blog-Ammazza la vecchia
blog-boogie street
blog-breaknews
blog-cinedrome
blog-coccinema
blog-delirio cinefilo
blog-eyeswideciak
blog-f4fake
blog-friday prejudice
blog-Giovane cinefilo
blog-Il cinema secondo me
blog-kinemazone
blog-kulturadimazza
blog-movie's home
blog-Murdamoviez
blog-Non si sevizia un Caligari
blog-non solo asia
Castlerock
Cinebloggers
Cinemaplus
Effettonotte
FilmFilm
Fuori Orario
ilGrido
Ioma
Meltinpot
spaziofilm
Zabriskie Point
Cinema 2007: la top ten
Roma 2007: una formula che non funziona
I cento chiodi di Olmi
Capote: le prime 21 inquadrature
Night's nights
Venezia vs Roma
Traiettorie(e derive)del documentario
Il Codice: il perchè di un'operazione fallita
Monicelli-Moretti
Breve sguardo al (nuovo)mondo di Malick
Peter Jackson's King Kong
Dogville: una discussione
L'orgoglio degli Amberson
Horror e politica
Blade runner: una questione aperta
4 Corti
Cinema e Storia (4)
Cinema e Storia (3)
Cinema e Storia (2)
Cinema e Storia (1)
Brodre: due analisi contrapposte
Ancora su Star Wars
Star Wars-Episodio III
Be cool: due (re)visioni a confronto
Ferro3-sull'esaltazione del far-east
Gli Spietati (e qualcos'altro)
Evoluzione naturale
Cinema oggi?
Million Dollar Baby
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
visitato *loading* volte
Con una promessa dentro al cuore
"Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l'abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lí, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lí. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiú mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo lí con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere cosí ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lí quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell'abbeveratoio è ancora lí. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lí con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe piú di tutte".
(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy, pg 249)
"Quando è morto aveva gli occhi chiusi e il cuore aperto". Inizia con un volo radente sulle montagne innevate, che contrappuntano una voice off che va subito al punto, non nascondendo allo spettatore che, con lievità e accortezza, si parlerà di morte, di sofferenza, di dolore umano e fisico.Due grandi attori istrioneggiano sullo schermo. Jack Nicholson è un magnate della sanità privata, misantropo, scorbutico, difficile da conquistare perché estremamente sicuro di sé, fondando la propria sicurezza sulla propria montagna di denaro.
Morgan Freeman è un meccanico di colore, senza grilli per la testa, con una solida famiglia, dei solidi principi, e con una gran passione per i quiz televisivi. Unica cosa in comune: la malattia. Sì, perché la pellicola di Rob Reiner affronta con piglio e verve il tema del disfacimento del corpo, della vecchiaia, del dolore fisico, senza remore, edulcorandolo quel tanto che basta per istaurare un rapporto fiduciario con qualsiasi tipo di pubblico possibile. Il registro commediale, infatti, non risparmia una prima parte nella quale la scomodità dell'essere malati, dell'avere il destino segnato da un grande male, emerge come certa accettazione di sé, del proprio corpo, della propria condizione.
Tutto ciò non impedisce di certo al film di decollare nella sua parte più prettamente comica, quando i due arzilli vecchietti decidono, dopo aver compilato un apposito elenco (la bucket list del titolo originale per l'appunto), di mettere in pratica tutti i sogni di una vita, di realizzare tutti i desideri più nascosti sfruttando al meglio il tempo rimastogli. Inevitabile una certa banalità d'impianto, alcune forzature di script, un finale telefonato, e il ruolo omnicomprensivo dei due grandi attori che riempiono lo schermo, appiattendo sulle loro performance una regia che si limita a svolgere il proprio compitino. Ma Non è mai troppo tardi ha l'enorme pregio di cercare di parlare, nel mondo della grande produzione degli studios, a un pubblico vastissimo di un tema quasi tabù, che solitamente è meglio non trattare, scansare. E lo fa in modo non scontato, mai banale, che restituisce agli occhi di chi lo guarda una possibilità nuova, affatto buonista, di guardare alla vita e, nel suo piccolo, alla commedia contemporanea.
