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In un'affollata sala romana Steve Buscemi (nella foto, con Sienna Miller) ha presentato oggi il suo terzo film da regista, Interview, primo remake di una trilogia di pellicole di Theo van Gogh, regista ucciso il 2 novembre del 2004 da un estremista islamico a causa del cortometraggio Submission: Part 1, scritto insieme alla deputata olandese Ayaan Hirsi Ali, che parla della violenza contro le donne nell'Islam.
Buscemi giustifica la sua decisione di cimentarsi con il film di van Gogh sganciandola da qualsiasi significato politico: "La ragione per la quale ho fatto il remake, che non avrei fatto se van Gogh fosse stato vivo, è perché mi interessavano i due personaggi principali, e il legame che si crea fra di loro. So che van Gogh era una figura controversa, un provocatore, ma non vedo questo film pericoloso, anche perché non voglio diffondere la sua filosofia. Il modo migliore in cui io potevo rendere omaggio a questo regista era fare il miglior film possibile".
Nella pellicola si confrontano un giornalista ed una stellina nascente del jet set hollywoodiano, in una strana intervista che scatenerà pulsioni insospettate in entrambi: "Non volevo criticare il mondo dei media - ha detto Buscemi - Volevo capire e interpretare una persona complessa. Non volevo nemmeno esprimere un giudizio sul mondo delle star. È un rapporto, quello tra i due personaggi, che inizia in maniera disastrosa, e arriva in pochi istanti a investire tutta la loro vita, instaurando così un forte legame, una forte connessione".
Un film molto sentito per uno degli attori più poliedrici degli ultimi quindici anni, che si sofferma proprio su questo suo doppio ruolo, di attore e di regista, che lo sta appassionando in quest'ultimo periodo: "Il mio modo di avvicinarmi alla regia avviene naturalmente attraverso la recitazione. Non conoscevo il lavoro di van Gogh, ma quello che mi ha attirato a fare questo film è stato proprio l'amore che van Gogh aveva per i suoi attori. L'altro film della trilogia a lui ispirata e che finora è stato realizzato l'ha diretto un altro attore, Stanley Tucci. Spero che Sienna Miller si sia sentita a suo agio con me e che abbia potuto dare il meglio di sé. Anche perchè abbiamo effettuato le riprese in soli 9 giorni, ma da subito siamo entrati in sintonia. Il mio regista preferito è Cassavetes, che è anche un attore. Ma ci sono anche tanti registi eccellenti che non hanno mai recitato".
Questo approccio ha portato il regista-interprete ad usare le stesse tecniche di ripresa pensate per l'originale, e ad usare la stessa troupe: "Quello che ho trovato interessante è il modo come van Gogh ha girato il suo film - ha detto Buscemi - quasi completamente in sequenza, cosa molto rara oggi. Mi interessava molto lavorare con le persone che erano state al suo fianco, mi ha consentito imparare cose nuove. Van Gogh amava prima girare i primi piani, mentre negli Usa il primo piano è l'ultima cosa che si gira. Con queste tre camere si girava tutto, si copriva tutta la scena, lasciando me e la Miller più liberi di muoverci, di improvvisare. Questo modo di girare rende il film molto teatrale".
Massacrato dalla critica a Venezia, arriva sugli schermi Nessuna qualità agli eroi, film ermetico, fin dal variamente interpretabile titolo, di Paolo Franchi, regista complesso e complicato, laureato in Critica Psicoanalitica dell’Arte, che ha messo in scena una piece, per sua stessa ammissione, disperata e nichilista.
Una disperazione ed un nichilismo che sono il sale di una storia nella quale si incrociano due depressioni, che si declinano in tempi e in modi differenti, ma che sono il sale e l’ossatura di tutta la riflessione, dai tratti intellettualisticamente desueti, che viene portata avanti dalla pellicola.
Bruno è un affermato broker assicurativo, sposato alla avvenente Anne - interpretata dalla splendida Irène Jacob - ha contratto un debito da un facoltoso usuraio. Quando quest’ultimo muore, il pensiero di aver risolto tutti i propri problemi viene fugato dall’incontro con l’inquietante personalità di Luca - al quale presta viso e corpo Elio Germano - ragazzo introverso, che manifesta fin da subito di avere parecchi scheletri nell’armadio.

Franchi lavora intensamente sulla polisemia di significati, portando avanti quella che è una vera e propria ricerca psicanalitica, introspettiva, mascherata da opera narrativa.
