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martedì, 29 gennaio 2008

Con una promessa dentro al cuore

 

"Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l'abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lí, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lí. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiú mezzo e profon­do altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di li­bri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo lí con una maz­za e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma se­condo me non poteva essere cosí ingenuo. Ci ho riflettuto tan­to. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lí quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, se­condo me quell'abbeveratoio è ancora lí. Ci voleva ben al­tro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lí con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere ca­pace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacereb­be piú di tutte".

(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy, pg 249)

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:31 | link | commenti (4) |
citazioni, varie, anteprime

sabato, 26 gennaio 2008
Non è mai troppo tardi

"Quando è morto aveva gli occhi chiusi e il cuore aperto". Inizia con un volo radente sulle montagne innevate, che contrappuntano una voice off che va subito al punto, non nascondendo allo spettatore che, con lievità e accortezza, si parlerà di morte, di sofferenza, di dolore umano e fisico.Due grandi attori istrioneggiano sullo schermo. Jack Nicholson è un magnate della sanità privata, misantropo, scorbutico, difficile da conquistare perché estremamente sicuro di sé, fondando la propria sicurezza sulla propria montagna di denaro.
Morgan Freeman è un meccanico di colore, senza grilli per la testa, con una solida famiglia, dei solidi principi, e con una gran passione per i quiz televisivi. Unica cosa in comune: la malattia. Sì,
perché la pellicola di Rob Reiner affronta con piglio e verve il tema del disfacimento del corpo, della vecchiaia, del dolore fisico, senza remore, edulcorandolo quel tanto che basta per istaurare un rapporto fiduciario con qualsiasi tipo di pubblico possibile. Il registro commediale, infatti, non risparmia una prima parte nella quale la scomodità dell'essere malati, dell'avere il destino segnato da un grande male, emerge come certa accettazione di sé, del proprio corpo, della propria condizione.
Tutto ciò non impedisce di certo al film di decollare nella sua parte più prettamente comica, quando i due arzilli vecchietti decidono, dopo aver compilato un apposito elenco (la bucket list del titolo originale per l'appunto), di mettere in pratica tutti i sogni di una vita, di realizzare tutti i desideri più nascosti sfruttando al meglio il tempo rimastogli. Inevitabile una certa banalità d'impianto, alcune forzature di script, un finale telefonato, e il ruolo omnicomprensivo dei due grandi attori che riempiono lo schermo, appiattendo sulle loro performance una regia che si limita a svolgere il proprio compitino. Ma Non è mai troppo tardi ha l'enorme pregio di cercare di parlare, nel mondo della grande produzione degli studios, a un pubblico vastissimo di un tema quasi tabù, che solitamente è meglio non trattare, scansare. E lo fa in modo non scontato, mai banale, che restituisce agli occhi di chi lo guarda una possibilità nuova, affatto buonista, di guardare alla vita e, nel suo piccolo, alla commedia contemporanea.

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:57 | link | commenti (2) |
recensioni, zabriskie point, castlerock, cinemaplus

Halloween - the beginning

Sono passati trent’anni da La notte delle streghe, il primo capitolo della saga di Halloween di John Carpenter. E, dopo innumerevoli sequel, il terzo millennio vede il gran ritorno dell’epopea per opera di uno degli autori di genere più eclettici e controversi di sempre, Rob Zombie. Il regista de La casa dei 1000 corpi costruisce un prequel quale ulteriore tappa nel lavoro di rimitizzazione di una delle feste tradizionalmente più amate negli Stati Uniti. Proprio perché commercializzata, assurta a ruolo folkloristico-decorativo dallo strombazzamento mediatico che è arrivato a propinarcela anche qui, nel cuore di una cultura lontana anni luce, quella che nasce come la notte del terrore per eccellenza non riscuote ormai più nell’immaginario collettivo e cinematografico quella fascinazione che ha pur avuto in altri tempi. Un processo di banalizzazione, di impoverimento e appiattimento delle più profonde tradizioni favolistiche e ancestrali di una cultura vasta e frammentata come quella americana, figlia di tanti popoli diversi alla ricerca di una propria identità comune.

