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martedì, 27 novembre 2007
Winx club

Quelle nate dalla matita di Iginio Straffi non sono solo delle piccole eroine di una fortunata serie tv. No, le Winx in brevissimo tempo sono diventate molto di più. Un fumetto, una linea di prodotti per la scuola, un giocattolo con tutte le varianti del caso, una serie di trucchi per bambine.
Una gigantesca operazione di merchandising che ha innescato un vero e proprio fenomeno di costume tra i preadolescenti, anzi, tra le preadolescenti di oggi.
Non stupisce dunque che sarebbe arrivato prima o poi anche il lungometraggio, la pellicola ispirata al magico mondo delle fatine alla moda.
Così come non stupisce che la Rai, che detiene i diritti di proiezione delle opere di Straffi, sia intervenuta pesantemente nel finanziamento del progetto Winx - Il segreto del regno perduto, costato ben oltre i venti milioni di euro nel suo complesso, coinvolgendo, nelle varie fasi della lavorazione, più di 400 persone per vedere la propria stesura definitiva.
L'idea di Straffi, che sta alla base del lancio e del grande sforzo compiuto per la realizzazione del film, è quella di sfidare quelli che lui chiama "i primi della classe" nel mondo dell'animazione, vale a dire Dreamworks ma soprattutto Pixar, creando una sinergia di forze che abbia la sua base e il suo centro in Italia, ma che attragga talenti da tutto il mondo, con uno sguardo attento e curioso al panorama europeo.
Se la sfida che viene posta da Straffi si dispiega su un piano meramente tecnico, Winx esce dal paragone - ma c'è veramente bisogno di dirlo? - con le ossa rotte. Il 3D nel quale vengono riconvertite le fatine dalla bidimensione televisiva è assolutamente migliorabile. Si intravede un notevole sforzo legato alle ombre, agli elementi più delicati di questo tipo di animazioni come il drappeggio dei vestiti e i capelli, ma l'espressività dei personaggi è quasi nulla, e i movimenti e l'assemblaggio generale ancora macchinoso.
Bisogna purtroppo anche segnalare, cosa magari non rilevante per questo genere di lavori ma pur sempre indicatore importante di una certa cura del prodotto finito, una generale mancanza di script. Particolarissimi nomi di luoghi e personaggi si incrociano in un dettaglio esasperato, non supportato da un impianto narrativo degno di nota. Il bene contro il male, le fatine contro le streghe; questo, e poco, pochissimo altro, basta a descrivere quel che accade in un'ora e mezza, perduta in snodi narrativi non risolti o in raccordi improvvisati.
Si punta tutto su un pubblico preadolescenziale, nonostante il tentativo, del tutto naufragato, di Straffi di "fare un film anche per le mamme e i papà", chiudendo la porta a qualsiasi ulteriore livello di analisi o di fruibilità del prodotto.
Scelta che magari, a livello di budget (Winx - Il segreto del regno perduto viene distribuito in sala nella bellezza di 600 copie) e di incassi pagherà, e profumatamente, ma che non può non far storcere il naso, pur con tutte le attenuanti, sull'effettivo valore della pellicola, relegata ad un pubblico under 10 e all'alimentazione di un florido mondo commerciale d'intrattenimento per piccole aspiranti fatine.

Pubblicato da: Xanadu |alle 21:44 | link | commenti (2) |
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venerdì, 23 novembre 2007
Mein Fuhrer

