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Quelle nate dalla matita di Iginio Straffi non sono solo delle piccole eroine di una fortunata serie tv. No, le Winx in brevissimo tempo sono diventate molto di più. Un fumetto, una linea di prodotti per la scuola, un giocattolo con tutte le varianti del caso, una serie di trucchi per bambine.
Una gigantesca operazione di merchandising che ha innescato un vero e proprio fenomeno di costume tra i preadolescenti, anzi, tra le preadolescenti di oggi.
Non stupisce dunque che sarebbe arrivato prima o poi anche il lungometraggio, la pellicola ispirata al magico mondo delle fatine alla moda.
Così come non stupisce che la Rai, che detiene i diritti di proiezione delle opere di Straffi, sia intervenuta pesantemente nel finanziamento del progetto Winx - Il segreto del regno perduto, costato ben oltre i venti milioni di euro nel suo complesso, coinvolgendo, nelle varie fasi della lavorazione, più di 400 persone per vedere la propria stesura definitiva.
L'idea di Straffi, che sta alla base del lancio e del grande sforzo compiuto per la realizzazione del film, è quella di sfidare quelli che lui chiama "i primi della classe" nel mondo dell'animazione, vale a dire Dreamworks ma soprattutto Pixar, creando una sinergia di forze che abbia la sua base e il suo centro in Italia, ma che attragga talenti da tutto il mondo, con uno sguardo attento e curioso al panorama europeo.
Se la sfida che viene posta da Straffi si dispiega su un piano meramente tecnico, Winx esce dal paragone - ma c'è veramente bisogno di dirlo? - con le ossa rotte. Il 3D nel quale vengono riconvertite le fatine dalla bidimensione televisiva è assolutamente migliorabile. Si intravede un notevole sforzo legato alle ombre, agli elementi più delicati di questo tipo di animazioni come il drappeggio dei vestiti e i capelli, ma l'espressività dei personaggi è quasi nulla, e i movimenti e l'assemblaggio generale ancora macchinoso.
Bisogna purtroppo anche segnalare, cosa magari non rilevante per questo genere di lavori ma pur sempre indicatore importante di una certa cura del prodotto finito, una generale mancanza di script. Particolarissimi nomi di luoghi e personaggi si incrociano in un dettaglio esasperato, non supportato da un impianto narrativo degno di nota. Il bene contro il male, le fatine contro le streghe; questo, e poco, pochissimo altro, basta a descrivere quel che accade in un'ora e mezza, perduta in snodi narrativi non risolti o in raccordi improvvisati.
Si punta tutto su un pubblico preadolescenziale, nonostante il tentativo, del tutto naufragato, di Straffi di "fare un film anche per le mamme e i papà", chiudendo la porta a qualsiasi ulteriore livello di analisi o di fruibilità del prodotto.
Scelta che magari, a livello di budget (Winx - Il segreto del regno perduto viene distribuito in sala nella bellezza di 600 copie) e di incassi pagherà, e profumatamente, ma che non può non far storcere il naso, pur con tutte le attenuanti, sull'effettivo valore della pellicola, relegata ad un pubblico under 10 e all'alimentazione di un florido mondo commerciale d'intrattenimento per piccole aspiranti fatine.
Rispondendo alle critiche che hanno accolto in Germania il suo ultimo film, Dani Levy sottolinea che gli sembra francamente inutile l'interrogativo più ricorrente che è stato posto rispetto al film negli ultimi mesi: ossia se si possa o meno ridere su un argomento tanto serio, su Hitler e sul Reich nazionalsocialista.
basiti: di fronte alla complessità e alla tragicità di tali eventi, non siamo certi che non si possa scherzare, ridere. Ma per lo meno lo si dovrebbe fare in modo ficcante, intelligente, innovativo. Che in qualche modo faccia riflettere.Maglioncino marrone, occhiali dalla montatura giovanile e zazzera spettinata. Così si presenta la faccia curiosa e incuriosita di Dani Levy a Roma, in una splendida giornata di novembre, per presentare il suo nuovo film, Mein Führer, satira improbabile e grottesca della Germania degli anni '40, che ha destato scalpore in patria suscitando svariate critiche e qualche apprezzamento. Ma Levy si lascia per un momento alle spalle tutto questo, e si concede un ricordo di Ulrich Mühe, splendido interprete di Funny Games e de Le vite degli altri, qui alla sua ultima interpretazione prima della prematura scomparsa dovuta ad un tumore.
