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Un film in due parole: Sunshine

Non siamo mai stati dei fan di Boyle. Eppure dobbiamo riconoscere che Sunshine, messe da parte alcune pretenziosità tipiche del regista che proprio non riesce a volare basso (un certo ostentato citazionismo di 2001 è irritante), è un'opera dal fascino innegabile.
Il rapporto con un sole buio, che muore, eppure così luminoso, in questo contrasto con una navicella spaziale che non si può giovare della sua luce, costretta al neon e a zone d'ombra. Una terra che soffre l'assenza di sole, e un equipaggio che non riesce a fare i conti con la magnificenza di una stella agonizzante. Il contrasto cromatico che genera dietro ogni sfumatura del film è il vero motore della narrazione, altrimenti imprigionata in una storia non nuovissima.
Il rapporto carnale che Boyle instaura tra i propri personaggi (tra l'altro troppo giovani per costituire un equipaggio spaziale) è la vera novità, l'elemento sorprendente di una pellicola che altrimenti sarebbe stata emule di tante altre e poco più.

Transformers non può non attingere al proprio mito postmoderno, legato ai cartoni animati e all'infinità di giocattoli che hanno spopolato nel cuore di ogni bambino (ma le femminucce non si sentano escluse) per almeno un decennio. Si porta così dietro il difficile compito di non deludere i fans della saga, da una parte, ma al contempo di risultare un'opera appetibile anche a chi in quegli anni si dedicava ad altro (o magari non c'era proprio).
La produzione, sapendo che non si accingeva a produrre un blockbuster come un altro, ha dunque affidato il progetto a Michael Bay, uno dei registi che negli anni si sono costruiti miglior fama con un cinema fortemente orientato all'intrattenimento puro.
Scelta che si è rivelata azzeccata, con un Bay in grande spolvero che ha sapientemente mescolato il suo tipo di cinema - quello dei soldati che avanzano al crepuscolo, in controluce il disco del sole tramontante, quello delle pallottole che fischiano ancor più delle orecchie del pubblico, inondate da una colonna sonora invasiva - con un modello di cinema che potesse avvicinare qualsiasi tipo di pubblico al film, vale a dire un lato più puramente ‘commediale', con venature addirittura da sit-com, ponendovi al centro il giovanissimo Shia LaBeuf, vero mattatore della scena, bravo al punto da guadagnarsi uno sponsor d'eccezione quale Steven Spielberg.
Transformers, lo diciamo da subito, è un buon film d'intrattenimento, quasi esclusivamente per la perizia del proprio regista, che pur poteva essere un quasi capolavoro se non si avvertisse un netto scarto qualitativo tra la prima e la seconda metà. Nella prima ora si viene deliziati dalla maestria espositiva del regista, che usa un mix di macchina a spalla e piani rallentati per rilanciare continuamente il ritmo, non far mai stare tranquillo il proprio pubblico, riuscendo, con un sapi
ente uso della colonna sonora e del montaggio, a legare alla perfezione le sequenze che interessano l'esercito e la sicurezza nazionale, con quelle del giovane Sam Witwicky, che si scoprirà poi essere colui il quale ha più speranze in assoluto di salvare la terra dagli Decepticons (i robottoni cattivi, per intenderci, combattuti da quelli buoni, gli Autobots).
Una prima ora che fila via con sommo piacere, sorprendente per come ancora oggi la costruzione di un cinema d'intrattenimento possa essere affatto banale e scontata. Quando però Bay perde la totale libertà di muoversi a proprio piacimento tra le pieghe della trama, ed è costretto ad andare a sciogliere i nodi narrativi, la pellicola perde indubbiamente di smalto, costretta com'è a ripetersi, a estremizzare e a parodiare situazioni già perfettamente espresse e risolte nella prima metà. In questo modo l'enfasi viene riposta totalmente nella spettacolarità dei robot giganti e nei loro scontri all'ultimo sangue, tralasciando giocoforza quella prospettiva sana che aveva visto porre al centro lo spettatore ed il suo rapporto con il girato, e non viceversa.
Nonostante ciò, Transformers è un film che non deluderà quasi nessuno, giusta sintesi tra esigenze e aspettative diverse che, sorprendentemente, fa intravedere tracce di cinema d'ottima fattura, che pur non inficiano la godibilità e la scorrevolezza del girato.
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Una fama da cult del genere, una locandina inquietante quanto allusiva, non esauriente, il patrocinio benevolo di mister Tarantino e la promessa di un horror movie impostato sui teenager, per un pubblico di teenager, ma con l'aspirazione (e la convinzione) di essere adulto. Prendete il tutto, shakerate con un po' di Fenech, qualche bella ragazza e alcune scene volutamente splatter. Otterrete Hostel volume secondo.