Rispondendo alle critiche che hanno accolto in Germania il suo ultimo film, Dani Levy sottolinea che gli sembra francamente inutile l'interrogativo più ricorrente che è stato posto rispetto al film negli ultimi mesi: ossia se si possa o meno ridere su un argomento tanto serio, su Hitler e sul Reich nazionalsocialista.
Se questa può sembrare un'istanza oziosa, e forse lo è pure, la vera domanda che sorge dopo la visione di Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler è se si possa ridere, sorridere, riflettere, sul nazismo con un film del genere.
Tutto il marketing, la locandina, ma anche la stessa impostazione scenica, la costruzione delle prime sequenze, imposta la pellicola come una commedia. Poco importa che lo stesso Levy si schermisca dicendo di aver voluto fare una "tragedia dalle venature comiche".
No respingiamo decisamente questa tesi politically correct, e scendiamo sul campo della lettura del testo cinematografico: Mein Führer è una commedia con tutti i crismi del caso.
L'ossessività del saluto nazista reiterato in tutte le prime sequenze, il calcare la mano sull'assurda burocratizzazione della macchina statale, il braccio ingessato del leader delle SS Himmler a mo' di perenne e ingombrante saluto romano, e via discorrendo. Tutti elementi che, uniti al grottesco e improbabile rapporto che si sviluppa tra Hitler e un attore ebreo che dovrebbe ridargli la carica per un ultimo, grandioso discorso, strutturano il film sui binari della commedia pura, ammiccano di continuo allo spettatore in cerca della sua indulgenza e del suo sorriso, senza soluzione di continuità.
Non basta una certa malinconica inesorabilità del finale a smorzarne l'effetto.
Assodato questo, alcuni aspetti dell'opera lasciano a dir poco perplessi. Un Hitler grottesco, interpretato da un Helge Schneider truccato al punto tale da sembrare quasi una maschera di carnevale, che arriva a dire di non avere nulla contro gli ebrei quando lo lasciano in pace, e che si corica nel letto tra l'attore che gli dà lezioni di recitazione (il compianto Ulrich Muhe, qui alla sua ultima interpretazione) e la moglie, a cercare un improbabile conforto affettivo, ha un impatto piuttosto agghiacciante, invece di far ridere come nelle intenzioni.
Ma è un pò tutto il rapporto che si instaura tra il Führer e l'attore ebreo che genera più di qualche perplessità. Una dinamica stantia, prevedibile, che si colora di un'opaca tinta grottesca più che di uno sfavillante humor nero, e che lascia veramente basiti: di fronte alla complessità e alla tragicità di tali eventi, non siamo certi che non si possa scherzare, ridere. Ma per lo meno lo si dovrebbe fare in modo ficcante, intelligente, innovativo. Che in qualche modo faccia riflettere.
Tutti aspetti che mancano a Mein Führer, che si maschera dietro un'improbabile analisi psicologica dell'infanzia del dittatore tedesco, ma che non riesce a fare i conti, pur con tutti i distinguo del caso, con l'intelligente percezione dell'impossibilità di non fare per nulla i conti con la drammaticità di determinate vicende propria, in periodi e a diversi livelli, di altri film che si inseriscono sulla stessa falsariga. Come non pensare a La vita è bella, di Benigni, o a Il grande dittatore di Chaplin.
Forse si potrà ridere anche di queste vicende. Senza però cadere nel ridicolo.
Incontro con Dani Levy

Maglioncino marrone, occhiali dalla montatura giovanile e zazzera spettinata. Così si presenta la faccia curiosa e incuriosita di Dani Levy a Roma, in una splendida giornata di novembre, per presentare il suo nuovo film, Mein Führer, satira improbabile e grottesca della Germania degli anni '40, che ha destato scalpore in patria suscitando svariate critiche e qualche apprezzamento. Ma Levy si lascia per un momento alle spalle tutto questo, e si concede un ricordo di Ulrich Mühe, splendido interprete di Funny Games e de Le vite degli altri, qui alla sua ultima interpretazione prima della prematura scomparsa dovuta ad un tumore.
"Conoscevo Mühe da tanti anni - dice Levy. Un uomo modesto, silenzioso. Non era un divo, non si dava mai delle arie. All'inizio aveva partecipato al casting, ma lo avevo rifiutato. Poi l'ho richiamato, e ho fatto una scelta splendida. In fase di montaggio mi sono reso conto di quanto la sua tecnica sia splendida, di quanto curi il dettaglio. Mentre stavamo girando non sapevamo che fosse malato. E' stato ricoverato appena abbiamo finito le riprese..."
Chiude con un sorriso malinconico, per poi riprendere a spron battuto sulle reazioni che il film ha suscitato in patria: "Beh, il pubblico ha apprezzato molto, c'è stato più di un milione di persone che è andato a vedere il film. Le critiche invece sono state di tutti i tipi. La domanda che mi si rivolgeva sempre e che trovavo piuttosto noiosa era relativa al fatto di quanto fosse consentito scherzare su Hitler. Per me era semplicemente una tragedia con elementi comici, perché una vera e propria commedia su questo tema non si può fare. Sono stato in diverse sale, a diverse proiezioni, e le reazioni erano sempre diverse. Alcuni ridevano da coprire il sonoro, in altre sale c'era un silenzio di tomba. Questo film si assorbe in maniera del tutto soggettiva".
L'esigenza di girare una pellicola tanto fuori dal comune nasce da lontano: "Sono stato sempre a disagio con le ricostruzioni al cinema del nazismo in Germania. Il tentativo era sempre quello di shockare il pubblico. In altri paesi si esploravano approcci diversi. Da voi per esempio, ci sono esempi interessantissimi: Pasolini, Benigni, la Wertmuller. Da noi non esistono film così. Ho molto riflettuto in effetti sul fatto che Hitler potesse essere una figura umana, anche comica. Ho accettato la sfida, ma sapevo sarebbe stato un film controverso".
Un Hitler comico dunque. Un debito enorme da saldare dunque, che Levy non ha timore di riconoscere: "Beh si deve tutto a Chaplin e al suo Grande dittatore. Quello è un film con cui ho dovuto fare inevitabilmente i conti".

