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lunedì, 24 settembre 2007
La cosa più pericolosa

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:49 | link | commenti (8) |
citazioni, varie

venerdì, 21 settembre 2007
Piano, solo

La vicenda del pianista Luca Flores è una storia strana, contorta, assolutamente fuori dal comune, eppure così ricca di una densa normalità, di un semplice desiderio di amare ed essere amati.
La rinuncia alla vita, il suicidio di Flores, non contiene quell'ultima ombra di disperazione che spesso si affaccia su tali vicende, ma si getta come un'insolita ombra di speranza, affermazione di una vita piena, sopra ogni cosa, nonostante tutto.
La storia del piccolo Luca è quella di un bimbo costretto a viaggiare per il mondo a causa del lavoro del padre, e che subisce un trauma indelebile a seguito della prematura morte della mamma, unico vero legame con una dimensione familiare autentica, deceduta a causa di un incidente stradale.
Il rapporto che riesce a tenere desto l'animo del bambino, che man mano cresce nel film, fino a diventare uomo, è quello con il pianoforte.
"Ho litigato con mio padre, non possiamo parlare, devo andare a suonare", afferma in una scena della pellicola, a sottolineare la carnalità e la decisività del rapporto con lo strumento.
Tutta la pellicola, che parla di musica jazz, di disagio mentale, di piccoli concerti e di grandi successi, è tesa a sottolineare la sottile discrasia che si apre nella vita del giovane pianista.
Il piano, involontariamente, di soppiatto, si insinua ovunque, permea e fagocita ogni luogo, ogni istante, escludendo sempre di più, tagliando sempre più fuori le persone che vivono, sbagliano, soffrono, intorno a Luca; il padre (Michele Placido), mancante per anni, ma ultimamente innamorato del proprio bambino; la sorella (Paola Cortellesi), vera e propria spalla di una vita; la ragazza (Jasmine Trinca), croce ma soprattutto delizia più alta, carnalità più presente in una traiettoria umana rarefatta.
Piano, Solo. Solo con il piano. Piano, lento, e solo. Solo il piano. Diverse le chiavi di lettura, tutte possibili, tutte calzanti, per un film che è tanto duro, controverso nelle sfumature che vuole comunicare, tanto è classico, senza possibilità di uscire dagli schemi dalla strada di una messa in scena ben articolata e congegnata, secondo gli stilemi classici del genere.Kim Rossi Stuart
Riccardo Milani, dunque, traendo spunto da una pubblicazione di Walter Veltroni, costruisce un film impeccabile, che fa di questa sua costruzione precisa il suo pregio, ma anche il suo difetto. Cade infatti a volte in un didascalismo soffocante, cercando di emozionare e coinvolgere lo spettatore di più, al di là di quanto non sia possibile, lecito, creando l'effetto opposto.
Nonostante questo, grazie anche ad una complessiva buona prova attoriale (Kim Rossi Stuart, dopo una prima metà film assolutamente monocorde, esce alla distanza in modo egregio), alcune sequenze - quella morte della madre, come quella della deflagrazione della pazzia - raggiungono un livello di intensità notevole.
"Quasi non ho il coraggio di dirlo, ma sono felice", dice Flores, in uno degli ultimi momenti di sofferta lucidità. Una vita consacrata alla ricerca della felicità, della ricerca di qualcosa di più grande, ritrovato nel magnifico, indimenticabile, maestoso e micidiale rapporto con un pianoforte al quale ha dedicato, nel senso pieno del termine, la vita.
E, nonostante quell'ultima, caustica, negazione finale, nonostante quel volersi negare una speranza, emerge, come dato fondante, quello di un'apertura a qualcosa d'altro. Un'esigenza profonda del cuore dell'uomo che un semplice piano, solo, non può soddisfare.


 

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Pubblicato da: Xanadu |alle 08:50 | link | commenti (4) |
recensioni, castlerock