Carpenter puntava proprio sul conosciuto, su una notte in cui, invece della paura, domina l’ironia, dove invece di chiudersi, di barricarsi in casa per paura dei mostri, i bambini scendono per le strade, socializzano, si incontrano. Notte sicura come nessun’altra, in cui le mamme aspettano serene a casa, senza paura per i figlioletti in giro per le strade. Carpenter rigettava in faccia al pubblico americano le inquietudini e il terrore che erano peculiari di un momento diventato paradossalmente di unione, di comoda sicurezza: giocava il suo contrappasso ritornando, in chiave modernista, alle origini e al senso di quelle favole che riassumevano una lacera carnalità in Michael Myers. Rob Zombie segue molto intelligentemente questo spunto per raccontare, forzando ovviamente un po’ la mano in fase di sceneggiatura, la genesi di uno dei più macabri ed efferati killer della storia del cinema. La strada seguita ricalca le orme di Carpenter nel risvolto macabro-orrorifico di una provincia americana che sembra un incrocio tra i quadri marci ma perfetti di un Lynch d’annata e la disfatta famigliola del Tideland di Gilliam. Ma se quest’ultima veniva “sconfitta” dalla vita, dal vizio e dalla tristezza, il male che alberga nella casa-con-portico-e-amaca di Zombie è del tutto umano, la tremenda umanità di un bimbo che stermina a sangue freddo una famiglia intera, sorellina in fasce esclusa. Ed è questa la parte migliore di tutto il film, gestita autisticamente elidendo i rumori, lasciando parlare la paura, la chiusura verso il mondo percepibile. Una maschera ci impedisce per lunghi tratti di vedere in volto il bimbo killer, il silenzio ci impedisce di entrare in contatto con l’esperienza filmica, e allo stesso tempo ce la restituisce appieno, favorendo un’immedesimazione altrimenti impossibile.

La scritta “quindici anni dopo” sancisce la fine del racconto dell’infanzia di Michael Myers, ma determina anche la fine dello spazio d’autonomia del regista, che si ritrova suo malgrado imbrigliato in un’ora e mezza di amenità di genere, raccordate da una sceneggiatura didascalica e depotenziate da qualsiasi carica immaginifica sovversiva. Lo scarto è impressionante, e all’inizio (quasi) folgorante fa da contrappunto una seconda parte dozzinale, che racconta di un killer qualsiasi, priva di ogni possibile empatia, che si perde tra raffiche di sequenze fotocopia e imbarazzanti citazioni (su tutte il tentativo di omaggio a Blade Runner). Il “The beginning” di Non aprite quella porta aveva lasciato ben sperare che l’ormai avviatissima stagione di prequel non si rivelasse solamente una mera operazione commerciale. Osservare come è stato imbrigliato il talento di Rob Zombie ci torna a far pensare al peggio…

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:52 | link | commenti |
recensioni, effettonotte

sabato, 12 gennaio 2008
Io sono leggenda

L’ultimo uomo sulla terra non è solo
Robert Neville è un celebre virologo.
Robert Neville lavora per l’esercito.
Robert Neville era il padre di una splendida bimba, e di una bellissima moglie.
Robert Neville era a capo dell’equipe di ricerca del vaccino contro un male inguaribile.
Robert Neville combatte quotidianamente per sfuggire agli Infetti, uomini colpiti da un virus che li ha resi simili a zombie.
Robert Neville è l’ultimo uomo sulla terra.