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:07 | link | commenti (2) |
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Ratatouille

Dici Pixar e dici successo assicurato. Non fa eccezione Ratatouille, l’ultimo nato della casa, che ritorna e rilancia sugli animaletti più presenti nei lavori di animazione: i topi. Questa volta a farla da padrone è Remy, un topolino di città in bilico tra il suo essere sorcio e l’aspirazione a condividere le “cose” degli umani, attraverso il suo grande dono, quello del saper cucinare. Ed è proprio da qui che si parte, dal titolo, curioso incrocio tra la pronuncia francese di topo (in quel di Parigi è ambientata l’azione) e una specialità di Nizza, un piatto tipico a base di verdure.
ImageInserendosi prepotentemente nel filone “culinario”, in questi ultimi tempi molto battuto ad Hollywood, la Pixar rilancia il mito del volontarismo tipicamente yankee, della possibilità di farcela con le proprie forze, a tutti i costi. Il piccolo topo lotta per arrivare là dove nessun ratto è mai riuscito, a farsi cioè accettare dalla comunità degli uomini. Doppia è la difficoltà che incontra: inutile sottolineare quella che vede lui, sorcetto di città che scorrazza per le cucine di un ristorante, essere rifiutato, schifato, dagli uomini che lo vedono; a cui si aggiunge il rifiuto della sua stessa comunità d’origine, che si ciba unicamente di avanzi e cammina sulle quattro zampe, non avendo nessuna remora nel sporcarsele, così come invece teme Remy, e che fatica ad accettarlo con queste sue stravaganze. Gli elementi che compongono il film sono dunque molteplici e complessi: il rapporto, antico e in una certa misura narrativamente stereotipato, tra uomini e topi, la problematica integrazione del piccolo protagonista fra gli uomini, come anche fra i suoi simili, il rapporto tra due sfere radicalmente diverse che scoprono un’improbabile sintesi attorno ai fornelli. Gli animatori lavorano attorno a questi temi operando una complicata sintesi tra elementi tanto diversi, che arrivano a comporsi e ad armonizzarsi senza forzature. Nulla è ceduto all’antropomorfismo dei piccoli animaletti (se non per quanto riguarda la  posizione eretta del protagonista), il cui aspetto “collettivamente” sgradevole è anzi più volte visivamente ribadito. Eppure l’integrazione tra i due mondi avviene linearmente e solidamente, senza strappi o scossoni di sorta.
ImageTecnicamente le vette raggiunte sono altissime, tutto si rivela funzionale alla storia, i virtuosismi sono banditi, e questo non può che far bene alla solidità d’impianto del film. Ratatouille punta sull’assoluta amalgama tra la tecnica sfoderata e la forza della storia raccontata. Insieme che risulta compatto e che rende la pellicola un lavoro maturo. Di contro, non si osa molto: la storia rimane sui binari del classicismo favolistico per bambini, pur riuscendo ad essere in qualche modo appetibile anche ad un pubblico più adulto. Il rischio di una buona, pedante, morale viene schivato solo per poco, e i riferimenti alla “possibilità di farcela” di fronte ad una critica, di qualunque tipo essa sia, che ha meno anima dell’opera più mediocre, appaiono quantomeno stanchi, telefonati. Ma probabilmente da Ratatouille non ci si aspettava che osasse, come anticonformismo di narrazione e messa in scena. Anche perché, rimanendo sui binari di una certa classicità di genere, risulta comunque una delle opere più mature e complete degli ultimi anni. E forse, per adesso, ci si può accontentare.

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:56 | link | commenti (2) |
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sabato, 17 novembre 2007
Beowulf