Sono passati trent’anni da La notte delle streghe, il primo capitolo della saga di Halloween di John Carpenter. E, dopo innumerevoli sequel, il terzo millennio vede il gran ritorno dell’epopea per opera di uno degli autori di genere più eclettici e controversi di sempre, Rob Zombie. Il regista de La casa dei 1000 corpi costruisce un prequel quale ulteriore tappa nel lavoro di rimitizzazione di una delle feste tradizionalmente più amate negli Stati Uniti. Proprio perché commercializzata, assurta a ruolo folkloristico-decorativo dallo strombazzamento mediatico che è arrivato a propinarcela anche qui, nel cuore di una cultura lontana anni luce, quella che nasce come la notte del terrore per eccellenza non riscuote ormai più nell’immaginario collettivo e cinematografico quella fascinazione che ha pur avuto in altri tempi. Un processo di banalizzazione, di impoverimento e appiattimento delle più profonde tradizioni favolistiche e ancestrali di una cultura vasta e frammentata come quella americana, figlia di tanti popoli diversi alla ricerca di una propria identità comune.
Carpenter puntava proprio sul conosciuto, su una notte in cui, invece della paura, domina l’ironia, dove invece di chiudersi, di barricarsi in casa per paura dei mostri, i bambini scendono per le strade, socializzano, si incontrano. Notte sicura come nessun’altra, in cui le mamme aspettano serene a casa, senza paura per i figlioletti in giro per le strade. Carpenter rigettava in faccia al pubblico americano le inquietudini e il terrore che erano peculiari di un momento diventato paradossalmente di unione, di comoda sicurezza: giocava il suo contrappasso ritornando, in chiave modernista, alle origini e al senso di quelle favole che riassumevano una lacera carnalità in Michael Myers. Rob Zombie segue molto intelligentemente questo spunto per raccontare, forzando ovviamente un po’ la mano in fase di sceneggiatura, la genesi di uno dei più macabri ed efferati killer della storia del cinema. La strada seguita ricalca le orme di Carpenter nel risvolto macabro-orrorifico di una provincia americana che sembra un incrocio tra i quadri marci ma perfetti di un Lynch d’annata e la disfatta famigliola del Tideland di Gilliam. Ma se quest’ultima veniva “sconfitta” dalla vita, dal vizio e dalla tristezza, il male che alberga nella casa-con-portico-e-amaca di Zombie è del tutto umano, la tremenda umanità di un bimbo che stermina a sangue freddo una famiglia intera, sorellina in fasce esclusa. Ed è questa la parte migliore di tutto il film, gestita autisticamente elidendo i rumori, lasciando parlare la paura, la chiusura verso il mondo percepibile. Una maschera ci impedisce per lunghi tratti di vedere in volto il bimbo killer, il silenzio ci impedisce di entrare in contatto con l’esperienza filmica, e allo stesso tempo ce la restituisce appieno, favorendo un’immedesimazione altrimenti impossibile.
La scritta “quindici anni dopo” sancisce la fine del racconto dell’infanzia di Michael Myers, ma determina anche la fine dello spazio d’autonomia del regista, che si ritrova suo malgrado imbrigliato in un’ora e mezza di amenità di genere, raccordate da una sceneggiatura didascalica e depotenziate da qualsiasi carica immaginifica sovversiva. Lo scarto è impressionante, e all’inizio (quasi) folgorante fa da contrappunto una seconda parte dozzinale, che racconta di un killer qualsiasi, priva di ogni possibile empatia, che si perde tra raffiche di sequenze fotocopia e imbarazzanti citazioni (su tutte il tentativo di omaggio a Blade Runner). Il “The beginning” di Non aprite quella porta aveva lasciato ben sperare che l’ormai avviatissima stagione di prequel non si rivelasse solamente una mera operazione commerciale. Osservare come è stato imbrigliato il talento di Rob Zombie ci torna a far pensare al peggio…
L’ultimo uomo sulla terra non è solo
Robert Neville è un celebre virologo.
Robert Neville lavora per l’esercito.
Robert Neville era il padre di una splendida bimba, e di una bellissima moglie.
Robert Neville era a capo dell’equipe di ricerca del vaccino contro un male inguaribile.
Robert Neville combatte quotidianamente per sfuggire agli Infetti, uomini colpiti da un virus che li ha resi simili a zombie.
Robert Neville è l’ultimo uomo sulla terra.