"Conoscevo Mühe da tanti anni - dice Levy. Un uomo modesto, silenzioso. Non era un divo, non si dava mai delle arie. All'inizio aveva partecipato al casting, ma lo avevo rifiutato. Poi l'ho richiamato, e ho fatto una scelta splendida. In fase di montaggio mi sono reso conto di quanto la sua tecnica sia splendida, di quanto curi il dettaglio. Mentre stavamo girando non sapevamo che fosse malato. E' stato ricovera
to appena abbiamo finito le riprese..."
Chiude con un sorriso malinconico, per poi riprendere a spron battuto sulle reazioni che il film ha suscitato in patria: "Beh, il pubblico ha apprezzato molto, c'è stato più di un milione di persone che è andato a vedere il film. Le critiche invece sono state di tutti i tipi. La domanda che mi si rivolgeva sempre e che trovavo piuttosto noiosa era relativa al fatto di quanto fosse consentito scherzare su Hitler. Per me era semplicemente una tragedia con elementi comici, perché una vera e propria commedia su questo tema non si può fare. Sono stato in diverse sale, a diverse proiezioni, e le reazioni erano sempre diverse. Alcuni ridevano da coprire il sonoro, in altre sale c'era un silenzio di tomba. Questo film si assorbe in maniera del tutto soggettiva".
L'esigenza di girare una pellicola tanto fuori dal comune nasce da lontano: "Sono stato sempre a disagio con le ricostruzioni al cinema del nazismo in Germania. Il tentativo era sempre quello di shockare il pubblico. In altri paesi si esploravano approcci diversi. Da voi per esempio, ci sono esempi interessantissimi: Pasolini, Benigni, la Wertmuller. Da noi non esistono film così. Ho molto riflettuto in effetti sul fatto che Hitler potesse essere una figura umana, anche comica. Ho accettato la sfida, ma sapevo sarebbe stato un film controverso".
Un Hitler comico dunque. Un debito enorme da saldare dunque, che Levy non ha timore di riconoscere: "Beh si deve tutto a Chaplin e al suo Grande dittatore. Quello è un film con cui ho dovuto fare inevitabilmente i conti".
Dici Pixar e dici successo assicurato. Non fa eccezione Ratatouille, l’ultimo nato della casa, che ritorna e rilancia sugli animaletti più presenti nei lavori di animazione: i topi. Questa volta a farla da padrone è Remy, un topolino di città in bilico tra il suo essere sorcio e l’aspirazione a condividere le “cose” degli umani, attraverso il suo grande dono, quello del saper cucinare. Ed è proprio da qui che si parte, dal titolo, curioso incrocio tra la pronuncia francese di topo (in quel di Parigi è ambientata l’azione) e una specialità di Nizza, un piatto tipico a base di verdure.
Inserendosi prepotentemente nel filone “culinario”, in questi ultimi tempi molto battuto ad Hollywood, la Pixar rilancia il mito del volontarismo tipicamente yankee, della possibilità di farcela con le proprie forze, a tutti i costi. Il piccolo topo lotta per arrivare là dove nessun ratto è mai riuscito, a farsi cioè accettare dalla comunità degli uomini. Doppia è la difficoltà che incontra: inutile sottolineare quella che vede lui, sorcetto di città che scorrazza per le cucine di un ristorante, essere rifiutato, schifato, dagli uomini che lo vedono; a cui si aggiunge il rifiuto della sua stessa comunità d’origine, che si ciba unicamente di avanzi e cammina sulle quattro zampe, non avendo nessuna remora nel sporcarsele, così come invece teme Remy, e che fatica ad accettarlo con queste sue stravaganze. Gli elementi che compongono il film sono dunque molteplici e complessi: il rapporto, antico e in una certa misura narrativamente stereotipato, tra uomini e topi, la problematica integrazione del piccolo protagonista fra gli uomini, come anche fra i suoi simili, il rapporto tra due sfere radicalmente diverse che scoprono un’improbabile sintesi attorno ai fornelli. Gli animatori lavorano attorno a questi temi operando una complicata sintesi tra elementi tanto diversi, che arrivano a comporsi e ad armonizzarsi senza forzature. Nulla è ceduto all’antropomorfismo dei piccoli animaletti (se non per quanto riguarda la posizione eretta del protagonista), il cui aspetto “collettivamente” sgradevole è anzi più volte visivamente ribadito. Eppure l’integrazione tra i due mondi avviene linearmente e solidamente, senza strappi o scossoni di sorta.
