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nterna al centrosinistra italiano. La causa principale è il successo del "metodo veltroniano", che veicola consensi popolari e stringe i giusti rapporti attraverso un massiccio intervento di finanziamento e sostegno al mondo della cultura, dell'arte e del cinema. L'affermarsi di tale impostazione ha portato sì in qualche misura benefici alla capitale, ma è stata percepita come campanello d'allarme del tentativo del Sindaco di Roma di fagocitare, con il suo operato, tutte le diverse specificità del panorama politico e culturale capitolino.

There is a pleasure in the pathless woods,
There is a rapture on the lonely shore,
There is society, where none intrudes,
By the deep sea, and music in its roar:
I love not man the less, but Nature more.
Inizia così, citando Gordon Byron, l'ultimo lavoro di Sean Penn, Into the wild, un piccolo gioiello apparso come d'incanto nel generale grigiore della seconda edizione della Festa del Cinema capitolina.
Penn ripercorre la storia e le vicende di Christopher McCandless, un giovane brillante laureato in scienze sociali, che decise di rifuggire dalle convenzioni di una vita familiare e sociale che non sentiva sua, per trasformarsi in Alexander Supertramp, il ‘Super Vagabondo', un affascinante, malinconico, ma anche esaltante viaggio per le strade americane. Su e giù per le steppe degli Stati Uniti, per i deserti dell'Arizona, con in testa un unico grande sogno: quello di poter raggiungere l'incontaminata Alaska, la sua natura priva dell'invadente impronta dell'orma dell'uomo, i suoi enormi spazi verdi.
Penn costruisce così il suo personalissimo viaggio on the road, fondandolo su un continuo rincorrersi tra piani temporali differenti. I mesi trascorsi in Alaska, vivendo in un furgone abbandonato e malconcio nel mezzo del nulla, in mezzo alle fatiche e agli stenti di una natura che il protagonista arriva a sentire "ancestrale, ostile all'essere umano", sono infatti un buon pretesto per ripercorrere idealmente le tappe della propria vita, senza soluzione di continuità, in un continuo rincorrersi di sensazioni,
rancori, rifiuti e recriminazioni, venato da un ultimo, sottile, rimpianto.
Chris va alla ricerca di un'utopica felicità attraverso il contatto con la natura estrema, la natura selvaggia del titolo. "Alaska, Alaska, Alaska". Una parola magica che ripete incessantemente lungo tutto il corso del film, quasi un esorcismo di convenzioni e sovrastrutture sociali che improvvisamente gli vanno strette. Eppure qualcosa manca, c'è la consapevolezza di una propria finitezza rispetto alla grandiosità mistica di una natura che non è ultimamente compagna. Nonostante il piacere iniziale, la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare in tutti i passi dei quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi. Nota che vien via via delineandosi nel cor
so dei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco veramente sorprendente. È il lento riconoscimento di Chris dell'impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell'immensa solitudine dell'incontaminato non regge il confronto con l'assoluta concretezza, con la verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto. "La felicità è reale solo quando condivisa", arriverà a scrivere quasi come un epitaffio sul suo sgangherato furgone.
Il tema della fuga, tema centrale della pellicola di Penn, si fonde e si completa con quello della ricerca, che si risolve senza sconti consolatori per il pubblico, in un finale duro e per nulla scontato. Il regista costruisce due ore e mezzo appassionanti, su una regia che trova sin dalle prime sequenze un giusto equilibrio tra classicismo e sperimentazione, e attraverso uno script che incede lento ma potente, che riesce ad affascinare e a coinvolgere nonostante la mancanza di un particolare dinamismo sulla scena. Un film solido e maestoso, non privo di piccole pecche, ma trascurabili, in virtù dell'altissima qualità tecnica e artistica che emerge dentro ogni piega di questa pellicola.
INCONTRO CON SEAN PENN
Come ha lavorato sulle musiche?
Penn: Ho studiato a fondo e lungamente le musiche. Volevo costruire una solida partitura, per iniziare, e poi inserire delle canzoni come parti di transizione. Mi pare che l'effetto sia stato buono.
Come ha scelto l'attore?
Penn: L'avevo visto in un film, mi era piaciuto. C'era molto di lui in questa parte. La scommessa era che doveva avere voglia di mettersi in gioco, era un film pesante fisicamente e impegnativo mentalmente. E' stata una delle scommesse migliori che abbia mai fatto.
Che cos'è oggi che la fa arrabbiare, un pò come il protagonista?
Penn: Ci sono un sacco di cose che mi fanno arrabbiare, ma non ci si deve fermare alle prime reazioni, bisogna fermarsi a riflettere. Però gli eccessi di stupidità mi danno veramente un gran fastidio.
Lei ha mai fatto un viaggio da solo?
Penn: Beh si, un pò si, soprattutto quando me ne vado un pò sull'oceano per i fatti miei. Ma mai nulla a quel livello.
Che lezione c'è nel suo film per i giovani?
