di attore e regista per la terza volta, cambiando genere narrativo, ma mantenendo un minimo comun denominatore. Clooney si trova infatti ancora una volta a fare i conti con il passato della propria nazione, andando a pescare nel vissuto del grande paese yankee, come se fosse un atto liberatorio per un cinema, quello odierno, che non riesce a comunicare più come in passato.
La ricerca del regista non sembra però frutto di un rifiuto dell’attualità cinematografica, quanto un appello a sfruttare appieno le potenzialità dell’immagine tecnologizzata di oggi per ritornare a comunicare con la stessa coerente semplicità e pregnanza del cinema classico americano.
Operazione che gli riesce solo a metà.
Clooney costruisce un film pulito, preciso, girato secondo i canoni più classici di un buon manuale di regia, quasi ai limiti del banale.
E racconta con un pizzico di nostalgia di un mondo che non c’è più, quello degli anni del proibizionismo, pieno di cappellini, di giornalisti dall’immancabile fiaschetta di “acqua allegra”, di uomini capaci di riconoscersi e di abbracciarsi fraternamente nel bel mezzo di una rissa.
Il pretesto è quello di seguire nelle sue peripezie una squadra di football, quando ancora questo sport non conosceva sponsor milionari, majorettes, contratti da far impallidire. Gli anni in cui ancora la parola “super bowl” non richiamava un brivido su per la schiena, e in cui i soldi erano talmente pochi che le docce si facevano con le magliette ancora indosso, in modo da risparmiare acqua, e da poterle poi asciugare appendendole fuori dai finestrini del treno che riportava tutti verso casa.
Lo scontro che si dipana sullo schermo, quello tra Dodge Connolly - interpretato dallo stesso Clooney - veterano ultraquarantenne degli infangati campi di una lega professionistica allora snobbata dal grande pubblico e il giovane Carter Rutheford, rampante asso della lega universitaria, è così uno scontro generazionale, ma è anche il confrontarsi tra l’attaccamento alle proprie radici di una generazione che faticava a riconoscere una modernità della quale pur astutamente si serviva, e quella totalmente proiettata nel futuro, incurante di un presente che correva a velocità folle e totalmente dimentica del proprio passato.
Ma Clooney non vuole tanto porre l’accento sull’aspetto sociologico dell’affare, quanto sulla diversità affettiva, sentimentale, che vivono i due personaggi. Così il vero trait d’union della storia diventa Lexie Littleron - interpretata da una tecnicissima, e per questo spesso poco naturale, Renèe Zellweger - giornalista d’assalto che fa sciogliere i cuori di entrambi.
La pellicola di Clooney è così perfetta, geometrica. Ma ad un livello per il quale tutti gli angoli vengono smussati, tutte le incertezze (di storia e di messa in scena) eliminate. La perfezione simmetrica della sceneggiatura e della messa in scena si tramuta così, dopo una buona prima ora, in una sostanziale piattezza della storia e del girato.
Il triangolo sentimentale che viene inscenato è così privo di phatos, così come la pur allegra e simpatica avventura degli Duluth Bulldogs, ingabbiati in un film costruito con tecniche ultramoderne, con un cast attualissimo, ma che pare già datato, che sembra aver già sofferto alla prova del tempo.
Incontro con George Clooney e Renèe Zellweger
“Veltroni parla di speranza ai giovani”
“Clooney, sbarcato a Roma per presentare il suo terzo film da regista, parla poco della sua pellicola, e molto di politica, assecondando le curiosità della stampa romana. E regala, a quattro giorni dalle elezioni, un importante endorsement al leader del Partito Democratico”.
Un Clooney criptico e indecifrabile, prodigo di battute ed ironie ma restio a dare delucidazioni nel merito della sua terza pellicola, sembra divertirsi moltissimo a palleggiare con la stampa italiana, cosa che non sembra reciproca, insieme alla bella Renèe Zellweger, sua coprotagonista.
Niente di nuovo dunque, nè sui motivi che lo hanno spinto a fare, per la terza volta consecutiva, un film sulla storia americana, nè su un suo futuro matrimonio, del quale qua e là si vocifera, nè sulle motivazioni delle sue dimissioni dall’associazione americana sceneggiatori.