2012: fuga da New York
L’eclettico Francis Lawrence realizza dopo Constantine un'altra pellicola - ad elevatissimo budget - che punta sull’immagine, sull’interpretazione di un grande attore (prima c’era Keanu Reeves ora abbiamo Will Smith), e che è ambientata in un futuro dai contorni incerti e suggestivi.
Ad impressionare a prima vista in Io sono leggenda è, infatti, la confezione generale, l’utilizzo sapiente ed estremamente funzionale dell’effetto speciale, l’estrema efficacia con la quale viene ricostruita una New York (dove da tre anni regnano sovrani incontrastati ingorghi con auto prive di conducenti), cervi e leoni che si aggirano in campi di erbacce che hanno divelto l’asfalto, grattacieli che sono ormai scheletri di vetro e acciaio.
Una ricostruzione visivamente molto affascinante, che si richiama fortemente alle suggestioni dell’omonimo libro di Matheson del 1954, dal quale sono stati già tratti due film L’ultimo uomo della terra, con Vincent Price, e Occhi bianchi sul pianeta terra, interpretato da Charlton Heston.
Intelligente la scelta di lasciare largo spazio al silenzio, che si introduce nella diegesi della storia come vero e proprio elemento cardine nella costruzione degli spazi e del climax narrativo. I flashback sono ridotti al minimo indispensabile, l’uso delle musiche è attento e quasi mai invasivo.
Come nel suo precedente lavoro, la pecca di Lawrence è una certa difficoltà nella messa in scena, che tende a concentrarsi sugli aspetti più risolti e rintracciabili agli occhi dello spettatore, tralasciando del tutto le problematicità risolvibili unicamente attraverso una determinata gestione delle inquadrature e un dosaggio accorto di montaggio.
Non si riesce a capire fino in fondo se gli Infetti siano intelligenti o meno, non a causa di una voluta ambiguità, ma perché manca totalmente un contrappunto, seppur sfumato, all’immedesimazione con il protagonista. La lettura di determinati passaggi diventa così a tratti farraginosa.
Si capisce d’altra parte perché Will Smith abbia fortemente voluto un film che rimanda a suggestioni profonde, e che con una gestione diversa dello spazio filmico e con un finale meno sbrigativo sarebbe potuto essere ottimo. Ma ci si può comunque piacevolmente accontentare.


Incontro con regista e cast

L
ust, caution. Un avvertimento secco, preciso, impersonale. Quasi ci trovassimo a passare per caso in sala e qualcuno ci volesse avvertire. Attenzione! La lussuria! Una lussuria fisica, quella dalla quale si viene messi in guardia, ma anche mentale. Uno stato dell’essere che trasuda da ogni fotogramma della pellicola di Lee.
Dopo aver rischiato oltreoceano con l’apprezzato Brokeback mountain, Ang Lee torna in Cina, per parlare di tematiche sempre uguali – un amore segreto e ai limiti dell’impossibile – ma sempre diverse, calandole in un contesto e all’interno di una sensibilità che padroneggia in tutte le sue sfaccettature.
Se il film interpretato da Heat Ledger e Jake Gyllenhaal appariva un po’ come un esercizio di stile, pur dal di dentro di una tematica affatto facile, l’estrema patinatura dell’immagine, dovuta ad una maniacale cura della fotografia curata dal messicano Prieto, collaboratore di fiducia di Inarritu, e da una disposizione della messa in scena che non lascia nulla al caso, è estremamente funzionale alla torbida, eppur limpidissima, passione che travolge inaspettatamente un austero comandante della polizia del governo collaborazionista cinese e una giovane donna della resistenza, che ha il compito di circuirlo per poterlo poi eliminare.
Lo sfondo è quello degli anni ’40, della seconda guerra mondiale, i cui campi di battaglia sembrano qualcosa di astratto, di lontano, in cui un idealismo un po’ grezzo e fine a sé stesso, da ambedue le parti, fa cadere il naturale gioco delle parti in una faccenda pericolosa e tutt’altro che lineare ed innocua.
Il vero campo di battaglia diventa dunque quello di uno sguardo, del tentativo, malriuscito in ogni caso, di calcolare i sentimenti, le passioni, di piegarli alla propria volontà. Ang Lee costruisce sapientemente un film in cui tutto è lussuria, per cui tutto sotterraneamente è guerra, è scandalo. 