Penn: L'ho già detto innumerevoli volte, noi siamo una società estremamente abituata ai confort, alle estreme comodità. In questo si potrebbe cambiare. Bisogna sempre cambiare rispetto a chi ci dice cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, o cosa dobbiamo diventare. In questo film c'è tutta una parte che riguarda la fuga del protagonista, ma poi c'è anche tutta la parte dedicata alla ricerca di sè.
Avete evitato di farne un ribelle o un santo...
Penn: Devo dire che è venuto sempre tutto molto naturalmente. Non mi sono mai sforzato per evitare eccessi.
Di cosa ha avuto bisogno per fare il regista?
Penn: La testardaggine è stata la mia miglior amica in tutti questi anni. A parte questo, ho sempre potuto contare su un gran sostegno da parte dei miei attori, e di tutti i miei produttori.
Lei affronta molto il tema dei genitori e dei figli.
Penn: Quella familiare, me ne rendo conto, è una situazione particolarmente difficile. Tutto va in qualche modo guadagnato, ma qualsiasi figlio deve essere pronto a fare tutto quello che sente necessario, deve prendere coscienza di sè per non diventare un clone dei propri genitori.
La sua è un pò una professione di fede?
Penn: Certo, in qualche modo si. Anche se ritengo che la cosa fondamentale nell'ambito religioso sia la dimensione personale.
Nel suo film per un attimo appare Bush...
Penn: Sono andato ultimamente a un concerto di Springsteen. Lui diceva "Guardate quanta strada abbiamo fatto, eppure ogni giorno torniamo indietro". Ecco, sono pienamente d'accordo con lui.
Possa tu stare in paradiso mezz’ora…
Andy e Hank sono due fratelli che attraversano, ognuno per motivi diversi, un momento particolarmente complicato della loro vita, sia dal punto di vista economico che personale. Non facendosi troppi scrupoli, Andy propone ad Hank un modo per uscirne: rapinare la gioielleria dei genitori. Un lavoretto facile facile, senza troppi fastidi; il negozio è assicurato, e loro si spartirebbero oltre un milione di dollari. Hank, malauguratamente, accetta, ma non ha idea di quali saranno le conseguenze di tale scelta...

...prima che il diavolo si accorga che sei morto.
Un grande Sidney Lumet torna sul grande schermo con un film robusto, solido, di rara efficacia, e con la storia di una spirale d'instabilità e confusione che degenera ben presto in morte e disperazione avvolgendo inesorabilmente una famigliola qualunque, in una qualunque cittadina americana. Lumet sa che un buon dramma non può non passare per buoni attori, e sa anche che - come si suol dire - "non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori": la cura che dedica alla scelta e alla direzione del proprio cast è al limite del maniacale, ma i risultati gli danno ragione perché Ethan Hawke, Albert Finney e Marisa Tomei riempiono splendidamente la scena, e fanno da perfetto contrappunto all’ennesima prova superba di Philip Seymour Hoffmann.
Così, il regista americano indaga sui processi sociali e familiari della middle class,
ostaggio di una società fatta di convenzioni, abituata a sostenere un tenore di vita che non si può permettere pur di rispettare le aspettative comuni. Ma non lo fa conducendo un’indagine sociologica, un tardivo film d’inchiesta in un campo già ampiamente esplorato; l'anziano maestro usa le armi migliori che ha, quelle della narrazione, della solida costruzione di una storia all’antica, permeata da silenzi non risolti come da urla che mascherano un sordo dolore. Costruisce un’architettura perfetta, che dosa i tempi della messa in scena poggiandosi su una sceneggiatura che sa osare (si pensi alla sequenza di avvio), ma che al contempo si pone limiti, è consapevole dei pericoli dell'eccesso e dunque evita di forzare la mano. Lumet decide poi di mescolare le carte con il montaggio, scomponendo la storia in un puzzle fatto di momenti diversi, di ellissi che si rincorrono e che mano a mano si completano: forse è questa l’unica - e comunque non decisiva - pecca del film, perché non aggiunge nulla, rischiando al contrario di scomporre l'assoluta solidità della messa in scena.
Un grande Lumet, comunque, che offre una delle opere migliori passate sinora alla Festa del Cinema.
USA Today
Tre storie si intrecciano negli Stati Uniti di oggi: due soldati precipitano dal loro elicottero e si ritrovano soli su un altopiano afghano; un professore cerca di persuadere il suo allievo più promettente a non abbandonare gli studi e ad impegnarsi per costruire un futuro migliore; una giornalista dalle convinte idee liberal intervista un senatore repubblicano, che le svela un nuovo piano d’azione delle truppe americane in Afghanistan.
Una pièce teatrale
Redford non si smentisce, e torna con l’ennesimo film di impegno civile e politico. Lo fa partendo da una sceneggiatura di Matthew Carnhahan, giovane scrittore emergente di Hollywood, che ancora una volta - dopo il recente The Kingdom - si dimostra sensibile alle questioni geopolitiche che coinvolgono gli States nel Medio Oriente.