“Il genere della commedia è qualcosa che volevo assolutamente fare - si limita a dire - Avevo fatto film molto seri negli ultimi anni, volevo assolutamente usare la commedia come genere e divertirmi, anche perchè le persone con cui abbiamo lavorato erano divertentissime. Il glamour di quel tempo è veramente.”, schernendosi poi su un suo accostamento con Clarke Gable: “Beh, Gable forse avrebbe qualcosa da obiettare su questo paragone! Ma è sempre un gran complimento per me. Il film E’ successo una sera, con lui, è simile per alcuni versi al mio, anche se non abbiamo preso molto spunto da questa commedia, pur avendo visto tanti film di quell’epoca, di cui io sono un grande fan”.
Nessun problema per quanto riguarda la doppia veste di attore e regista: “ La parte più difficile è essere il regista di me stesso, si lavora molto di più, ma i miei colleghi erano di vero talento, per cui non ho avuto particolari difficoltà”.
Tanta politica invece, anche per una forte caratterizzazione in questa direzione di molte domande. Si spazia per cui tra Darfur, tematica sulla quale Clooney è estremamente sensibile, Tibet, presidenziali americane ed elezioni italiane.
Fino ad arrivare ad un vero e proprio endorsement nei confronti del candidato del Pd, Walter Veltroni: “Io sono un ottimo amico sia di Obama che di Veltroni, ma anche della Clinton e di McCain, ho lavorato con loro in molte occasioni. Obama è un grandissimo oratore, sono un suo grande amico. Ma anche la Clinton potrebbe essere un bravo presidente, ma Obama lo sostengo da sempre. Credo però che sia raro avere una persona con l’arte oratoria di Barak, lo stesso potere di far convergere su un’idea la gente. La stessa forza ha Veltroni, che parla ai giovani e parla di speranza. Ha una grande capacità e vivacità intellettuale, per questo mi appassionano molto le elezioni in Italia”.
Sulla stessa linea si pone la Zellweger:” McCain è stato un eroe, secondo me potrebbe essere un leader molto forte, ed è bravo. Ma per le relazioni internazionali è importante allontanarci dagli orientamenti degli ultimi anni, per cui spero che ci sia un democratico alla Casa Bianca”.
Per quanto riguarda il suo impegno nei confronti del Darfur e dei diritti civili Clooney si mostra abbastanza ottimista: “Ieri ho incontrato Brown, e pare che stiamo riuscendo a riunire tutti i leader ribelli del Darfur, avendo la possibilità di metterli al tavolo del negoziato. Bisogna continuare a parlarne incessantemente. Noi speriamo che tutti i governi mettano a disposizione fondi per proteggere le forze Onu in quei luoghi. In Darfur ci battiamo per questo, ma l’unico governo che si è realmente mosso è stato quello etiope. Veltroni ha un interesse comune con me sull’Africa, mi auguro che sia giunto il momento che si risolva il problema, anche insieme a lui”.
Per quanto riguarda le Olimpiadi “noi non vogliamo minacciare nessuno, non vogliamo boicottare i giochi, ma è assolutamente legittimo e necessario protestare pubblicamente contro le politiche cinesi”.
Per quanto riguarda il suo ruolo di giornalista, la Zellweger si dimostra molto affascinata dal mondo della stampa:” Io non vorrei fare il vostro lavoro, non vorrei avere la responsabilità di negoziare il modo di porre le informazioni sui media. Come lavoro mi affascina, anche se molte volte bisogna scendere a compromessi. E non vorrei avere la responsabilità di prendere decisioni a livello personale sulla vita di quelli su cui scrivo. Voi dovete porre domande difficili, vi ammiro, non dovete avere paura e dovete sempre svolgere onestamente il vostro lavoro”.
Qualche news sul suo prossimo film Clooney la offre:” Inizierò un film il prossimo anno basato su un’opera teatrale che andrà in scena fra poco a Brodway, sarà probabilmente sul mondo delle elezioni, aspetto interessante per indagare su quello che succede dietro i candidati, ma non vi voglio dire altro”.
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