La storia è quasi secondaria, accessoria, rispetto allo scandagliare in profondità l’animo e le pulsioni di due uomini, differenti per età, per trascorsi, per cultura ed indole, ma accomunati da un profondo disagio nei confronti della vita.
Franchi sceglie una tecnica classica, lineare, densa di silenzi e di accenni, scevra da scivolamenti in facili commozioni o compatimenti. Prevalgono i colori atoni, il grigio, il nero, il verde, il marrone, e tutta la costruzione della messa in scena richiama fastidiosamente la profonda inadeguatezza rispetto alla realtà che viene provata dai due protagonisti. Il vortice in cui pian piano sprofondano è così una lenta e irritante degradazione dei suoni e dei colori del girato, che accompagnano la fine morale, e forse anche fisica, dei due uomini.
Franchi, nel suo rigorismo che non scende a compromessi, non usa mezze misure nemmeno nella rappresentazione di una certa morbosità che ottunde la mente e investe i corpi, attraverso alcune sequenze che hanno destato al Lido scalpore e fastidio.
Ma, dopo la sonora bocciatura del tritacarne del Lido, Nessuna qualità agli eroi è un film che, a parer nostro, dovrebbe essere valutato più serenamente come una pellicola sì controversa e per alcuni tratti intellettualisticamente evanescente, ma pur sempre solida e qualitativamente sopra la mediocritas di buona parte del cinema italiano contemporaneo.

Conferenza stampa
Germano, lei subisce un fascino dai personaggi più complicati, spesso insanguinati. Virzì ha detto per esempio di lei che può interpretare qualunque volto..
Elio Germano: Un personaggio complesso che deve affrontare una crisi è più bello di una persona a cui non succede nulla. In questo caso il personaggio si rifà alla storia del teatro e della narrativa, è uno di quei personaggi che si confronta duramente con sè stesso. Dall’Edipo re a Dostojevskij a Shakespeare, sono personaggi molto teatrali, che però al cinema si vedono poco. Mi auguro che mi capitino sempre più spesso personaggi così perchè affrontare queste tematiche è una benedizione, dà senso a questo mestiere.
C’è stata qualche difficoltà a illustrare la psiche umana, con dei tempi d’interiorità inattuali nel cinema italiano?
Paolo Franchi: Si, in effetti è molto difficile fare un cinema così, sia in Italia che in altri paesi. Il gesto della masturbazione davanti l’autorità del potere dell’arte era un gesto anarchico, per esempio, che non è stato compreso da molti. Nessun gesto nel film è liberatorio, sono gesti del tutto inutili, mi rendo conto che sia di un nichilismo folle.
Todeschini, il suo modo di recitare non ricorda un poco la nouvelle vague?
Bruno Todeschini: La cosa che più mi interessa nel mio lavoro è entrare nell’universo del regista, pur conservando le mie emozioni. Forse il riferimento alla nouvelle vague viene da qualcosa che ho di istintivo e che si trasforma nell’approccio con il regista.
Avevate dei riferimenti nell’approcciarvi all’arte di cui parlate nel film?
Paolo Franchi : Avevamo in mente la pittura dell’informale materico, la disgregazione della materia perchè è sofferenza pura, i personaggi si lacerano. L’immagine deve far pensare, deve sovrapporsi a ciò che è fuori campo, non decrittabile immediatamente.
Bruno Todeschini : E’ un aspetto che in effetti ha fatto parte della discussione, ma è legato alla regia più che ai personaggi. L’arte centra ma non è il punto di riferimento per il mio personaggio, è il padre il vero punto di riferimento..
Come nasce progetto del genere?
Caschetto: Non è stato facile realizzarlo, è stato un progetto complesso. Eravamo molto colpiti da quella storia, e il percorso produttivo è stato molto complesso. E’ nato come un piccolo film e poi ha assunto un costo cospicuo, importante. Siamo riusciti a mettere assieme due competitor come Rai e Mediaset. Volevamo realizzare un progetto che non fosse di marca strettamente italiana, ma che avesse un respiro più ampio. Il film è stato ingiustamente bastonato a Venezia, ma anche perchè Franchi è estremamente esigente e onesto intellettualmente.
Irène, ci può parlare del suo personaggio complesso?
Irène Jacob: La sceneggiatura è complessa e profonda, mi ha fatto pensare a Dostojevskij e Kafka, perchè non è estremamente realistica ma sfocia nell’inconscio. Avevo paura di essere solo la spettatrice di un uomo che cade in depressione. Ma invece ho trovato una profondità che mi ha molto interessato. Franchi voleva andare nel buio e nelle cose complesse, ed era un piacere lavorare con lui.