Ma, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, Leoni per agnelli è tutt’altro che un film di guerra, quanto piuttosto un film “sulla” guerra, deciso a riflettere sugli sviluppi, presenti e futuri, dell'atteggiamento politico-culturale adottato dal paese che condiziona maggiormente lo scenario internazionale. Così, Redford mette in scena un’opera molto teatrale, divisa in tre atti separati che, però, si intersecano fra loro: la politica, la formazione e la cultura, l’esercito. Tre prospettive mostrate attraverso la personale visione di sei personaggi, ognuno con i propri ideali, le proprie convinzioni, i propri sogni, per un film molto dialogato, che schiera alcuni esordienti du contorno a tre mostri sacri del jet-set hollywoodiano; lo stesso Redford - diviso fra recitazione e regia - Tom Cruise, che ha accettato di interpretare un falco repubblicano del Senato, e Meryl Streep. Il film prova a restare in bilico sul sottile filo dell’imparzialità, che tenta di raggiungere non attraverso una mediazione e uno sfumare di toni, ma tramite un serrato confronto dialettico fra le varie posizioni sostenute dai protagonisti. Inevitabilmente, però, emerge la posizione dell’autore, detrattore convinto della politica americana dell’ultimo decennio. 
Il problema è che Redford costruisce sì una pellicola rigorosa e intelligente, ben assortita nella sua composizione generale, risultando particolarmente coraggioso e innovativo nel proporre una storia che parla strettamente dell’oggi, estranea a un qualsivoglia processo di astrazione; ma non riesce a dire nulla di particolarmente nuovo rispetto a ciò che la cinematografia statunitense di impegno politico sta già affermando da tempo. Per di più la sceneggiatura appare debole in quella che dovrebbe essere la parte veramente innovativa, rischiosa: la formazione delle nuove generazioni e il coinvolgimento politico dei giovani, a tutti i possibili livelli di responsabilizzazione. Il dialogo tra il professore (interpretato dallo stesso Redford) e il suo giovane alunno è un susseguirsi di luoghi comuni, di maestose arie sull’impegno, sulla partecipazione e sulla poca democraticità dei processi decisionali, e risulta così sterile e retorico; cadendo uno dei tre “atti” sul quale è costruita l’architettura della pellicola, si smarrisce di conseguenza l’efficacia espressiva degli altri due.
Lions for Lambs è dunque un buon film, ma mostra il fianco a critiche che, in definitiva, potevano essere evitate attraverso una scrittura più curata e smaliziata.
INCONTRO CON ROBERT REDFORD E TOM CRUISE
Come nasce il film? 
Redford: Ho ricevuto il copione e mi sono subito accorto che la sceneggiatura era molto interessante, perché riguarda gli effetti e le conseguenze generali della politica nel mio paese negli ultimi anni. Oggigiorno in America c’è tantissimo intrattenimento, pochi film raccontano di quelli che sono ultimamente gli sviluppi del nostro paese.
Cruise: Appena ho saputo che Redford voleva fare un film me ne sono immediatamente interessato. Lui è un grande, è riuscito a rompere veramente con il sistema di Hollywood, a fare scelte coraggiose, si pensi al Sundance. La sfida era quella di costruire un personaggio reale, anche perché quello che interpreto ha idee totalmente opposte alle mie.
E’ cambiato in qualche modo negli anni il suo impegno politico?
Redford: Il mio interesse in politica è quello di un cittadino. Ho sempre cercato di comunicare principalmente un grande amore per il mio paese, tutto qui. Per me è stata una vera fortuna nascere e vivere in America. Per questo vedo la politica del mio paese come qualcosa di veramente appassionante. Ovviamente poi le cose cambiano, ci si adatta ai tempi che cambiano. Ai tempi del Watergate per esempio si rischiava di scivolare verso il totalitarismo, oggi non è così. Oggi c’è più informazione, ma anche più possibilità di manipolazione di quell’informazione. Qual è il ruolo della società, dell’individuo oggi? E’ questa la domanda interessante. Il futuro appartiene ai giovani, bisogna spingerli a non voltare le spalle alla politica.
E il cinema oggi ha il compito di informare?
Redford: Il nostro paese oggi è polarizzato, è diviso. Ma io non credo che ci siano il bianco e il nero, è pieno di zone grigie. Ci sono tantissimi giornalisti, per esempio, che fanno benissimo il proprio mestiere nonostante tutto. Ma molti dopo l’11 settembre erano terrorizzati, e il nostro Governo ci ha chiesto di stringerci attorno a lui, di rinunciare anche ad alcune nostre libertà. Il partito che aveva tutto il potere in mano ci ha chiesto di sostenerlo, ed era quella la cosa giusta da fare in quel momento. Oggi possiamo ben vedere quali sono i reali motivi che hanno spinto il paese ad andare in guerra. Con il cinema non si fa propaganda. Ma si possono raccontare delle belle storie che però parlino anche di temi più grandi.

Secondo voi nei festival c’è bisogno di grandi star?
Cruise: Beh, veramente non ne so molto. Qualche anno fa ho incontrato il Sindaco, e mi ha accennato del progetto. Mi è subito sembrata una grande idea, quella di fare un festival qui. Anzi, non so come non sia venuto in mente prima.