Dopo Polar Express, la sperimentazione di Robert Zemeckis passa per il primo grande (e incompiuto) poema in lingua anglosassone, quel Beowulf che viene datato intorno all'VIII secolo, e che con i suoi oltre 3000 versi è il più lungo poema arcaico anglosassone che ci sia mai giunto.
Un'opera complessa, pervenutaci in forma frammentaria, che è stata da sempre fonte di buona parte della letteratura fantasy, e che si presta ad una notevole molteplicità di piani di lettura e di possibilità intepretative. Impossibili da poter essere risolte in due ore scarse di film. L'intelligenza di Zemeckis è quella di voler sottrarsi da una prova di attinenza con il testo, dalla quale sarebbe inevitabilmente uscito con le ossa rotte, e di porre il magico e affascinante mondo dell'eroe scandinavo come ulteriore frontiera per esplorare le potenzialità del performance capture, la particolarissima tecnica espressiva di cui il regista si serve dal suo film precedente.
Si, perchè pur avendo recitato nella pellicola attori del calibro di Anthony Hopkins, John Malkovich e Angelina Jolie, tutto il girato di La leggenda di Beowulf viene rielaborato e rimodellato al computer, conservando una perfetta somiglianza anatomica e di lineamenti con gli attori in carne ed ossa. Ai quali, poi, viene aggiunto lo sfondo degli splendidi panorami scandinavi, e l'ambientazione di una terra magica e ancestrale, piena di re guerrieri, mostri e draghi. La storia di Beowulf, del terribile mostro Grendel, e della sua malvagia madre, rivive così nell'immaginifica costruzione di Zemeckis.
L'impatto estetico lascia fin da subito qualche perplessità. Se il passaggio al computer permette di lavorare sulle ambientazioni e sulle scenografie quasi senza limitazioni, d'altra parte lascia un'impronta di meccanicità ai movimenti e di inespressività facciale ai personaggi che, soprattutto perchè interpretati da volti noti, non possono lasciare indifferenti.
I difetti nella scelta di tale realizzazione tecnica, che già aveva mostrato una certa difficoltà in Polar Express, riemergono prepotentemente anche in Beowulf, allontanando il pubblico da un coinvolgimento empatico con l'epicità della storia, veicolata da volti inespressivi e fisicità innaturali e poco fluide.
D'altra parte le scelte di regia (seppur 'artificiale') lasciano spesso a bocca aperta, con dei piani e dei movimenti di macchina audaci e suggestivi, possibili solo grazie all'uso del digitale, ma non per questo meno realistici ed efficaci. Ma una buona gestione della regia e un'ottima scelta delle musiche non bastano a risollevare le sorti di una pellicola che, oltre i limiti tecnici ai quali va incontro, si dispiega lentamente, priva di pathos, non lasciando la possibilità al pubblico di affezionarsi a nessuno dei suoi personaggi.
Ci si augura che Zemeckis continui su questa strada, che potrebbe aprire porte interessanti e lanciare soluzioni tecniche e possibilità narrative immense. Ma, allo stato attuale delle cose, solo una solidissima ed efficacissima sceneggiatura può sopperire alla freddezza di fondo che caratterizza ancora il motion capture. E questo, purtroppo, non è il caso di Beowulf.

Pubblicato da: Xanadu |alle 11:09 | link | commenti (2) |
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Il nascondiglio

Attesissimo, il ritorno di Pupi Avati dietro la macchina da presa. Non per una sua chissà quanto prolungata assenza (è dell'anno scorso La cena per farli conoscere), quanto per il fatto che erano dodici anni, dall'ormai lontano L'arcano incantatore, che il regista bolognese non tornava a cimentarsi con l'horror. Il suo La casa dalle finestre che ridono rimane infatti un piccolo cult del genere gotico italiano, e la riproposizione di Avati alle prese con un certo tipo di cinema di genere, ormai del tutto trascurato in Italia, destava numerose aspettative. Siamo chiari con il lettore: Il nascondiglio non risponde alle attese, non almeno nella maniera sperata. Questo non significa d'altra parte che la pellicola di Avati sia un brutto film. Al contrario si presta ad una molteplicità di letture, la sintesi delle quali fa propendere la bilancia sul lato delle occasioni perse piuttosto che su quello delle opere riuscite.
Si nota immediatamente (se la locandina non fosse bastata) come il regista strutturi la sua opera come se fosse un horror. Gli stilemi narrativi, le soluzioni sceniche adottate, rimandano proprio ai canoni classici di quel particolare filone del genere, eppure lo script se ne discosta non poco, puntrando, più che sulla meccanica degli effetti e sulla suggestione delle atmosfere, sulla centralità della protagonista, con i suoi dubbi, le sue incertezze e le sue paure, indirizzando la pellicola più sotto l'etichetta di thriller psicologico che sotto quella di un horror vero e proprio.
Questa 'deriva' globale della narrazione contrasta così con le scelte espressive, che spesso non appaiono funzionali allo scorrere limpido della narrazione.
Che bisogno c'è di costruire una lunga sequenza in cui l'attrice si avvicina in modo inquietante e circospetto ad un banalissimo telefono che squilla se al pubblico è già stata fornita l'informazione che ne sta per seguire una banale telefonata senza ulteriori colpi di scena nell'economia dell'inquadratura?
Questo solo uno degli esempi di come le cartucce ci siano, e Avati le sappia maneggiare bene (la sequenza in sè è costruita magistralmente) ma di come poi si ritrovi a spararle un pò a casaccio.
Altre scelte di questo tipo penalizzano il pathos ambientale, la creazione di un climax. La natura e i segreti del 'nascondiglio' di cui al titolo, vengono svelati attraverso una veloce quanto esplicativa inquadratura, sufficiente a depotenziare lo strano gioco delle parti che si instaura per tutto il corso della storia tra la protagonista e la casa nella quale va a vivere.
Un mix poco felice di scelte narrative e lavoro sulla messa in scena, l'improbabile amalgama priva di sintesi che ne vien fuori, si rivela il vero e proprio tallone d'achille del film di Avati.
Si potrebbe soprassedere ad una recitazione della Morante dal minimalismo ai limiti dell'irritante, così come ad una serie di ingenuità nel racconto che magari non inciderebbero a fondo sul livello qualitativo generale. Ma non si riesce a non notare come l'insieme sia mal calibrato, come i tasselli che compongono il puzzle globale non si incastrino alla perfezione.
Pure un'ottima realizzazione tecnica, che conferisce al Il nascondiglio uno spessore artigianale di grande dignità e solidità, non riesce a compensare quella sensazione di disomogeneità, di sfasamento tra i singoli elementi che, non lavorando all'unisono, risultano pur sempre di valore, ma non sortiscono l'effetto desiderato.
Incontro con Pupi Avati
Torna sugli schermi Pupi Avati. E questa non è una novità, dato che ormai il cineasta italiano è lanciato alla media di una pellicola l'anno. Ma torna, dopo più di dieci anni di commedie, al cinema di genere, con un horror in cui dirige Laura Morante.
"Il cinema di genere è snobbato con una certa diffidenza dalla cinematografia nostrana - si lamenta il regista - Io volevo resettarmi, fare il punto del mio rapporto con la macchina da presa. Dopo tanti anni che facevo film in qualche modo autobiografici, parlando in prima persona, volevo parlare in terza persona, con il cinema, parlare solamente al pubblico. E' un pò come fare il rinnovo della patente dopo tanti anni. Anche perchè ogni tanto fa bene rimettersi in discussione".
Avati porta avanti un discorso del tutto personale, di buon artigianato all'italiana, scevro dalle influenze delle filmografie horror orientali o statunitensi. E lo ammette candidamente: "La mia ignoranza sulle cinematografie altrui è abissale. Faccio troppo cinema, lavoro troppo per poter andare la sera in sala. Il cinema sta dentro la mia vita, e la mia vita dentro il cinema. L'unica cosa che conosco benissimo sono gli incassi, perchè purtroppo è quello il motore del cinema oggi".