Qual’è secondo lei la funzione della critica? Ha abdicato il proprio ruolo formativo?
Paolo Franchi: Quindici anni fa sui giornali leggevamo la critica del film. Ora c’è un giornalismo di colore che parla di tutto quello che ruota intorno al film, ma non del film. Non sto dicendo che non debba esserci il giornalismo cinematografico, ma dico che la critica ha sempre meno spazio. Non voglio attaccare la critica, dico che le linee editoriali sono molto cambiate, tutto qui.
Trova affinità tra il suo cinema e quello di Bellocchio?
Franchi: Non sento affinità elettive con Marco Bellocchio, al massimo con Fagioli, uno psicanalista che amo molto. Non mi è piaciuto quasi nessun film di Bellocchio, ho amato moltissimo solamente Diavolo in corpo. Mi sento vicino piuttosto ad artisti come Haneke e Dumont.
“Che io mi possa vendicare per uno solo dei miei due occhi”.
Pronunciate queste parole, Sansone, dopo essere stato accecato, scosse le colonne marmoree del palazzo dei Filistei, uccidendo con sè 3000 fra i nemici di Israele.
Sul racconto del mito di Sansone, e sull’altrettanto mitologico episodio di Massada, si basa la metafora di fondo sulla quale il regista Avi Mograbi imposta tutta la propria pellicola.
Un film strano e straniante, a partire dalla realizzazione. Finanziato dal Ministero per l’Istruzione, la Cultura e lo Sport, dal Consiglio israeliano per il cinema, la pellicola rappresenta un settore del panorama sociale e culturale israelo-palestinese che solitamente emerge poco nel mondo della grande informazione: ovvero quello degli israeliani pacifisti, vicini alle posizioni politiche palestinesi contro l’oppressione di Israele e del proprio governo, che arrivano molte volte ad abbracciarne le derive più estremistiche.
Il docu-film di Mograbi si schiera senza se e senza ma su questa linea. Il contrappunto a tutte le scene di vita vissuta, tra reti metalliche che separano madri e figli, check-point che bloccano in modo totalmente discrezionale il passaggio, militari che abusano dei propri poteri, è caratterizzato per l’appunto dal racconto dell’episodio biblico di Sansone, che viene assunto a mito liberatore da Israele, e il suicidio di massa che compirono circa mille Zeloti per sfuggire alla schiavitù dei romani.
La metafora è semplice, cotta e mangiata: come un tempo il popolo d’Israele era oppresso e lottava per la propria libertà fino al punto di compiere gesti eclatanti come lo sterminio dei nemici o il suicidio volontario, così oggi Israele si trova dalla parte di occupante e di oppressore del popolo palestinese, arrivando fino a provocare atti estremi come il suicidio nel nome di Dio.
Il rimbalzare continuo tra piccoli episodi del vissuto comune ed il racconto sfaccettato e frammentato delle due storie appartenenti alla tradizione ebraica, che si vorrebbe leggero e garbato quasi come il volo di un colibrì radente la brulla campagna della Palestina, è invece forzato e pesante come uno dei minacciosi blindati di Tsahal sui quali la macchina da presa amatoriale tanto insiste come simbolo della protervia degli israeliani nei confronti dei palestinesi.
Il film è forzato e malriuscito, intriso profondamente di ideologia, privo di qualsiasi tentativo di rapporto oggettivo e pacato su una realtà estremamente più complessa di quella che viene abbozzata nella pellicola. Oltretutto, ad un livello puramente cinematografico, l’opera è estremamente statica: non accade praticamente nulla e il regista indugia unicamente sul proprio impianto accusatorio, tralasciando qualsiasi velleità estetica nella messa in scena.
Distribuito dalla Fandango, Per uno solo dei miei due occhi è un film di nicchia, destinato esclusivamente ad un pubblico politicamente impegnato e già nettamente schierato.
Ma anche per questa ristretta cerchia di spettatori, la digeribilità della pellicola sarà estremamente ardua.
Anna Valle è il vero deus-ex-machina di quello che si profila come uno dei più classici cluedo, un invito a cena con delitto, del quale si è fatta interprete, nei panni per lei insoliti di una dark lady estremamente cinica, e produttrice. Misstake, infatti, ci racconta dell'invito a cena rivolto da una contessa decaduta ad una serie di improbabili commensali, da subito in estrema competizione tra loro nel cercare di ottenere il possesso della magnifica e fatiscente villa in cui abita, in occasione del suo compleanno.
Ma la morte improvvisa dell'anziana signora metterà in subbuglio tutti i piani lungamente preparati, e tirerà fuori il peggio del carattere di ognuno dei convitati.