Redford: Secondo me non c’è bisogno di grandi star. Il Sundance, per esempio, è un luogo di scoperta di nuovi attori, di nuovi registi e cineasti. Spero che in futuro i festival non abbiano proprio più bisogno di star.
Secondo lei il film cambierà qualche decisione politica sulla guerra?
Cruise: Mah no, non è quella l’intenzione, non è un film di guerra. Deve spingere il pubblico a costruire un dialogo. E’ un film con una valenza più globale, di interesse sociale e civile.
Lei è stato molto discusso per la sua adesione a Scientology...
Cruise: Solo con la comunicazione si possono abbattere le barriere, e questo vale anche sui pregiudizi religiosi. Solo così si può trovare un punto di incontro, e questo film parla proprio di questo.
Lei è un ottimista o un pessimista?
Redford: Sono un ottimista/pessimista. Non so se questa nostra politica cambierà. Il film vuole stimolare una riflessione a questo proposito, una domanda. Ma la speranza che qualcosa cambi rimane. Quando ero giovane non me ne importava nulla della politica. Poi sono venuto a studiare arte a Firenze, e i miei amici su questi temi mi mettevano in discussione. Ho così assunto un punto di vista un po’ europeo sul mio paese. Quando sono tornato in America ho potuto avere uno sguardo più distaccato e più ampio di quello che succede, e lo conservo tutt’ora.
Un viaggio senza tempo
Dominic Matei è un brillante professore rumeno di linguistica, che ha avuto un grande amore nella vita (Laura) perduto per inseguire il sogno della sua vita: la stesura di un volume sulle origini del linguaggio. Anziano, stanco, sfiduciato, con una serie di fallimenti alle spalle,il professore decide di recarsi nella Bucarest già occupata dai nazisti, per farla finita una volta per tutte. Un fulmine però lo colpisce per la strada, e la sua vita prenderà una piega del tutto imprevista…

Il ritorno di Francis Ford Coppola
A circa dieci anni da L’uomo della pioggia , Francis Ford Coppola torna sugli schermi con Youth without youth(tradotto in italiano come “Un’altra giovinezza”): un film difficile, complesso, che parla, attraverso elementi sovrannaturali e salti nello spazio-tempo, della ricerca interiore e del viaggio filosofico di una mente verso il cuore profondo della conoscenza. A porsi come ostacolo della sublimazione della mente è il grande amore di una vita,
incompatibile, inconciliabile con le aspirazioni di totalità perché calato nel particolare, caduco, con una forma e dei limiti ben precisi. Con queste parole si può riassumere e, allo stesso tempo, cercare di spiegare una pellicola che procede per associazioni di idee, per sbalzi, che nasce dal fascino che subito ha riscosso agli occhi del regista il romanzo di Mircea Eliade, scrittore rumeno. Affascinato, per sua stessa ammissione, dai temi del tempo e della consapevolezza interiore, Coppola ha deciso di iniziare immediatamente a girare un film low-budget, impegnato nel frattempo nella stesura della sceneggiatura e nel reperimento fondi di un suo grande sogno (Metropolis ), coinvolgendo nel progetto il suo amico Tim Roth e il grande attore svizzero Bruno Ganz.
Il film tiene bene per tutta la prima ora, creando un climax generale che si rivela interessante e che genera delle attese. Purtroppo il regista si fa prendere la mano con il procedere della storia. Il susseguirsi di riferimenti a culture arcaiche, scambi di
personalità, reincarnazioni e utilizzo di linguaggi arcaici, si fa via via sovrabbondante, costringendo lo spettatore a seguire il regista nell’esplorazione di un territorio per alcuni versi lynchano, ma che di Lynch non ha il senso della misura e la sapiente gestione del paradosso. Così la vicenda del professore, colpito da un fulmine e magicamente ringiovanito, che reincontra cinquant’anni dopo la propria amata reincarnatasi in un’altra, se all’inizio può intrigare e interessare - anche grazie alla solita perizia di Coppola nella gestione della messa in scena - con il passare dei minuti diventa un discorso estremamente personale, per molti versi inaccessibile, se non proprio incomprensibile. Un’occasione forse mancata, anche se, viste le credenziali del regista e l’innegabile spessore dell’opera, il film merita sicuramente una seconda, più attenta visione.
CONFERENZA STAMPA
Come avete saputo di dove
r fare un film con Coppola
Murch (montatore): Con Francis lavora da trent'anni. Purtroppo mentre c'erano le riprese ero impegnato in un altro progetto, per cui mi sono inserito nel film solo a riprese concluse. Sono stato felicissimo però, era dal 2000 che non avevo l'occasione di lavorare con lui.
Lara: Ero in vacanza e mi è arrivato un copione con una lettera di accompagnamento di Coppola che mi chiedeva di richiamarlo al più presto. Avevo quasi paura di chiamarlo, ero sopraffatta, non volevo crederci. Quando ho provato, appena ho sentito la sua voce, ho riagganciato! Poi mi ha richiamata e ho fatto finta che era caduta la linea.