venerdì, 14 settembre 2007
Sapori e dissapori

Si esce dalla visione di Sapori e dissapori che ci si può quasi sentire addosso il profumo di una quaglia in salsa tartufata, o il delicato aroma di un soufflè, senza la sensazione di aver perso tempo, ma con in mente la convinzione che, magari sforzandosi un po', lo si sarebbe potuto impiegare meglio.
L'ultimo lavoro di Scott Hicks potrebbe facilmente, dalla locandina e dal trailer, essere scambiato per una commedia scacciapensieri. Nasconde invece una triste nota sentimentale che, pur condita dall'immancabile lieto fine, è la vera nota dominante di tutto il film.
La storia è sostanzialmente banale, raccontandoci della più classica delle donne in carriera, tutta casa e lavoro, che si trova all'improvviso a imbattersi in una serie di situazioni che le scombinano la normale routine quotidiana: il ritrovarsi a carico la figlioletta della sorella tragicamente scomparsa, e la vicinanza con un romantico ed esuberante collega di lavoro.
Vera novità del film è la contestualizzazione della vicenda: la bella protagonista (interpretata da Catherine Zeta-Jones) è infatti lo chef di uno dei migliori ristoranti della città. Il suo regno è la cucina - francese per l'esattezza - all'interno della quale sfoga tutto il suo estro e la sua creatività.
Ma al di fuori del suo ambiente naturale tutta la verve e la vitalità che infonde tra i fornelli vengono improvvisamente meno. Ed ecco gli snodi narrativi, abbastanza prevedibili, della piccola orfana e del collega, assunto come secondo chef, inizialmente posti come ulteriore freno, ostacolo, alle vicende dell'eroina di Hicks, ma che finiscono per penetrare nella sua vita, e nel scioglierla, illuminarla, pian piano, dall'interno.
Nulla di nuovo sul fronte occidentale, dunque, per una commedia che piega ben presto sul registro del film sentimentale e commovente, e che non presenta nessuno spunto degno di nota al quale appigliarsi per conferire all'insieme una sufficienza piena.
Una buona scelta delle musiche originali, orchestrate dal bravo Philip Glass, viene soffocata dall'assoluta banalità degli inserti musicali non originali (dal cuoco italico che canta Pavarotti al 'mambo italiano' che sottolinea la cottura di un piatto di pasta al sugo).
Anche la regia parte bene, costruendo una serie di sequenze in cucina che riescono ad appassionare nonostante il potenziale scenico non formidabile, ma finisce per appiattirsi, come scelte tecniche e una messa in scena assolutamente prevedibili.
Un'idea carina, con qualche spunto interessante, sia narrativo che artistico, che viene però soffocata da uno svolgimento assolutamente prevedibile che, alla lunga, stanca anche lo spettatore meno smaliziato.

Pubblicato da: Xanadu |alle 00:07 | link | commenti (5) |
recensioni, castlerock, filmfilm

giovedì, 13 settembre 2007
Molto incinta

Judd Apatow è il mite e intelligente orchestratore di una commediola sentimentale come “40 anni vergine”, una pellicola che, pur inserendosi in un filone per lo più scacciapensieri, aveva qualcosa da dire, o comunque lo diceva bene. Nulla di eccezionale o di sofisticato, ma nemmeno tempo del tutto sprecato.

Sull’idea del “caso socio-sentimentale” che animava quella pellicola, si fa strada anche Knocked up, Molto incinta nella versione italica, che ci mette di fronte alle peripezie di un nerd che, causa una notte dominata da un’ubriacatura molesta, mette incinta una bionda, bella e giovane giornalista in carriera.

Il motore di fondo che muove tutto il film, l’equivoco iniziale, indirizza tutta la pellicola sui binari della commedia dell’incomunicabilità: due mondi si scontrano, quello ideale e perfetto di lei, e quello sgangherato di lui, convivente con altri quattro sfigati che cercano di lanciare un sito internet che indichi esattamente a quale minuto di quale film le attrici famose si mostrano senza veli.

Il configgere di questi due universi relazionali e comportamentali così differenti costituisce la spina dorsale del film, che saltella da un’impostazione giovanilistica e pecoreccia a quella più classica della commedia sentimentale.

Interessante e coraggioso è lo spunto del voler tenere il bambino, scelta che verrà portata a fondo con tutte le conseguenze del caso, contro tutte le evidenze e i consigli, unica posizione veramente originale all’interno di tutto lo script.

Per il resto la commedia si barcamena in situazioni poco più che carine, non riuscendo mai ad innestare quella marcia in più, quello spunto geniale che distingue un’ottima commedia da quella che passerà ben presto nel dimenticatoio. Anche perché la singolare durata, oltre le due ore, non favorisce la pregnanza e l’efficacia dei meccanismi narrativi.

Apatow torna così sugli schermi con un’idea sulla carta intelligente, esplorabile, ma che viene ridotta ad una dimensione piuttosto bidimensionale, alla ricerca di una risata facile che in quanto tale diventa banale, poco efficace.

Ciò non toglie che Molto incinta sia un filmetto scacciapensieri, valido per una serata tra amici, e poco più.

 

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Pubblicato da: Xanadu |alle 23:58 | link | commenti |
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