Il regista Filippo Cipriano dice di ispirarsi ad un certo tipo di cinema di genere, quasi sconosciuto in Italia, ma molto in voga nella penisola iberica, particolarmente legato al nome del poliedrico Alex de la Iglesia, vero punto di riferimento dello stesso regista. Il lavoro sugli effetti (decisamente buoni), la gestione della macchina da presa, le scelte della messa in scena e un certo utilizzo della fotografia ricordano in effetti un cinema molto particolare, inconsueto nel belpaese ma molto in voga in Spagna, al quale probabilmente il pubblico italiano è poco abituato. In profondo contrasto con la cura maniacale che il regista usa per la costruzione dell'immagine si pone però il tipo di recitazione che viene impostata dal cast, che ammicca e occhieggia al pubblico in modo esagerato e denso di stereotipi, classico della commedia teatrale italiana, di sapore vagamente televisivo, ma lontano dal realismo e dalla ricerca del plausibile sui quale si poggia la cinematografia spagnola che viene qui presa a riferimento.
Le scelte di regia, volutamente edulcorate, ridondanti, che sfruttano fino alla stucchevolezza l'altrimenti godibile presenza di numerosi effetti digitali, non fanno altro che appesantire un'architettura di script già di per sé ridondante, priva di una vera e propria svolta narrativa, priva di quello slancio che poteva almeno in parte mitigare una realizzazione troppo compiaciuta del proprio anticonformismo. La realizzazione tecnica del film non è deprecabile, anzi, anche tenendo conto della generale sciatteria in cui viaggia un certo mondo televisivo, dal quale proviene gran parte dei realizzatori, e vi si scorge il coraggio di scommettere su un progetto innovativo. Ma narrativamente Misstake è un lavoro alquanto mediocre, risultando così per nulla godibile e coinvolgente.
Il solco da seguire è questo, ma occorrerà, per chi vorrà perseguire questa strada in futuro, operare un netto cambio di rotta.

Conferenza stampa
Cipriano: Abbiamo prestato il fianco alla critica, è un film di genere, che verrà bistrattato. Abbiamo smosso le acque facendo qualcosa di utile per noi che siamo giovani. Perchè non abbiamo fatto un genere più semplice? Volevamo fare una cosa più grottesca e surreale. L’importante è parlarne diceva Wilde. Il riferimento è al cinema di De la Iglesias. Noi veniamo tutti dalla tv, per cui anche da quel punto di vista ci criticheranno.
Mike Nichols è, per molti, sinonimo di garanzia. Anche chi non lo digerisce bene non può fare a meno di riconoscergli uno stile e un'autorialità che rimangono bene impresse in ogni sua pellicola. E questo anche se Nichols ha il pallino della verbosità, della mancanza assoluta di silenzi ed ellissi. Mette la propria macchina da presa al servizio della sceneggiatura, facendo prevalere il parlato, il discorso, la battuta, su tutto il resto dell'impalcatura scenica. Una premessa necessaria per inquadrare un film complesso e controverso come La guerra di Charlie Wilson, che si appropria del canovaccio della Guerra Fredda anni Ottanta per permettere all'eclettico regista di dipingere un quadro pietoso e al tempo stesso grottesco dell'indole umana. La storia è quella di un membro del Congresso, Charlie Wilson per l'appunto, che per caso, per convinzione e per convenienza si trovò a battersi nel piccolo universo politico e salottiero della Washington bene per incrementare a dismisura i finanziamenti che la Cia stanziava in favore della resistenza islamica.
Al di là della credibilità o meno del plot - su cui qualcosa ci sarebbe da ridire, ma che lasceremo alla curiosità di chi si volesse recuperare il libro di Crile da cui è tratto, che pur non risolve del tutto la faccenda - la pellicola si destreggia discretamente nel mondo dell'alta borghesia e della politica americana, liberando una serie di talenti davanti alla macchina da presa del calibro di Philip Seymour Hoffman e Julia Roberts. Ma è Tom Hanks, che riveste i panni del deputato Wilson, a dare spessore e credibilità ad un personaggio tutt'altro che facile. Il contesto serioso è smorzato dalla scelta di campo del regista di giocare in modo anche scorretto sull'indole bonariamente godereccia e donnaiola del proprio protagonista. La scena iniziale è quella che dà la cifra di tutto il film, sospesa tra la frivolezza di un mondo che ha perso un solido contatto con la realtà e la capacità di fermarsi un attimo, di ascoltare che c'è qualcosa d’altro, di diverso. La comicità della pellicola, che si può definire senza ombra di dubbio una commedia, sale e scende. A battute popolari come “gli puoi insegnare a battere a macchina, ma non a farsi crescere le tette” riferite alle segretarie di turno, si alterna il situazionismo sofisticato della richiesta di un buon whisky di malto ad un capo di Stato di religione islamica. Il film, come tutte le opere di Nichols, è senz'altro verboso, molti snodi narrativi sono risolti semplicisticamente, e i personaggi, specialmente quelli di secondo piano, sono tratteggiati in modo caricaturale.