Roth: Io ho pensato seriamente che fosse uno scherzo, ci ho messo un sacco a realizzare che non lo fosse!
Come nasce questo progetto a basso costo?
Coppola: Hey! Sono io il finanziatore! Altro che basso costo! Ho sempre voluto essere un regista autonomo, ma la possibilità di fare film non solo d'intrattenimento ma anche personali mi è stata data solo ora, in tarda età. Ho lavorato molto con un compositore argentino di musica classica che ha scritto le musiche del film.
Com'è stato lavorare in Romania?
Coppola: La Romania è un paese con una grandissima tradizione culturale e teatrale. Ci sono infatti moltissimi autori rumeni nel film. Lì di gente che vuol far cinema è pieno, c'è una grandissima rifioritura dopo decenni di oscurità. Oltretutto fanno anche un buonissimo vino!
Pensa che farà Il Padrino parte quarta?
Coppola: Già andare a riprendere lo stesso materiale dopo il primo film è stato faticoso. Un quarto capitolo non avrebbe molto senso.
Come è stato tornare dietro la macchina da presa dopo dieci anni?
Coppola: Ho cercato di scrivere apposta per rientrare un pò nel mondo del cinema, per ritrovare un posto al suo interno. Non voglio più fare solo intrattenimento. Il film è una pellicola molto personale, c'è dentro tutta una vita, i miei sentimenti. Per questo è un pò inutile cercare una risposta precisa al puzzle, una chiave di lettura rigida.
I primi che hanno visto il film sono stati i miei colleghi registi, in una grandissima sala messa a disposizione da George Lucas. Tutti loro vogliono realizzare i propri progetti personali, fare qualcosa per contribuire davvero a quest'arte.
Vorrebbe fare qualche remake?
Coppola: Tutti i remake sono uno spreco di soldi ed energia! Bisognerebbe investire piuttosto in film che diano qualcosa di nuovo al cinema. Quest'arte si lega alla poesia più che alla prosa. Anche se la tecnica è molto importante. In questo film per esempio Roth è stato utilissimo. Lui è anche un regista, mi è servito tantissimo coinvolgerlo, mi ha aiutato molto.
A distanza di tanti anni, rifarebbe Apocalipse Now?
Coppola: Beh, per farlo dovrei avere quella sana incoscienza della giovinezza. Comunque anche questo, come Apocalipse Now, non è un film facilmente accessibile. Quando uno fa un film così personale occorre del tempo prima che il pubblico possa formarsi un giudizio complessivo ben definito. Non stiamo mica parlando di Shrek o Spiderman!
Tra terroristi e Senatori
Un giovane a
nalista della Cia si trova proiettato sul campo, alle prese con il difficile interrogatorio di un presunto terrorista. La moglie di quest'ultimo, disperata, cerca di risalirne disperatamente le tracce, coinvolgendo nella storia un Senatore degli Stati Uniti. La vicenda si intreccia con quella di un giovane egiziano, diviso tra la passione politico-religiosa e l’amore per la propria ragazza. Due storie parallele che si incrociano in modo del tutto imprevisto.
Inutili colpi di scena
Rendintion è un film a tesi. E la tesi è quella che siamo in guerra, una guerra sottile e nascosta, nella quale non ci sono né buoni né cattivi, ma tutti - chi più chi meno - sono in torto e utilizzano mezzi non solo illeciti, ma disumani. Due storie parallele, che riflettono e rispecchiano entramb
i i campi del contendere, si intrecciano Da una parte un giovane analista della Cia si trova a dover interrogare un presunto terrorista - che viene torturato dai servizi segreti egiziani - al quale non è stato garantito nessuno dei diritti fondamentali. Dall’altra un giovane studente di una madrasa è diviso tra l’amore per la sua donna e la passione politico-religiosa, che lo porta ad abbracciare una causa impedendogli di vivere fino in fondo una quieta vita familiare.
Alcuni banali elementi descrittivi di quella che è la realtà odierna rintracciabile tra le righe di qualunque quotidiano sono il pretesto per una storia che parte da lontano e perde di mordente andando avanti. L’intreccio è solo un pretesto per parlare di diritti umani, per ricollegarsi alle zone d’ombra della guerra in corso, scandagliandone un po’ didascalicamente gli errori e le storture. 
La pellicola ha la pretesa di non prendere posizione, di rimanere equidistante tra i due campi, ma è evidente che tutto lo script si struttura come un atto di accusa più che come un’analisi imparziale.
Regia sufficiente e poco più, aspetti tecnico-recitativi curati quanto basta per dare un senso alla partecipazione di Gyllenhall e della Witherspoon. Il film non decolla mai, e a poco serve rimescolare le carte sul finale e offrire una chiave di lettura che vede intrecciarsi due differenti piani temporali: la mancanza di suspance e la linearità di comprensione globale depotenziano totalmente l’ultimo coup de theatre, che riesce solamente a generare un po’ di confusione e poco più. Il film di Gavin Hood ricorda un po’ Crash di Haggis, e Babeldi Inarritu, ma si colloca decisamente al di sotto del livello di entrambi, risultandone una copia sbiadita.