Anche la Morante debutta con un horror, anche se dice di non fare attenzione al genere che di volta in volta interpreta: "Non distinguo i film che ho fatto per il genere a cui appartengono. Anche in Cuerpos perdidos, una pellicola che non è uscita in Italia, in qualche modo ho affrontato il thriller. Mi piaceva semplicemente la sceneggiatura, l'atmosfera generale era resa veramente molto bene. Mi incuriosiva anche molto quella vena di umorismo che pervadeva sottile tutta la storia".
"A proposito di vena umoristica - si intromette il regista - abbiamo fatto girare a Laura un finto finale, più rassicurante, nel quale lei salvava il bambino. Non sapeva che in realtà avremmo rimontato la scena con lei che incrociava lo sguardo con la vecchina e si spaventava a morte!".
Il nascondiglio è un film che può piacere o meno, ma che rivela un notevole livello di fattura artigianale, che il regista non esita a sottolineare: "Gli interni del set erano ambientati a Cinecittà, mentre gli esterni sono negli Stati Uniti, a Davenport. I tecnici italiani a Roma hanno fatto un lavoro sublime nell'armonizzare i due set. Sono dei grandissimi esperti, ma non sono usati pur essendo straordinari. Ormai li si usa solo per le tv, Cinecittà è ormai diventata Telecittà!".
In arrivo anche una versione per in lingua inglese del film: "Stiamo verificando la fattibilità di una distribuzione all'estero, specialmente negli States. Proprio in questi giorni lo stiamo valutando attraverso delle proiezioni private".

Pubblicato da: Xanadu |alle 11:02 | link | commenti (2) |
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domenica, 11 novembre 2007
Quel treno per Yuma

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:54 | link | commenti (2) |
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Ai confini del paradiso

In bilico fra due mondi
Tra Germania e Turchia, Fatih Akin ripercorre le sue origini di figlio d'immigrati, raccontando due storie che si intrecciano: quella di un professore di filosofia, il cui padre uccide in un tragico incidente una prostituta, e quella della figlia di lei, dispersa da tanti anni nella nativa Turchia; sulle sue tracce si metterà proprio il giovane studioso, quasi per lenire un sordo e lontano senso di colpa...

Un talento all’opera
Dopo La sposa turca, il talentuoso Fatih Akin propone un nuovo film pregnante e profondo, in cui due vicende si intrecciano a metà fra lo sfondo metropolitano europeo - nella fattispecie tedesco - e quello della megalopoli urbana di Istanbul.
Akin sfasa i tempi narrativi, intersecando due storie che potrebbero essere raccontate separatamente, salvo per alcuni, significativi punti di contatto che la narrazione esalta ed evidenzia; una gestione degli spazi e delle inquadrature non sempre impeccabile, quella del regista, una messa in scena a volte approssimativa, quasi affrettata, ma che non cede mai all’ambizione, alla voglia di strafare: il film è dunque vivo, pulito, privo di pretese autoriali, eppur latore di un modello di cinematografia maestoso, che non si accontenta della minuta indagine introspettiva o sociologica, ma che le sfrutta per parlare d’altro, per ampliare il proprio respiro e la propria gittata.
Così Akin intreccia un dramma che narra le vicende di migranti di prima e di seconda generazione, del loro tentativo d'integrarsi, ma anche del più profondo desiderio di appartenenza, di nostalgia di una patria perduta o, piuttosto, mai avuta. Il regista ha anche scritto il copione, e il talento cristallino emerge nell’architettura complessiva sulla quale poggia il film; in tal senso si nota - sia nel bene (l’ampio respiro e i perfetti tempi di incastro dei diversi livelli di racconto), che nel male (l’affastellarsi di snodi narrativi, la ridondanza un po’ forzata di alcuni passaggi) - l'influsso dello sceneggiatore delle pellicole di Inarritu, Guillermo Arriaga, menzionato fra i ringraziamenti.
Nel complesso, Ai confini del paradiso appare un oggetto di valore, che espone coraggiosamente il fianco a tutta una serie di critiche e appunti: ma, considerando anche la giovane età dell’autore, che confeziona un'ennesima prova di livello, si rivela davvero sorprendente per profondità di sguardo.