Nonostante queste pecche, che non consentono al film di elevarsi tanto quanto un cast così di talento gli avrebbe potenzialmente permesso, La guerra di Charlie Wilson rimane comunque un'opera godibile, a tratti un po' presuntuosamente sofisticata, ma nel complesso ben costruita, solida e garbata.
Non osate leggere questo libro
“Non osate leggere questo libro perché se gli darete anche solo una semplice occhiata lo farete a rischio della vostra vita e dovrete affrontarne le mortali conseguenze”.
Il frontespizio delle Cronache di Arthur Spiderwick, dalle quali prende il via il film di Mark Waters, riassume in pieno l’idea che sta alla base di tutta la pellicola.
Lo script raccoglie tutti gli spunti più tradizionali di una favola per bambini: la casa nel bosco, un libro segreto, un ragazzino curioso. E poi gnomi, folletti, strane creature incantate, ma anche goblin, troll e un cattivissimo orco gigantesco. Mescola poi tutti questi spunti con delle spruzzate di postmoderno: una famiglia che attraversa un divorzio, le incomprensioni fra una madre in carriera e i propri figli, il trauma del trasloco e del cambiamento di abitudini.

”Solo” un film fantasy?
Tutto questo, e solo questo, è Spiderwick – Le cronache, un fantasy-movie adolescenziale che si inserisce nel corso tracciato da Harry Potter, e da Le Cronache di Narnia nel descrivere un mondo che vive a cavallo fra il reale e il fantastico, tra il pragmatismo e la magia.
E’ in quel “solo” la chiave di lettura del film.
Spiderwick, infatti, da un lato è “solo” una favola per bambini. Il ritmo incalza senza mai diventare frenetico, i personaggi sono rappresentati caricaturalmente, e i momenti accennati di spavento sono ben bilanciati da lunghe sequenze rassicuranti ed edulcorate. Non c’è pathos, non c’è un respiro che sia appena più ampio del ristretto target al quale si rivolge. Si confina volontariamente nel proprio mondo, senza provare a sfondare le barriere del racconto per l’infanzia così come hanno provato a fare suoi illustri predecessori.
Ma se per un certo verso Spiderwick è solamente una favola per bambini, per l’altro l'assenza di eccessive ambizioni è anche il punto di forza della pellicola, che dimostra di possedere un proprio carattere specifico e una coerenza interna che lo rendono un film piccolo, senza tante ambizioni, ma solido. Un buon ritmo, una recitazione in linea con il genere, una trama banale ma non banalizzata da affrettati passaggi di script: Spiderwick si dimostra così un compromesso più che accettabile tra il cercare di parlar d’altro attraverso un racconto fantasy, e il rischio di essere confinati nel cinema di genere.
E il risultato raggiunto sembra più che accettabile.
Colpo d’occhio.
Tradotto in inglese suona come Eyes wide shut.
Esatto, proprio come l’ultima fatica del grande e compianto maestro Stanley Kubrick.
Rubini, il regista del film in uscita in questi giorni, dice di essersene accorto solo pochi giorni prima dell’uscita nelle sale.
Che sia vero o no, la pellicola che annovera Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini e lo stesso Sergio Rubini nel cast, si dimostra estremamente ambiziosa nell’ambito del disvelamento dei rapporti fra uomo e donna, delle relazioni umane, sentimentali e professionali, nel loro complesso. Ambito dove proprio l’opera di Kubrick si era destreggiata.
Come elemento aggiuntivo, il regista inserisce nel suo triangolo amoroso l’ambivalenza tra arte e critica, tra lavoro manuale, concreto e il “lavorare con le parole”, a partire sempre da qualcosa di non proprio, ma frutto della fatica dell’estro e dell’ingegno di un altro.
Riccardo Scamarcio è così Adrian, un giovane artista che si innamora, ricambiato, di Gloria, a sua volta la protetta del potente e temuto Lulli, incarnato dal mefistofelico Rubini, critico e mercante d’arte di fama internazionale. L’amore che sboccia fra i due non lascia indifferente il critico, che, nonostante le apparenze dimostrino il contrario, coverà un sordo e violento rancore nei confronti dei due.