Tecnicamente le vette raggiunte sono altissime, tutto si rivela funzionale alla storia, i virtuosismi sono banditi, e questo non può che far bene alla solidità d’impianto del film. Ratatouille punta sull’assoluta amalgama tra la tecnica sfoderata e la forza della storia raccontata. Insieme che risulta compatto e che rende la pellicola un lavoro maturo. Di contro, non si osa molto: la storia rimane sui binari del classicismo favolistico per bambini, pur riuscendo ad essere in qualche modo appetibile anche ad un pubblico più adulto. Il rischio di una buona, pedante, morale viene schivato solo per poco, e i riferimenti alla “possibilità di farcela” di fronte ad una critica, di qualunque tipo essa sia, che ha meno anima dell’opera più mediocre, appaiono quantomeno stanchi, telefonati. Ma probabilmente da Ratatouille non ci si aspettava che osasse, come anticonformismo di narrazione e messa in scena. Anche perché, rimanendo sui binari di una certa classicità di genere, risulta comunque una delle opere più mature e complete degli ultimi anni. E forse, per adesso, ci si può accontentare.



tale, la creazione di un climax. La natura e i segreti del 'nascondiglio' di cui al titolo, vengono svelati attraverso una veloce quanto esplicativa inquadratura, sufficiente a depotenziare lo strano gioco delle parti che si instaura per tutto il corso della storia tra la protagonista e la casa nella quale va a vivere.
ncontro con Pupi Avati
re a Laura un finto finale, più rassicurante, nel quale lei salvava il bambino. Non sapeva che in realtà avremmo rimontato la scena con lei che incrociava lo sguardo con la vecchina e si spaventava a morte!".
In bilico fra due mondi
Tra Germania e Turchia, Fatih Akin ripercorre le sue origini di figlio d'immigrati, raccontando due storie che si intrecciano: quella di un professore di filosofia, il cui padre uccide in un tragico incidente una prostituta, e quella della figlia di lei, dispersa da tanti anni nella nativa Turchia; sulle sue tracce si metterà proprio il giovane studioso, quasi per lenire un sordo e lontano senso di colpa...

Un talento all’opera
Dopo La sposa turca, il talentuoso Fatih Akin propone un nuovo film pregnante e profondo, in cui due vicende si intrecciano a metà fra lo sfondo metropolitano europeo - nella fattispecie tedesco - e quello della megalopoli urbana di Istanbul.
Akin sfasa i tempi narrativi, intersecando due storie che potrebbero essere raccontate separatamente, salvo per alcuni, significativi punti di contatto che la narrazione esalta ed evidenzia; una gestione degli spazi e delle inquadrature non sempre impeccabile, quella del regista, una messa in scena a volte approssimativa, quasi affrettata, ma che non cede mai all’ambizione, alla voglia di strafare: il film è dunque vivo, pulito, privo di pretese autoriali, eppur latore di un modello di cinematografia maestoso, che non si accontenta della minuta indagine introspettiva o sociologica, ma che le sfrutta per parlare d’altro, per ampliare il proprio respiro e la propria gittata.