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:47 | link | commenti (5) |
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venerdì, 09 novembre 2007
I Vicerè

Il cinema italiano ha una certa difficoltà a parlare al proprio pubblico. Una difficoltà nel narrare storie avvincenti, dense, che parlino di sé stesse per parlare d'altro.
Che raccolgano la feconda posizione del regista turco/tedesco Fatih Akin, quando sostiene di usare narrativamente gli elementi politico-sociologici presenti nei suoi film, e non di usare i suoi film per evidenziarli. Ecco, di pellicole che utilizzino questo assunto, nel belpaese se ne vedono sempre meno, e l'ultima opera di Roberto Faenza è in qualche modo paradigmatica di questa deriva.
I Vicerè va incontro, in questo senso, ad un doppio passo falso. Il primo è quello dell'aver costruito intorno a sè un'abile operazione d'immagine volta a far passare il motivo di fondo della pellicola (una controversa storia familiare ai tempi dell'unità d'Italia) per ciò che non è (un film di profonda denuncia politica, nel quale è rintracciabile il profilo del paese oggi). Il secondo è quello di stemperare, spuntare, svilire in qualche modo, il messaggio politico pur così fortemente presente nel testo di Federico De Roberto, usando qua e là nella sceneggiatura dei brani estrapolati dal libro che si innestano forzosamente su un impianto che tende a tutt'altro. Ennesimo, ideologico impiego del film di denuncia, nel quale i passaggi narrativi che contengono un messaggio politico sono strumentali, non inseriti all'interno di una visione d'insieme.
Lo scambio di battute tra il protagonista e uno zio sulla mancanza di differenze programmatiche sostanziali tra destra e sinistra, per esempio, che viene entusiasticamente additato come esempio di preveggenza dell'autore del libro dal regista, è strumentale e disonesto. L'interpretazione che ne verrà colta dai più sarà ovviamente quella di un rispecchiarsi in quelle parole dell'Italia odierna, perché è lì che Faenza vuole condurre lo spettatore. Ma la narrazione si dimentica volutamente della contestualizzazione di quelle specifiche frasi in un'epoca in cui il parlamentarismo assumeva connotati estremamente diversi da quelli odierni, con l'assenza di organizzazioni partitiche di massa, vivendo sulla specificità degli eletti nei singoli collegi, su un suffragio estremamente ridotto, sul trasformismo depretisiano, termine la cui accezione aveva ben altro senso e significato rispetto a quello deleterio che con il tempo ha assunto. L'epoca, per intenderci, della destra storica e della sinistra storica.
Dunque non sbaglia il personaggio nella scena a citare letteralmente De Roberto (l'accezione di 'storiche' per due prospettive divergenti nel governo del Regno d'Italia ai suoi albori è infatti maturata con il tempo, impossibile da mettere sulla bocca di chicchessia nel 1872), ma sbaglia Faenza ad assolutizzare il discorso, a privarci delle giuste chiavi di lettura di un testo che per molti altri versi ha delle notevoli tangenze con l'oggi.
La valenza culturale del libro di De Roberto si diluisce così in un'operazioncina che infiocchetta ideologicamente quello che risulta dallo schermo come un melò dal sapore non poco televisivo.
Gli Uzeda (Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi) non convincono come "cattivi", come reali fautori di un malcostume che pian piano si è radicato nel belpaese, ma restituiscono l'immagine di una famiglia d'epoca con tutte le proprie piccole contraddizioni, i propri contrasti, esposti e messi in scena un po' rozzamente e con un certo macchiettiamo di fondo, e nulla più.
Ma dopotutto, se anche Rossellini era uscito sconfitto dal confronto con De Roberto, un motivo ci dovrà pur esser stato…
Conferenza stampa
Il gelo accoglie in sala il regista e il cast de I Vicerè, da questo venerdì in sala. Un po' le diatribe sull'anticlericalismo di cui traboccherebbe la pellicola, un po' la polemica che ha visto il film di Roberto Faenza coinvolto a causa della sua presunta esclusione per demeriti artistici (da leggersi come: film non all'altezza) dalla Festa di Roma, rendono il clima dell'incontro con la stampa teso (stemperato a malapena dagli scroscianti applausi tributati ad ogni singola risposta dai numerosi amici e collaboratori di regista e attori intervenuti per l'occasione).