CONFERENZA STAMPA

Come si è iniziato a interessare all'argomento?
Hood: Sapevo quel che dicevano i giornali, e poco più. Mi è arrivato il copione poi, e tutto è partito da lì, solo successivamente ho iniziato a documentarmi con attenzione.
Sane (sceneggiatore): Non ho fatto un lavoro di intervista con i protagonisti di vicende del genere. Ho fatto un lavoro di documentazione rigoroso, ho scovato i documenti ufficiali, delle storie, e ho fatto un pò un collage di personaggi diversi.
Ci può dire come ha costruito la sceneggiatura?
Sane: Ma lei vuole conoscere i miei segreti! Non vale! A parte gli scherzi, ho costruito separatamente le due storie e poi le ho combinate insieme, ovviamente avvalendomi del consiglio e dell'esperienza di Hood.
Crede che avrà un forte impatto sull'opinione pubblica?
Sane: Speriamo quantomeno di stimolare un dibattito. Il film esce in un momento in cui questa è una problematica estremamente sentita e il dibattito è apertissimo.
Hood: Si, avevamo paura che il tempo necessario a finire la realizzazione del film fosse sufficiente a rendere il problema marginale, non di interesse. Invece questo dibattito a preso sempre più piede, si è affermato come punto centrale del dibattito pubblico. Speriamo veramente che aiuti il pubblico a porsi domande.
Non le sembra che il finale sia un po' vago?
Hood: Non spieghiamo appositamente la vicenda delle telefonate. Il punto non è se quel personaggio sia colpevole e innocente, ma stimolare la domanda se si ritengono leciti tali metodi. A me per esempio non piacerebbe fare il lavoro che fa la Streep, quello di dover evitare un nuovo 11 settembre,che pure ha un senso, ma per il quale occorre sempre scendere a compromesso e per il quale occorre una freddezza glaciale.
Non trova però che il lieto fine sminuisca un pò l'impatto drammatico?
Hood: L'intenzione non era quella di dare l'immagine di un bel quadretto familiare. Volevamo fissare il momento nel quale tutti i personaggi devono in qualche modo fare i conti con un passato che non può non cambiarli, che si porteranno dietro per tutta la vita.
In fuga
Evaso dal carcere, inseguito dalla polizia, il gangaster Gu si trova costretto a compiere un ulteriore crimine pur di raggranellare il denaro sufficiente alla fuga, insieme alla sua compagna Manouche: l'uomo, però, è vittima di un tranello della polizia, decisa a rovinarne l'immagine di fronte agli occhi dei suoi complici; Gu dovrà quindi impegnarsi a riscattare l'onore conservando, al contempo, la libertà...

Francese, ma di formazione statunitense
Allievo di grandi registi, quali Corman e Costa Gavras. Appassionato di un genere, il noir, che nasce culturalmente in Francia, nei bassifondi di Parigi, nell’acre odore di Marsiglia, ma che si sviluppa cinematograficamente negli Stati Uniti, dove ottiene fama e largo seguito: con queste premesse Alain Corneau raduna attorno a sé un ottimo e assortito cast, che punta sulla coppia Daniel Aeutueil/Monica Bellucci, ma li circonda di comprimari quali Michel Blanc, Gilbert Melki ed Eric Cantona (si, esatto, proprio lui, il famoso ex-calciatore). Per fare cosa? Ma un noir, ovviamente; anzi, per riprendere e riadattare una pellicola del grande Jean-Pierre Melville, nota in Italia con il titolo Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide.
L’ipotesi di lavoro da cui parte Corneau è grandiosa: mettere in piedi un vero e proprio film di genere, un poliziesco dalle forti tinte noir, che si estenda temporalmen
te nell’arco di un paio di settimane colmando, però, oltre due ore e mezza di pellicola. L'intenzione di dare un respiro epico alla vicenda emerge con evidenza, perchè Corneau non vuole limitarsi a una "semplice" storia di gangster, donne, sangue e morte, ma ambisce a eguagliare i migliori e più tetri affreschi dei grandi film sulla mala. E’ proprio questa presunzione che tarpa le ali a Le Deuxieme Souffle, attanagliato da momenti di stanca, privi d'interesse, ed eccessivamente prolisso nello sciogliere gli snodi narrativi.
Eppure il film non manca di buoni spunti: Auteuil regge bene la scena quasi da solo (la Bellucci, in questo senso, offre la sua ottima presenza scenica, ma il suo personaggio viene usato come cartina di tornasole delle caratteristiche del protagonista), mentre Michel Blanc interpreta divinamente un personaggio - il commissario Blot - altrettanto ben scritto; e alcune sequenze sono costruite con vera sapienza di scrittura e di regia, tali da rendere alt
alenante la progressione di un film che rivela, attraverso la sua incostanza, molti difetti altrimenti trascurabili, come per esempio la monocorde interpretazione di Cantona.
Così La Deuxieme Souffle, con questa sua poca immediatezza, diventa inevitabilmente una pellicola alquanto prevedibile (la risoluzione finale è intuibile già a quaranta minuti al termine) e a rischio di noia.