Un triangolo atipico nelle forme, non nella sostanza. Le dinamiche del film sono abbastanza consuete, e non vengono aiutate da quel piglio e dal quel tocco di originalità che Rubini aveva fatto intravedere con ottimi risultati nel suo precedente lavoro, La terra.
Anzi, a tratti la messa in scena si dimostra purtroppo convenzionale e falsa, non riuscendo a comunicare uno spessore umano ed attoriale che pur è ben presente nel dispiegarsi del plot.
Ma la vera pecca del film è la sceneggiatura. Quest’ultima presenta sì dei momenti di stanca e di macchinosità che pur di per sé non sarebbero così inficianti sul risultato globale se, come anche dichiarato dallo stesso Rubini, tutta l’impalcatura della pellicola non si poggiasse pesantemente proprio sulla fase di scrittura.
Il regista è così destinato ad elevarsi (La terra) o a cadere (Colpo d’occhio) a seconda dell’efficacia del proprio copione, sul quale si adagia quasi passivamente, non riuscendo a valorizzarlo e a farlo emergere più di quanto non meriti.
Ma la sceneggiatura si perde nell’ambizione di voler raccontare l’uomo e le sue pulsioni più nere e disperate in modo completo, quasi definitivo, disperdendosi in mille rivoli mai conclusi, costretta a cambiare a piè sospinto strada, sballottando i propri personaggi qua e là senza un vero, reale, costrutto. Si cade così nell’autoreferenzialità, accentuata dalla descrizione di un mondo, quello dell’arte, lontano ai più, e da una scelta musicale pomposa e invasiva.
Qua e là emerge il tocco non scontato di Rubini, soprattutto nella gestione degli attori e della loro recitazione, vero elemento portante, a partire dallo stesso personaggio interpretato dal regista, di tutta la storia.
Purtroppo è troppo poco per salvare un film che naufraga per uno strano contrappasso, sommerso proprio da quell’ambizione che, in qualche modo, la storia vorrebbe condannare.
Conferenza stampa

Grande impegno per Cattleya e RaiCinema nella produzione e nella distribuzione del nuovo film di Sergio Rubini, che viene distribuito in ben 420 sale in concomitanza con le vacanze pasquali.
Ambientato nel complesso mondo che ruota intorno all’arte contemporanea, alle mostre e alle gallerie specializzate nel settore, Colpo d’occhio, che tradotto in inglese suona eyes wide shut, come l’ultimo film di Kubrik, ci viene raccontato da regista e cast principale:
D.: Come si è svolta la collaborazione con l’artista Dessì?
Rubini: Dessì è un buon amico di Angelo Pasquini, il nostro sceneggiatore. Così abbiamo deciso che ci serviva il suo apporto, volevamo fosse lui a realizzare tutte le opere e tutte le mostre del film.
D.: Scamarcio, qual’è il suo rapporto con l’arte?
Scamarcio: Per me era la prima volta alla Biennale di Venezia, un’esperienza molto interessante. Ho un rapporto con l’arte da profano, mi capita vedere mostre di pittura, mia madre era una pittrice, per cui ho un’infarinatura generale. Ma ho un rapporto occasionale non assiduo.
D.: La recitazione nel film è molto particolare, c’è tanta ambiguità e mistero, è quasi non naturale. Come mai questa scelta?
Rubini: Avevo in mente che il film fosse recitato in questo modo. Noi italiani siamo convenzionalmente realisti, fautori di un finto “buttato via”, mentre in altre cinematografie c’è un’impostazione teatrale quando serve. C’era bisogno di una struttura che lo sostenesse, è un dramma di personaggi, il pubblico doveva essere costretto ad accorgersene. Scamarcio e la Puccini li amo molto. Scamarcio è ambivalente. Un pò ragazzino e un pò giovane uomo, figura che in Italia non c’era più, ma è in grado già di interpretare un uomo. Anche la Puccini è molto solida come attrice.
Puccini: Rubini mi ha presentato Gloria come una Cassandra, che intuisce la verità, ma è destinata a non essere creduta. Sembra quasi una pazza in certi momenti, è ambigua, e si svela pienamente solo alla fine. E’ il personaggio più positivo, ma ha le sue colpe, non ha il coraggio di affrontare il suo uomo. E questo è affascinante, la sua linea sottile tra razionalità e vena di follia, sensibilità estrem. Questi sono personaggi molto interessanti.