Faenza cerca subito di chiarire che il discorso finale che il protagonista pronuncia, e che assomiglia molto alla celebre imitazione crozziana di Veltroni "è nel libro. Tutte le parti politiche sono riprese dal libro, non le abbiamo scritte noi".
E aggiunge che "questo è anzitutto un film sulla famiglia, sull'istinto di sopraffazione e sul desiderio di possedere tutto che nasce al suo interno. La famiglia, nel film, è un po' l'alcova di tutti i mali".

Immancabile la domanda sulla mancata partecipazione alla Festa del Cinema, alla quale Faenza fa spallucce: "Non so, non me ne occupo io", salvo poi aggiungere con una certa ironica supponenza che "a saperlo prima, avrei inserito una parte del comunicato della direzione della Festa del Cinema, quello in cui dice 'artisticamente non valido'".
Il regista poi sottolinea il fatto che la genesi del progetto non deve assolutamente considerarsi televisiva. "Il film nasce prettamente per il cinema - dice - e RaiCinema e RaiFiction sono intervenute solo come finanziatori. Sono due modi completamente diversi di girare, sia tecnicamente che artisticamente".

Sensibilità particolare che Faenza ha trasmesso anche ai suoi interpreti. "Non mi sono ispirato a nulla in particolare per interpretare la parte - sostiene
Alessandro Preziosi - Mi sono affidato totalmente alle mani del regista, e l'incontro tra la mia e la sua sensibilità ha creato il personaggio. Certo, il libro descrive il mio personaggio come un cinico, ma io cerco sempre di tirare fuori una sfumatura positiva".

Lando Buzzanca mette invece scherzosamente a nudo le velleità di Faenza: "'Mi devi far dimenticare Lancaster', mi ha detto. Al che io ho quasi pensato che non era il caso di fare questo film. Il mio personaggio è dominato da tre caratteristiche: l'avidità la superstizione e la cultura dell'odio. Tutte cose che proprio non mi appartengono, per cui ho dovuto lavorarci molto. E in questo Faenza è un esteta, è il primo spettatore del film, ti aiuta moltissimo sulle piccole cose".

C'è spazio anche per una breve polemica di ordine letterario, quando viene sollecitato un confronto con
Il gattopardo e una certa visione del sud Italia. "Tomasi di Lampedusa diceva di De Roberto che guardava la storia dal buco della serratura - ricorda Faenza - Ma Il gattopardo è per molti versi l'opposto de I Viceré. Anzi, Il gattopardo si può proprio considerare un plagio, un saccheggio mai riconosciuto de I Viceré. La sfortuna di De Roberto è stata quella di essere stato bollato dai crociati per tantissimi anni".
Nonostante il finale cinico e amaro, Faenza è tuttavia convinto che il suo sia un film positivo: "Io faccio solo film di speranza. Secondo me questo è un film positivo: fare la radiografia di un paese malato, dal mio punto di vista, è un atto di grande amore".

Pubblicato da: Xanadu |alle 00:21 | link | commenti (4) |
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Nanni Moretti presenta il Torino Film Festival 2007

Un Nanni Moretti rilassato e cordiale, insieme alla critica e giornalista Emanuela Martini, presenta la venticinquesima edizione del Torino Film Festival, la prima sotto la direzione dell'attore e regista romano.

Che parte in questa sua avventura decidendo di giocare in casa, e convocando la stampa nel capitolino Nuovo Sacher, cinema che gestisce da più di quindici anni.
Moretti inizia subito snocciolando pillole di quello che sarà il nutrito programma della kermesse: "Verrà Wim Wenders a introdurre la sua retrospettiva. Per i primi quattro o cinque giorni lo farà di persona, la seconda metà del festival proietteremo dei brevi filmati che lui ha realizzato apposta per il festival. I film in concorso, che devono essereopere prime, seconde o al massimo terze, sono quindici. Poi la sezione Anteprime raccoglie film che hanno già tutti un distributore italiano, mentre la Fuori Concorso tutti quelli che lo stanno ancora cercando. Io terrò personalmente gli incontri con alcuni degli "esordienti del passato", come amo definirli io, e cioè i Taviani, Rosi, Brass, De Bosio e Vancini".

L'attenzione del direttore del Torino film festival è ovviamente indirizzata al cinema indipendente, quello che lui ama definire 'meno pigro': "Noi esercenti siamo su questo campo un osservatorio privilegiato, anche se forse ultimamente qualcosina si muove. Sedici anni fa io aprii questo cinema proiettando un film di Loach, ed ero l'unico a Roma. Oggi lo stesso regista trova ospitalità in almeno sei o sette sale. E il festival ha in questo uno dei suoi motivi d'esistenza".