Può essere, d’altra parte, una buona occasione per gli appassionati del genere, che si ritroveranno nelle atmosfere marce e cupe di un’ambientazione noir dipinta con tutti i crismi della lunga tradizione di questo genere.
INCONTRO STAMPA
Signor Corneau, come e' stato girare questo film dal sapore antico?
Corneau: la più' grande sfida era rendere un noir così datato, dal quale oltretutto Mellville aveva già tratto un film, in qualche modo nuovo, attuale. Per questo ho deciso di usare una strada quasi intemporale, ambientandolo negli anni Sessanta ma girandolo in modo odierno. L'innovazione principale è la figura di Manouche, assente nella pellicola di Mellville ma presente nel libro da cui la storia è tratta.
Monica, e per te che sfida e' stata?
Bellucci : Non è mai un rischio lavorare con un così gran regista, ma è una grande sfida. Il mio è un personaggio molto forte, che viene dalla strada. Si costruisce così in qualche modo una maschera per difendersi da un ambiente molto maschile, gli stessi capelli biondi ne sono un simbolo. Allo stesso tempo è una donna che non può vivere senza un uomo al fianco, il proprio uomo.
C'e' una gran ricerca sul codice d'onore che regola i rapporti fra i personaggi
Corneau : Personaggi come quelli del film l'autore del libro ne aveva conosciuti molti. Ma lo dice esplicitamente: non ne voleva fare un ritratto documentaristico, la sua voleva essere una tessitura tragica. I codici d'onore oggi nella mala stanno scomparendo, io stesso l'ho sperimentato nel lavoro di ricerca che ho fatto per il film. Forse si puo' dire in qalche modo che questo stile è ancora vivo in Corsica, ma non altrove.
Si é ispirata in qualche modo alla Sharon Stone di Casinò?
Bellucci: In realtà non ci avevo pensato direttamente. Mi sono ispirata a tutte le bionde del mondo! Appena ho letto il copione ho subito pensato che Manouche dovesse essere bionda. Tutte le eroine della storia del noir in fondo lo sono. Lei è fragile, vive in un mondo dominato dalla morte, e la sua forza e' che alla fine ne fa parte, lo accetta. Dopotutto è il suo mondo.
Corneau: Se posso aggiungere, Manouche non è affatto una femme fatale. Quando dice "ti amo" ci crede davvero. Io se amo il noir e' proprio per questo amo il noir, perche' e' un corpus collettivo, si lavora tutti insieme senza prime donne. Non a caso l'ultimo film di Scorsese è tratto da un noir. Anche se ci tengo a precisare che è un genere tipicamente francese!
Cosa ne pensa di Anna Magnani, un ricordo della quale ha preceduto la proiezione del suo film?
Bellucci: Io sono felicissima di essere qui. La Magnani è un modello per tutti, e ha vissuto una stagione splendida del cinema italiano. A lei, e a tutte le grandi attrici della sua generazione, mi sono sempre ispirata.
Come e' stato lavorare con Aeuteuil?
Bellucci: Abbiamo creato sul set una bellissima storia d'amore. Lui era contentissimo del nostro bacio, ha detto che è stato il più bello della sua carriera!
Silence, please!
David è uno stimato impiegato di un’azienda newyorkese. Una splendida moglie, un’adorabile bimba: ha tutto quello che la vita gli avrebbe potuto concedere. Improvvisamente, però, si accorge di quanto rumore ci sia nella sua città, e a disturbarlo sono, in particolar modo, gli antifurti, molto numerosi fra case, macchine e negozi. Tutto suona, e per lo più nei momenti meno opportuni: decide così di intraprendere una vera e propria battaglia contro il rumore, adottando mezzi leciti e non...
Impegno e risate
Henry Bean è stato il provocatorio regista di The believer, film che narrava di un giovane ebreo simpatizzante per idee neonaziste. E Noise ("rumore") si colloca, nelle intenzioni dell’autore, come il secondo capitolo di una ipotetica trilogia sugli eccessi: se il primo era incentrato su una distorta visione della religione, Noise si produce nella satira politica, e scandaglia gli eccessi e l’invadenza dell’amministrazione nei confronti del cittadino. Il rumore che permea l’appartamento di David (Tim Robbins), insinuandosi nella vita dell'uomo qualunque, è simbolo del potere, che si può solo ascoltare, che ti raggiunge senza diritto di replica; così Robbins si improvvisa supereroe con l'identità de "Il Correttore" - balzano personaggio a metà fra Don Chisciotte e Robin Hood - che si aggira per la città spaccando specchietti e tagliando cavi di batterie, in una solitaria battaglia contro gli antifurti. E quando cerca di incanalare il proprio fastidio nella
battaglia politica (attraverso la raccolta firme per una petizione) l’amministrazione cittadina gli gira le spalle, e non gli rimane che tornare ai vecchi metodi: in questo modo Bean trasmette un’idea un po’ sfiduciata della partecipazione, della reale possibilità di cambiare le cose, anche se l’intera pellicola è strutturata, molto intelligentemente, con un tono ironico e scanzonato, che cattura l’attenzione e permette di evitare la noia. Con questa chiave di lettura, invece, la pellicola risulta divertente e godibile, nonostante qualche sporadico - ma forse fisiologico - appesantimento qua e là. Robbins gigioneggia quel tanto che basta per rendere ancora più grottesco il tutto, e Noise riesce, seppur per un attimo che magari sarà fugace, ad emergere dal rumore di fondo della cinematografia contemporanea.