Scamarcio: E’ stata una vera sfida, mi sono appassionato e ho sofferto. C’era una reale possibilità di avere attenzione alle battute, ho lavorato in una costruzione progettuale, venivo da film in cui le cose interessanti erano improvvisate. La Puccini è un’attrice curiosa, diversa dalle altre attrici perchè è distante ma intensa, caratteristica delle grandi attrici degli anni ’50. Questo non toglie forza al personaggio, anzi ne aggiunge.
D.: Come nasce l’idea? C’è una descrizione mondo dell’arte come un pò piacione e cinico?
Rubini: Conosco scamarcio da tempo, ha fatto con me dei provini, l’ho seguito, sapevo che lui nutriva stima nei miei confronti, ma non ho mai avuto un ruolo per lui. Ho voluto incontrarlo di nuovo, l’ho invitato a casa mia. Ho pensato cosa sarebbe successo se lui venendo a casa mia e si fosse aspettato uno che lo accogliesse, in realtà trovasse un nemico, uno che lo ucciderebbe, che gli porterebbe via tutto, anche gli affetti più cari. Il film nasce da qui. L’ambientazione è solo uno scenario, il tema del film è il successo che c’è al centro di un conflitto, non il successo di cui parla la tv, ma un successo nobile: esser riconosciuti per ciò che si vale. All’inizio pensavo ad un musicista, perchè sono un appassionato di musica classica. Scamarcio mi ha proposto di farne un pittore, un artista, e siamo finiti allo scultore, una figura più complessa,
che lavora su materiali complessi. Non voglio esprimere un parere sull’arte contemporanea, non la conosco. Sono figlio di un capostazione, pittore impressionista dilettante. Il contesto è uno scenario e ho solo cercato di raccontarlo credibilmente.
D.: Che rapporto vede tra gli artisti e la critica?
Rubini: Credo molto nella critica, anche nella critica cinematografica, la seguo, credo in questo rapporto conflittuale ma necessario. Il rapporto più importante è quello tra l’artista che fa una cosa e il critico che gli dà un senso. Sono due presuntuosi in fondo, l’artista vuole fare da solo, e il critico pensa che senza di lui non possa esistere artista
D.: Scamarcio, esistono personaggi come il suo nella realtà? Come è stato il suo rapporto con il regista?
Scamarcio: Le dinamiche che intercorrono tra i due personaggi sono plausibili, sentimenti bassi e pensieri neri, che possono essere il tormento di un artista. C’è una paura che può fare impazzire, non soltanto legata al successo, ma legata alla possibilità di continuare a vivere facendo poi quello che uno ama. Gli artisti da questo punto di vista sono più vittime e dipendenti dal giudizio del critico, del gallerista.
Sono restio ad affidarmi totalmente al regista, ma questa volta Rubini ce l’ha fatta. Gli attori a volte pongono delle resistenze che possono aggiungere qualcosa al film, ma in questo caso no, la responsabilità di quel che si vede è tutta del regista.
Rubini: Tutto il film si regge su una certa ambiguità. Il nocciolo è il rapporto tra un uomo e la propria ombra. Ma io sto dalla parte di Scamarcio. Le sue ragioni magari possono essere meno nobili, c’è una bramosia di arrivare, ma nell’artista comunque la leggerezza è la nota che lo salva, perchè si riesce a commuovere, ha un cambio di marcia nella sua istintività. Il film è un film contro la ragione, la razionalità, l’incapacità di emozionarsi
D.: A chi ti sei ispirato?
Rubini: Vorrei dire che non ho pensato proprio a nessuno. Faccio un grandissimo lavoro di sceneggiatura, non ragiono sugli altri film, anzi mi capita spesso di parlare di libri, non di cinema, il cinema non è la mia formazione, mi riferisco più ai libri. Mi sono lasciato andare, avevo le mie idee. La dimensione estetica del film risiede nel momento in cui mi sono convinto che le ambientazioni fossero perfette. Tutto è scritto e nasce in sceneggiatura.
Roland Emmerich non va per il sottile. Quando si dice kolossal, kolossal deve essere, fino in fondo, con tutte le fastosità e le esagerazioni che il budget, la fantasia e la intraprendenza di cast tecnico e artistico permettono.
E' stato così per Indipendence day, per Godzilla, per The day after tomorrow.