Così Akin intreccia un dramma che narra le vicende di migranti di prima e di seconda generazione, del loro tentativo d'integrarsi, ma anche del più profondo desiderio di appartenenza, di nostalgia di una patria perduta o, piuttosto, mai avuta. Il regista ha anche scritto il copione, e il talento cristallino emerge nell’architettura complessiva sulla quale poggia il film; in tal senso si nota - sia nel bene (l’ampio respiro e i perfetti tempi di incastro dei diversi livelli di racconto), che nel male (l’affastellarsi di snodi narrativi, la ridondanza un po’ forzata di alcuni passaggi) - l'influsso dello sceneggiatore delle pellicole di Inarritu, Guillermo Arriaga, menzionato fra i ringraziamenti.
Nel complesso, Ai confini del paradiso appare un oggetto di valore, che espone coraggiosamente il fianco a tutta una serie di critiche e appunti: ma, considerando anche la giovane età dell’autore, che confeziona un'ennesima prova di livello, si rivela davvero sorprendente per profondità di sguardo.

ile da mettere sulla bocca di chicchessia nel 1872), ma sbaglia Faenza ad assolutizzare il discorso, a privarci delle giuste chiavi di lettura di un testo che per molti altri versi ha delle notevoli tangenze con l'oggi.
orso finale che il protagonista pronuncia, e che assomiglia molto alla celebre imitazione crozziana di Veltroni "è nel libro. Tutte le parti politiche sono riprese dal libro, non le abbiamo scritte noi".
Un Nanni Moretti rilassato e cordiale, insieme alla critica e giornalista Emanuela Martini, presenta la venticinquesima edizione del Torino Film Festival, la prima sotto la direzione dell'attore e regista romano.
trovata una soluzione: spostare di cinque giorni la Festa di Roma. Ecco, io ho rispetto del mio tempo, fino a quando ci sarò io non parteciperemo mai a queste riunioni. Anche perché se la Festa fosse solo una sfilata di star, un'operazione di costume e di grande cinema, sarebbe un conto. Ma è invece strutturata anche con sezioni extra, cinema nascosto eccetera. E' stato, per dirla con un grande eufemismo, un gesto poco elegante. Ma ormai c'è, che dobbiamo fare? Bisogna prenderne atto".
Quante volte siamo entrati in una stanza, in un ambiente che incute timore, soprattutto quando non è familiare? La prima cosa che si fa, per esempio, entrando in una stanza d’albergo, è accendere la luce, per padroneggiare uno spazio impersonale, e per questo distante da sé, nel peggiore dei casi inquietante.
Mike Enslin, il protagonista del film, lucra su questo. Prende, cioè, queste inquietudini, queste suggestioni a buon mercato, le impacchetta all’interno di una storia di fantasmi, di non morti, di fenomeni paranormali, e le vende sotto forma di libri. Con scarso successo e con molta disillusione, a dire il vero.
Finché, andando a caccia dell’ennesima storia di suggestioni e poco altro, non incappa nell’insolita resistenza della direzione dell’Hotel Dolphin nel volerlo ospitare nella stanza 1408.
L’insistenza e la caparbietà di Enslin si riveleranno un’arma a doppio taglio.
Un horror stanco e povero questo di Mikael Hafstrom, già visto dietro la macchina da presa per Kops e Derailed, che schiera un John Cusak nell’ennesima piccola produzione di genere, e vede una piccola partecipazione di Samuel L. Jackson, amplificata e strombazzata come vera e propria parte da protagonista da parte della produzione.
La stanza in cui si rinchiude il protagonista è, ovviamente, maledetta, e tenta in tutti i modi di fiaccare la resistenza dell’ospitato, fino a portarlo alla morte. La sceneggiatura, fortunatamente, ci risparmia un’abborracciata spiegazione del fenomeno, per passare direttamente all’azione.
Ma la suspance latita, dovrebbe essere definita, nelle intenzioni del regista, attraverso gli effetti speciali, che si rivelano scarni e datati, fiaccando l’intelaiatura globale sulla quale si poggia tutta l’architettura narrativa della pellicola.
Un film che dà la brutta impressione di essere un fondo di magazzino recuperato e rilanciato a distanza di dieci anni in un mercato con il quale non può più competere.
Aspettiamo tutti e tre (Hafstrom, Cusak e Jackson) a ben altre prove, sperando che 1408 possa essere un banale incidente di percorso.
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