INTERVISTA AL REGISTA HENRY BEAN
Da dove nasce il personaggio?
Bean: Il personaggio sono io, quello che racconto mi è successo in prima persona. Ho danneggiato un auto per spegnere un antifurto, e mi è costato una notte di carcere. Io poi mi sono fermato però, e volevo indagare su cosa sarebbe potuto succedere spingendosi oltre.
Ma quando le è su
ccesso come ha fatto a smettere?
Bean: Ho smesso quando ho capito che preferivo la felicità alla verità a tutti i costi. Quando mi hanno arrestato mi sono reso conto che tutto quel che stavo facendo non mi avrebbe portato a nulla, nè a me, nè più in generale al sistema. E poi non volevo buttare via più di tanti soldi, sono un tirchio!
Esistono iniziative come quelle descritte dal film?
Bean: Si, ci sono iniziative del genere, ma non hanno portato finora a nulla. Spero che comunque in futuro qualcosa si possa ottenere. Comunque io non demordo, e continuo a vivere a New York! Il film in particolare potrebbe stimolare delle iniziative in questo senso, lo spero veramente.
Quale sarà il prossimo film?
Bean: Dopo aver affrontato l'estremismo religioso con The believer e quello politico con Noise, il mio prossimo film sarà una pellicola sul fanatismo artistico. Sarà un lavoro molto complicato.
Ecco, potrebbe approfondire il tema del fanatismo politico?
Bean: Beh, noi viviamo sempre con persone che non amiamo, siamo in una società, non è una cosa nuova. Il rumore è una metafora del potere, come il potere è una cosa sulla quale non si ha nessun controllo. Il governo ha la bocca, ma non ha le orecchie, non gli si può mai replicare. In fondo però la disobbedienza civile è da sempre nelle corde dell'America.
La ribellione per lei diventa dunque azione politica?
Bean: Non era Gramsci che diceva "Il pessimismo dell'intelletto, l'ottimismo della volontà"? Io sono un regista, non ho un programma politico, mi limito semplicemente a riflettere su alcuni temi.
Un improbabile triangolo amoroso
Hervè, militare di carriera, torna in licenza al suo paese e sposa la splendida Helene: abbandonate le armi, inizia a lavorare per il proprietario di tre filiere - che commercia in seta - per conto del quale inizia lunghi viaggi in cerca delle migliori uova di bachi. Nelle sue peregrinazioni arriva fino in Giappone, dove si invaghisce, corrisposto, della donna di un capo villaggio; comincerà così un impossibile triangolo amoroso, che logorerà i tre protagonisti fino alle conseguenze più impensabili...
Pomposo e inconcludente
La chiave di lettura del film di Girard sta nel titolo: la seta. Proprio a quella sensazione visiva, tattile e quasi temporale tende l'autore, in una ricerca minuziosa e perfezionista che fa di Seta una pellicola dai tempi rarefatti, soffusi, rallentati; scelta stilistica audace, che non è sostenuta da una sostanza adeguata a riempire un contenitore così pomposo e magniloquente.
Tratto da un’inconcludente storia di Baricco, il film non ha molto da dire, ma lo dice con un incredibile sforzo di mezzi e un’altrettanto inutile dilatazione dei tempi: si assiste così a un opera vuota, pomposa, che porta lo spettatore a spasso fra inutili silenzi intervallati da un abuso della voce fuori campo. Eppure l'idea di fondo è interessante perché - in un’epoca in cui la globalizzazione era un lontano miraggio - il concetto di un amore a distanze siderali, alimentato solo dal ricordo e da una segreta passione che brucia nel fondo del cuore, ha senza dubbio molto fascino. Ma lo spunto iniziale non viene suffragato da un’intelaiatura sufficiente a strutturare una storia, a farla poggiare su basi minimamente solide; tutto rimane sul piano delle idee, su un’eterea associazione di immagini e suoni già di per sé
inconcludenti, che subiscono anche le scelte estetiche della messa in scena che, come già detto, tende a rallentare i tempi e a sfumare i colori della fotografia.
Così Seta risulta semplicemente un film noioso, autocompiaciuto, che ha poco da dire, ma che ha bisogno di due lunghissime ore per dirlo. Non aiuta nemmeno un Pitt che recita sottotono, quasi sempre sottovoce, bilanciato a malapena da Alfred Molina, in un ingrato ruolo di contorno: tutto lo scalpore generatosi attorno a questo film, provocato quasi esclusivamente dalla derivazione letteraria “baricchiana”, a conti fatti pare ingiustificato.
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