E ora è così anche per la nuova, sfavillante perla del mondo dei blockbuster della Warner:
La trama è quasi inutile starla qui a riportare in più delle canoniche quattro righe: un giovane ed aitante cacciatore di mammuth, pieno di contraddizioni e figlio di un padre partito per una causa nobile (quale fosse poi, non siamo riusciti bene a capirlo), parte alla ricerca della sua bella dagli occhi blu, uccidendo struzzi giganti, ammansendo tigri e facendo crollare piramidi (piramidi? Eh già, proprio così) per recuperare la donna della sua vita. In poche parole una riproposizione, metaforica (?) ed edulcorata di un vecchio adagio popolare che coinvolgeva donne e carri di buoi e che ora stentiamo a ricordarci nella sua forma completa.
Grandissimo intrattenimento, dunque. Una mescolanza di tutto quel che la preistoria – se le nostre nozioni di storia antica non si sono appannate fino a tal punto dovremmo essere nel neolitico – con tutte le simpatiche facezie che comportava può offrire.
La cifra dunque è quella dell'esagerazione, del tutto sempre e comunque, senza alcuna remora. Non si può rimproverare al filmuna sceneggiatura ai limiti del banale, un uso ruffianotto delle musiche, un incedere volutamente enfatico, la mancanza di una precisa coerenza storico-scientifica. Fa tutto parte del gioco dopotutto.Il problema del film di Emmerich è che c'è modo e modo di costruire del buon intrattenimento, come insegna, ad esempio, Michael Bay.
L'etica interna della pellicola è fragile e sgangherata: gli errori a livello storico sono talmente macroscopici e grossolani (per un opera che si fregia della propria collocazione temporale sin dal titolo) per poter passare inosservati, frutto esclusivamente di licenze poetiche e di costruzione della messa in scena.
Lo script rasenta il ridicolo a più riprese, per raggiungere il grottesco in un finale dei più convenzionali possibili.Per tacere poi di neandertaliani che girano con il pizzetto e sembrano testimonial dell'ultima campagna di sensibilizzazione della Mentadent.10000 AC è troppo grezzo, troppo grossolano nel suo tentativo di sbalordire a tutti i costi. L'eccessiva pretenziosità da blockbuster fa crollare la già fragile architettura del film, che diventa, sin da subito, un lungo susseguirsi di scene madri senza soluzione di continuità.
Il mondo è pieno di uomini qualunque. Che si alzano la mattina, si mettono a fatica un paio di lenti a contatto, mangiano i loro cereali in scatola, bevono il loro caffè, si fanno un brutto nodo alla cravatta ed escono di casa.
Doug Liman, il regista di Jumper, ha firmato in anni passati solidi film d'intrattenimento. The Bourne Identity e Mr. and Mrs. Smith portano in esergo la firma del giovane regista americano. Nulla di eccezionale, film che non rimarranno nella memoria per lungo tempo, ma pellicole di solido intrattenimento, che di certo lasciavano ben sperare in Jumper. La nuova pellicola di Liman sulla carta è infatti un film di fantascienza ad alto budget, che vede la presenza nel cast di una stella di primo piano come Hayden Christensen, sostenuto da uno studio importante come la Fox.
Lo schema proposto è quello classico del ragazzo comune che inaspettatamente si riscopre addosso dei poteri che non sapeva di avere, e viene improvvisamente braccato da misteriosi nemici. Questa volta i "buoni" sono i Jumper, uomini che hanno la capacità di spostarsi da un luogo all'altro con la sola forza del pensiero, e i cattivi, i Paladini, non meglio specificata organizzazione secolare nata e vissuta con il solo scopo di bloccare i Jumper nel loro frenetico peregrinare tra un posto e l'altro, ed eliminarli.
Molte volte, da plot come questi, se gestiti ed architettati in modo sapiente, sono nati e hanno preso forma pellicole di un certo spessore. Ma Jumper manca assolutamente di profondità. Manca una sceneggiatura solida, manca di profondità di messa in scena. Gli snodi narrativi sono gestiti elementarmente, e tutta la pellicola è frettolosa e didascalica nel raccontare una storia che viaggia sempre in superficie, risultando noiosa nel suo complesso se non, a tratti, ridicola. La contrapposizione tra il "vivere come vuoi" dei Jumper e il presunto "bigottismo" dei Paladini è solo un pallido pretesto per cercare di inserire piani di lettura che, per come vengono impostati, non hanno assolutamente necessità di esistere. Nè aiuta di certo un doppiaggio in italiano veramente poco credibile.
Jumper è così un contenitore vuoto, privo di action, privo di un piano di intrattenimento efficace, che non comunica quel che vorrebbe; si limita a raccontare una storiella, e lo fa, tra l'altro, in maniera assai perfettibile.
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