Immancabile la domanda sulle rinunce dovute all'incombenza della Festa romana: "Beh, certo che abbiamo dovuto rinunciare a qualche film - dice sfoderando un sorrisetto sornione - un mese prima di Torino c'è un'altra manifestazione cinematografica… Avevamo scelto uno splendido film d'animazione, Peur(s) du noir. Ho saputo, leggendo Mereghetti, che è stato mandato allo sbaraglio a Roma. Volevamo anche Juno, quello che poi ha vinto la Festa, ma niente da fare".

Anzi, il regista di Ecce Bombo prova a sfilarsi dalla polemica, rincarando involontariamente la dose con l'ironia e la mordacità che lo contraddistingue: "So che l'anno scorso ci fu una riunione tra tutti i dirigenti dei tre grandi festival, Venezia, Roma e Torino, e i giornali il giorno dopo titolarono trionfalistici che si era la locandina dell'edizione dell'anno scorsotrovata una soluzione: spostare di cinque giorni la Festa di Roma. Ecco, io ho rispetto del mio tempo, fino a quando ci sarò io non parteciperemo mai a queste riunioni. Anche perché se la Festa fosse solo una sfilata di star, un'operazione di costume e di grande cinema, sarebbe un conto. Ma è invece strutturata anche con sezioni extra, cinema nascosto eccetera. E' stato, per dirla con un grande eufemismo, un gesto poco elegante. Ma ormai c'è, che dobbiamo fare? Bisogna prenderne atto".

Ma non sono troppi i festival in Italia?, si domanda, se ne contano più di 78! Si incarica di rispondere la Martini: "In Francia e Spagna ce ne sono ancora di più se si va a vedere bene, a seguito della grande fioritura degli anni '80, della quale è figlio anche il Torino Film Festival. Poi è ovvio che ce ne sono di buoni e di meno buoni. A mio avviso assolvono tutti pienamente il loro compito se permettono di vedere opere che altrimenti non si vedrebbero mai in sala, rimarrebbero invisibili".
"Io sono stato da sempre un grandissimo appassionato di questo festival - sottolinea Moretti - perché è sempre stato molto ben caratterizzato, e voglio continuare a proporre quel tipo di rassegna, con quelle caratteristiche. Voglio che chi fa cinema in Italia a Torino si senta a casa. A me piace un festival che accolga un cinema meno convenzionale, meno pigro, in cui il Concorso abbia un ruolo centrale".

Pubblicato da: Xanadu |alle 00:13 | link | commenti |
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martedì, 06 novembre 2007
1408

Quante volte siamo entrati in una stanza, in un ambiente che incute timore, soprattutto quando non è familiare? La prima cosa che si fa, per esempio, entrando in una stanza d’albergo, è accendere la luce, per padroneggiare uno spazio impersonale, e per questo distante da sé, nel peggiore dei casi inquietante.
Mike Enslin, il protagonista del film, lucra su questo. Prende, cioè, queste inquietudini, queste suggestioni a buon mercato, le impacchetta all’interno di una storia di fantasmi, di non morti, di fenomeni paranormali, e le vende sotto forma di libri. Con scarso successo e con molta disillusione, a dire il vero.
Finché, andando a caccia dell’ennesima storia di suggestioni e poco altro, non incappa nell’insolita resistenza della direzione dell’Hotel Dolphin nel volerlo ospitare nella stanza 1408.
L’insistenza e la caparbietà di Enslin si riveleranno un’arma a doppio taglio.
Un horror stanco e povero questo di Mikael Hafstrom, già visto dietro la macchina da presa per Kops e Derailed, che schiera un John Cusak nell’ennesima piccola produzione di genere, e vede una piccola partecipazione di Samuel L. Jackson, amplificata e strombazzata come vera e propria parte da protagonista da parte della produzione.
La stanza in cui si rinchiude il protagonista è, ovviamente, maledetta, e tenta in tutti i modi di fiaccare la resistenza dell’ospitato, fino a portarlo alla morte. La sceneggiatura, fortunatamente, ci risparmia un’abborracciata spiegazione del fenomeno, per passare direttamente all’azione.
Ma la suspance latita, dovrebbe essere definita, nelle intenzioni del regista, attraverso gli effetti speciali, che si rivelano scarni e datati, fiaccando l’intelaiatura globale sulla quale si poggia tutta l’architettura narrativa della pellicola.
Un film che dà la brutta impressione di essere un fondo di magazzino recuperato e rilanciato a distanza di dieci anni in un mercato con il quale non può più competere.
Aspettiamo tutti e tre (Hafstrom, Cusak e Jackson) a ben altre prove, sperando che 1408 possa essere un banale incidente di percorso.

Pubblicato da: Xanadu |alle 16:40 | link | commenti |
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