2012: fuga da New York
L’eclettico Francis Lawrence realizza dopo Constantine un'altra pellicola - ad elevatissimo budget - che punta sull’immagine, sull’interpretazione di un grande attore (prima c’era Keanu Reeves ora abbiamo Will Smith), e che è ambientata in un futuro dai contorni incerti e suggestivi.
Ad impressionare a prima vista in Io sono leggenda è, infatti, la confezione generale, l’utilizzo sapiente ed estremamente funzionale dell’effetto speciale, l’estrema efficacia con la quale viene ricostruita una New York (dove da tre anni regnano sovrani incontrastati ingorghi con auto prive di conducenti), cervi e leoni che si aggirano in campi di erbacce che hanno divelto l’asfalto, grattacieli che sono ormai scheletri di vetro e acciaio.
Una ricostruzione visivamente molto affascinante, che si richiama fortemente alle suggestioni dell’omonimo libro di Matheson del 1954, dal quale sono stati già tratti due film L’ultimo uomo della terra, con Vincent Price, e Occhi bianchi sul pianeta terra, interpretato da Charlton Heston.
Intelligente la scelta di lasciare largo spazio al silenzio, che si introduce nella diegesi della storia come vero e proprio elemento cardine nella costruzione degli spazi e del climax narrativo. I flashback sono ridotti al minimo indispensabile, l’uso delle musiche è attento e quasi mai invasivo.
Come nel suo precedente lavoro, la pecca di Lawrence è una certa difficoltà nella messa in scena, che tende a concentrarsi sugli aspetti più risolti e rintracciabili agli occhi dello spettatore, tralasciando del tutto le problematicità risolvibili unicamente attraverso una determinata gestione delle inquadrature e un dosaggio accorto di montaggio.
Non si riesce a capire fino in fondo se gli Infetti siano intelligenti o meno, non a causa di una voluta ambiguità, ma perché manca totalmente un contrappunto, seppur sfumato, all’immedesimazione con il protagonista. La lettura di determinati passaggi diventa così a tratti farraginosa.
Si capisce d’altra parte perché Will Smith abbia fortemente voluto un film che rimanda a suggestioni profonde, e che con una gestione diversa dello spazio filmico e con un finale meno sbrigativo sarebbe potuto essere ottimo. Ma ci si può comunque piacevolmente accontentare.

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:28 | link | commenti (8) |
recensioni, spaziofilm

L'allenatore nel pallone 2

Se L'allenatore nel pallone usciva in un periodo meraviglioso e difficile per il calcio italiano, immediatamente dopo la vittoria dei Mondiali di Spagna del 1982 e dopo lo scandalo del calcio scommesse, anche il seguito L'allenatore nel pallone 2 si ritrova nelle sale successivamente ad un'altrettanto storica vittoria in campo internazionale, ma anche in un periodo che segue da vicino l'ormai celebre scandalo che ha scombussolato l'intero mondo del pallone ormai passato alla storia con il nome di Calciopoli.
Non si sa quanto la scelta sia voluta (anche se le modalità di nascita del film fanno pensare di no), ma è certo che anche questa serie di circostanze portano a rendere naturale un confronto tra due modi diversi di concepire un certo tipo di cinema - nel caso particolare la commedia all'italiana - , rimandando anche a riflessioni sul modo di guardare al mondo del pallone, specchio di un certo evolversi della società italiana.
Balza subito agli occhi che mentre il film dell'84 tendeva a puntare sull'effetto sorpresa di un Banfi sdoganato dallo stretto recinto della commediola pecoreccia, e rivelava un'insolita capacità di catturare il pubblico attraverso la freschezza di un'ironia incentrata su un aspetto cruciale dell'italica cultura, quello del calcio, onnipresente nel mondo della stampa e della comunicazione televisiva ma poco o per nulla presente nel panorama cinematografico, il seguito fa leva anzitutto sul grande successo del primo episodio, e punta sull'immediata riconoscibilità per il grande pubblico dei grandi campioni della Serie A e dei più celebri giornalisti sportivi inseriti in quasi ogni scena della pellicola.
Molto più "cinematografico" il primo approccio, più legato all'odierna tendenza della televisione di fagocitare l'immaginario collettivo il secondo.
Se si tralascia un meraviglioso cameo del presidente della Lazio Lotito, e una gustosa sequenza in costume che vede protagonisti, tra gli altri, Totti e Del Piero, l'utilizzo delle altre star extra cinematografiche appare però meno funzionale di quello della pellicola dell'84, più strumentale, teso unicamente ad accattivarsi quella larghissima fetta di pubblico che solitamente non frequenta il grande schermo, o che è troppo giovane per essere cresciuta con il "mito" del primo episodio.
La stessa interpretazione di
Lino Banfi è legata innegabilmente al Nonno Libero di Un medico in famiglia
per il quale viene riconosciuto dagli under 18, piuttosto che alla lunga sequela delle pellicole che lo vedevano sfoggiare quel curiosissimo ed ormai famoso accento barese, e che l'hanno lanciato nel corso degli anni '70 e '80.
Tutto questo, unito ad un livello complessivo di recitazione non di certo memorabile - anche per via dei tanti non professionisti che compaiono nel film - fa de
L'allenatore nel pallone 2 un'operazione che si discosta totalmente dal celeberrimo primo capitolo, connotandosi come un blockbuster all'italiana (ben sei i milioni di euro investiti nel progetto), che strizza l'occhio al lato più prettamente commerciale della scia di uno dei più solidi e riusciti film di genere degli anni '80. Non per questo però deluderà i fan incalliti di Oronzo Canà, né tantomeno i tantissimi giovani tifosi che potranno osservare i loro idoli calcistici in una veste totalmente nuova ed insolita.