Le ormai tanto celebri scene d’amore sono solamente la deflagrazione, la materializzazione quasi eccessivamente consolatoria, di un tema che viaggia carsico nelle pieghe della sceneggiatura e del montaggio, che ne contamina il senso e i sensi.
Lee osa fino alla fine, offrendo un finale che rigetta in mano allo spettatore qualsivoglia giudizio di morale e di pragmatica, non permettendogli di indugiare a facili moralismi, né lasciando la comoda scappatoia del “tutto è lecito in amore e in guerra”.
Dunque attenzione: è Ang Lee.
Un'annata, quella del 2007, affatto eccezionale, lungo la quale i film di un certo valore non hanno fatto fatica a conquistare i primi posti di un'ideale, anche se parziale classifica. Si va dal classicismo di Eastwood, alla sperimentazione di Lynch e Van Sant, passando per la riscoperta del film di genere, dal mai scomparso action movie, con pellicole di ottimo livello quali Bourne Ultimatum e Transformers, al western, al quale il treno per Yuma di Mangold concede una fresca boccata d'aria. Scavando bene emerge qualche perla nascosta (si pensi al danese Gli Innocenti, o al piccolo e pazzo Crank), e presunti grandi flop da riscoprire: primo fra tutti De Niro con il suo The good shepherd.
|
1. Lettere da Iwo Jima. |
|---|---|
|
2. Inland Empire |
|
3. Paranoid Park |
|
4. La promessa dell’assassino |
|
5. Apocalypto |
|
6. Le vite degli altri |
|
7. Gli innocenti |
|
8. Quel treno per Yuma |
|
9. Bourne Ultimatum |
|
10. Transformers |
LE SORPRESE
Crank – Un film piccolo, passato quasi inosservato, che si fonda su una grande idea che lascia sviluppare in libertà nel corso dello svolgimento della trama. Un modo di far cinema semplice ed efficace. Probabilmente efficace perché semplice.
Smokin Aces – Penalizzato da una distribuzione incomprensibile, Smokin aces sfoggia un cast eccellente e rimanda ad echi tarantiniani. Sufficiente per meritare di essere recuperato.
I PIU’ SOTTOVALUTATI
The good shepherd – Demolito da critica e non premiato dal pubblico, il film di De Niro è sicuramente complesso e articolato ai limiti dell’indigeribile, ma è sorretto, se non da una grande regia, da una scrittura eccellente, che lavora in maniera sottilmente sotterranea, non sempre visibile. Gli si conceda una seconda chanche.
La vie en rose – Il film di Dahan è discontinuo, sporco, viaggia tra picchi di eccellenza e vere e proprie cadute di stile. Ma è un corpus unico che attrae, che lavora intelligentemente con il pubblico, che affascina perché denota, una volta tanto, una passione viscerale nel raccontare una storia.
Saw IV
Il treno per Darjeeling
L'ultima missione
Tutti pazzi per l'oro
3Ciento
Jimmy della collina
Il matrimonio è un affare di famiglia
L'altra donna del re
Alla ricerca dell'isola di Nim
All'amore assente
In amore niente regole
I padroni della notte
L.A. Confidential
Non pensarci
Next
Interview
Nessuna qualità agli eroi
MissTake
La guerra di Charlie Wilson
Spiderwick
Colpo d'occhio
Una storia americana
10.000 AC
Io non sono qui
Per uno solo dei miei due occhi
Jumper
Fine pena mai
Un uomo qualunque
Sweeney Todd
Away from her
Parlami d'amore
Cloverfield
Non è un paese per vecchi
Non c'è più niente da fare
La promessa dell'assassino
Bonekamp in Saw IV
Ale55andra in Saw IV
utente anonimo in Il treno per Darjeel...
utente anonimo in Il matrimonio è un ...
raystorm in Il treno per Darjeel...
raystorm in Tutti pazzi per l'or...
steutd in Il treno per Darjeel...
Bonekamp in 3Ciento
utente anonimo in 3Ciento
P72 in Sweeney Todd
anteprime
approfondimenti
articoli
castlerock
cinefile
cinemaplus
citazioni
coming soon
conferenze stampa
discussioni
effettonotte
eventi
festa di roma 2006
festa di roma 2007
filmfilm
filmup
ilgrido
immagini
interviste
ioma
le stanze del cinema
meltin pot
news
recensioni
retrospettive
spaziofilm
un film in due parole
varie
zabriskie point