 

 

Incontro con regista e cast

 

Oronzo Canà torna a parlare con la stampa. Ma in questo caso non stiamo parlando del pittoresco allenatore della Longobarda, ma del suo interprete, quel Lino Banfi che ritorna sul grande schermo a più di vent'anni dalla sua ultima interpretazione cinematografica con L'allenatore nel pallone 2.
"Sono ormai vent'anni che non facevo più cinema, avevo una gran voglia di tornare in sala, ma per un motivo o per l'altro il mondo della televisione mi ha sempre trattenuto - si confessa nonno Libero - Il mio futuro al cinema? Beh, di certo è legato al successo di questo film, a quanto il pubblico pagante abbia ancora la voglia di rivedermi. Ma a me piace troppo questo mestiere, almeno un altro lo voglio fare!"

L'immediato paragone con il primo capitolo della saga, ormai entrato nell'immaginario collettivo di intere generazioni, non spaventa gli interpreti che si sono ritrovati a lavorare a distanza di anni sullo stesso soggetto. "Non si possono proprio fare confronti tra i due film - sostiene ad esempio Andrea Roncato - Il secondo è proprio una storia diversa nonostante attinga dallo stesso soggetto, è proprio un altro film. Non ho paura di un confronto con il film precedente".

Anche Lino Banfi cavalca la stessa tesi: "Ma no, a me non importa dell'opinione della stampa e dei critici, io sono convinto di avere fatto un buon lavoro, differente da quello precedente, ma sono convinto che la gente sarà dalla mia parte alla fine".
Un discorso molto simile lo fa il regista di entrambi i film, Sergio Martino, che sottolinea come "si siano evitate facili gag visive e volgari, avevamo l'intenzione di fare un film per bambini, e credo che ci siamo riusciti. Poi ovviamente i tempi sono diversi, e il giudizio della gente è relativo. L'obiettivo era di costruire un film molto garbato, che non puntasse solo su una comicità immediata, ma che puntasse maggiormente sulla storia".

Fondamentale nel coinvolgere un numero così elevato di calciatori di primo piano è stata la benevola intercessione del capitano della Roma, Francesco Totti: "Francesco è stato il promotore dell'iniziativa - ammette Banfi - è un mio caro amico, e ha convinto tantissimi calciatori e personaggi che lavorano nel mondo del calcio. Per esempio Lotito: noi eravamo convinti che si incazzasse quando abbiamo girato la sequenza con lui, perché lo prendevamo troppo in giro. Invece si è dimostrato una persona molto intelligente, ed è stato al gioco fino all'ultimo".

La vera rivelazione è sulla annunciata, e poi smentita più volte, presenza di Luciano Moggi nel film, a proposito della quale lo stesso Banfi confessa: "All'inizio la cosa era nata per caso, lo avevamo incontrato e lui stesso si era proposto per autoimitarsi. Poi la cosa si è gonfiata un po' troppo, destava troppo clamore, e insieme abbiamo deciso di non procedere, e di limitarci ad una breve imitazione nella scena del capostazione".


Pubblicato da: Xanadu |alle 18:11 | link | commenti (1) |
recensioni, conferenze stampa, castlerock

Lust, caution

Lust, caution. Un avvertimento secco, preciso, impersonale. Quasi ci trovassimo a passare per caso in sala e qualcuno ci volesse avvertire. Attenzione! La lussuria! Una lussuria fisica, quella dalla quale si viene messi in guardia, ma anche mentale. Uno stato dell’essere che trasuda da ogni fotogramma della pellicola di Lee.

Dopo aver rischiato oltreoceano con l’apprezzato Brokeback mountain, Ang Lee torna in Cina, per parlare di tematiche sempre uguali – un amore segreto e ai limiti dell’impossibile – ma sempre diverse, calandole in un contesto e all’interno di una sensibilità che padroneggia in tutte le sue sfaccettature.

Se il film interpretato da Heat Ledger e Jake Gyllenhaal appariva un po’ come un esercizio di stile, pur dal di dentro di una tematica affatto facile, l’estrema patinatura dell’immagine, dovuta ad una maniacale cura della fotografia curata dal messicano Prieto, collaboratore di fiducia di Inarritu, e da una disposizione della messa in scena che non lascia nulla al caso, è estremamente funzionale alla torbida, eppur limpidissima, passione che travolge inaspettatamente un austero comandante della polizia del governo collaborazionista cinese e una giovane donna della resistenza, che ha il compito di circuirlo per poterlo poi eliminare.

Lo sfondo è quello degli anni ’40, della seconda guerra mondiale, i cui campi di battaglia sembrano qualcosa di astratto, di lontano, in cui un idealismo un po’ grezzo e fine a sé stesso, da ambedue le parti, fa cadere il naturale gioco delle parti in una faccenda pericolosa e tutt’altro che lineare ed innocua.

Il vero campo di battaglia diventa dunque quello di uno sguardo, del tentativo, malriuscito in ogni caso, di calcolare i sentimenti, le passioni, di piegarli alla propria volontà. Ang Lee costruisce sapientemente un film in cui tutto è lussuria, per cui tutto sotterraneamente è guerra, è scandalo.

Le ormai tanto celebri scene d’amore sono solamente la deflagrazione, la materializzazione quasi eccessivamente consolatoria, di un tema che viaggia carsico nelle pieghe della sceneggiatura e del montaggio, che ne contamina il senso e i sensi.

Lee osa fino alla fine, offrendo un finale che rigetta in mano allo spettatore qualsivoglia giudizio di morale e di pragmatica, non permettendogli di indugiare a facili moralismi, né lasciando la comoda scappatoia del “tutto è lecito in amore e in guerra”.

Dunque attenzione: è Ang Lee.

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:07 | link | commenti |
recensioni, cinemaplus

martedì, 01 gennaio 2008
Cinema 2007: la top ten

Un'annata, quella del 2007, affatto eccezionale, lungo la quale i film di un certo valore non hanno fatto fatica a conquistare i primi posti di un'ideale, anche se parziale classifica. Si va dal classicismo di Eastwood, alla sperimentazione di Lynch e Van Sant, passando per la riscoperta del film di genere, dal mai scomparso action movie, con pellicole di ottimo livello quali Bourne Ultimatum e Transformers, al western, al quale il treno per Yuma di Mangold concede una fresca boccata d'aria. Scavando bene emerge qualche perla nascosta (si pensi al danese Gli Innocenti, o al piccolo e pazzo Crank), e presunti grandi flop da riscoprire: primo fra tutti De Niro con il suo The good shepherd.


1. Lettere da Iwo Jima.
Eastwood è come un buon whiskey: invecchiando migliora. Il secondo film del dittico sulla più famosa battaglia della guerra nel pacifico conferma ancora una volta il magnifico solco già tracciato con Mystic river e Million dollar baby.

2. Inland Empire
Il ritorno di David Lynch non è stato di certo digeribile per tutti. Ma Inland empire approfondisce e ripercorre in maniera magistrale le tematiche di Mullholland drive, costruendo un film che non punta sulla narrazione organica ma che scava nel più oscuro subconscio.

3. Paranoid Park
Ancora una volta Gus van Sant si rivela uno dei registi con maggior sensibilità nell’affrontare le complesse tematiche dell’adolescenza. Un piccolo gioiello, non semplice, duro, volutamente irrisolto

4. La promessa dell’assassino
Il terzo periodo artistico dell’ormai pluridecennale Cronenberg continua, dopo Spider e History of violence, attraverso due grandi attori e una storia come al solito solida e cupa.

5. Apocalypto
Mel Gibson o lo si ama o lo si odia. Noi abbiamo amato il lavoro sul colore di Apocalypto, il coraggio e l’audacia dell’uso di un dialetto centroamericano, le poche remore nel mostrare quel che si voleva mostrare quando lo si voleva mostrare.

6. Le vite degli altri
Una pellicola dal ritmo e dalla costruzione teatrale, molto solida anche se non entusiasmante, che regala però uno dei finali più coraggiosi e coinvolgenti degli ultimi anni.

7. Gli innocenti
La nouvelle vague danese non si è, come molti pensano, esaurita. Quest’anno ha sfornato il bellissimo film di Per Fly, un film tanto sincero quanto tremendo, che parla della percezione odierna della morte con estrema libertà.

8. Quel treno per Yuma
Se è sempre più difficile fare western oggi non lo è per James Mangold. Il suo Walk the line aveva lasciato a bocca aperta, sul suo treno per Yuma bisogna assolutamente salire..

9. Bourne Ultimatum
Uno dei migliori action movie del decennio. Trama scarna, ridotta al minimo indispensabile, e costruzione della messa in scena mai compiaciuta, che punta dritta al sodo. Gran parte del merito, se non tutto, va alle scelte azzardate di Greengrass.

10. Transformers
Nel complesso un film dignitoso. Ma l’abilità di Michael Bay di regalarci una prima ora di puro intrattenimento come da tempo non se ne vedeva al cinema val bene una menzione.

LE SORPRESE

Crank – Un film piccolo, passato quasi inosservato, che si fonda su una grande idea che lascia sviluppare in libertà nel corso dello svolgimento della trama. Un modo di far cinema semplice ed efficace. Probabilmente efficace perché semplice.
Smokin Aces – Penalizzato da una distribuzione incomprensibile, Smokin aces sfoggia un cast eccellente e rimanda ad echi tarantiniani. Sufficiente per meritare di essere recuperato.

I PIU’ SOTTOVALUTATI

The good shepherd Demolito da critica e non premiato dal pubblico, il film di De Niro è sicuramente complesso e articolato ai limiti dell’indigeribile, ma è sorretto, se non da una grande regia, da una scrittura eccellente, che lavora in maniera sottilmente sotterranea, non sempre visibile. Gli si conceda una seconda chanche.
La vie en rose – Il film di Dahan è discontinuo, sporco, viaggia tra picchi di eccellenza e vere e proprie cadute di stile. Ma è un corpus unico che attrae, che lavora intelligentemente con il pubblico, che affascina perché denota, una volta tanto, una passione viscerale nel raccontare una storia.

Pubblicato da: Xanadu |alle 15:21 | link | commenti (5) |
varie, retrospettive, meltin pot



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