Pallida imitazione del suo pur debole predecessore, figlio di un marchingegno mediatico che l'ha costretto nell'aspettativa di essere il seguito dell'horror capofila dell'ultimo tempo, obbligato ad andare oltre i limiti imposti dal primo e imbrigliato nei limiti della censura.
E se il primo si rivelava un (quasi) fiasco, onesto film di mezza estate con molte tette e qualche occhio fuori dall'orbita, pur sempre figlio di un'idea potenzialmente nuova e confezionato con una discreta fattura, il sequel si rivela una pallida imitazione, costellata da luoghi comuni, costruita con una lentezza esasperante, realizzata con una scarsa approssimazione, e, quel che è peggio, perfettamente ricalcante lo schema narrativo del suo ormai illustre predecessore.
Così l'unica differenza è che ai tre ragazzi si sostituiscono tre belle (??) donzelle, che i prosperosi topless si fanno da parte per lasciare posto ad una castigatissima quanto fugace apparizione della Fenech (oltre che al macabro nudo della scena ripresa dal poster), e che all'innovativo schema di terrore atteso e mai veramente consumato (Roth nel primo si è dimostrato abilissimo in sede di montaggio) della parte conclusiva si è sostituita una dinamica del tutto simile, anche se depotenziata dal ‘già visto' e da una ricerca di profondità di significato che disperde ulteriormente quella densità d'immagine che costituiva uno dei pochi punti di forza del predecessore.
Roth prova a inserire maldestramente il tema della vittima c
he diventa carnefice, stilizzando caratteri e psicologie che più che gli stereotipi classici del genere ricalcano una schizofrenia di scrittura mal controllata.
Il tutto inserito in un tessuto narrativo lento e stiracchiato, grottesco a tratti (il treno italiano pieno di ragazzi con la maglia di Totti che cantano popopopopò, piuttosto che la Bratislava piena di mascheroni di vago sapore elfico ne sono degni esempi), infarcito di momenti morti che non solo non creano un neppur vago senso di climax per quel che avverrà, ma che anzi depotenziano di significato e di impatto le già pretestuose scene macabre.
Non ci avventuriamo nelle incongruenze di script onde evitare di non dilungarci troppo. Tirando le somme, otterrete un film che non rispetta nemmeno le attese al ribasso di un seguito qualunque, destinato quasi inesorabilmente alla sola, mesta, distribuzione in homevideo se non fosse per il nome e l'autorevole sponsorizzazione.
Astenersi perditempo.
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Rimani
amo stupiti sempre, come al solito, della bellezza insolita di Drew Barrymore. Ci sorprende come la traiettoria al rialzo di Eric Bana incappi in operazioni commerciali di basso cabotaggio.Ci stupiamo, e fortemente, di come un attore del calibro di Robert Duvall continui a riciclarsi da oltre quindici anni in film di fattura medio-bassa. Ma rimaniamo addirittura sbigottiti al sentire la voce esagitata di Caressa (ebbene si, proprio quello di ‘Tutti a Berlino!!’) commentare una sapidissima partita di poker. Questi sono solo alcuni dei motivi di disappunto che suscita Le regole del gioco, ultimo film di Curtis Hanson, regista che ha toccato vette ben più alte con L.A. Confidential, e che tenta di uscire onorevolmente da su un soggetto di Eric Roth sceneggiato in modo triste e piatto, che avrebbe potuto fruttare in maniera più congrua in una mano più sapiente.
Invece Le regole del gioco nasce imbalsamato in uno schema che lo rende prevedibile e scontato: la dinamica dell’uomo duro dal cuore d’oro, che tratta male la propria donna con la quale si riconcilia, e che ha un rapporto conflittuale con i propri genitori, è un cliché abbastanza comune. Viene qui riproposto senza nessuna discontinuità, senza nessun guizzo, di scrittura o di regia, che non portino a considerare quel che si vede come la riproposizione di qualcosa di ormai fuori tempo, usurato.
Insolita la cornice, quella di una Las Vegas piena di donne occasionali, di alberghi al di fuori di ogni comune immaginazione (e buongusto), ma soprattutto pullulata da giocatori di poker, di ogni razza, sesso ed età. Il padre (Duvall) e il figlio (Bana) sono divisi l’un l’altro dal fantasma della loro moglie/madre, alla quale entrambi erano molto legati (ma si giocano la di lei fede ad ogni buona occasione e con qualsiasi pretesto). Forse non occorre dire di come si riconcilieranno in un gran finale attorno ad un tavolo verde, per l’ultima, riconciliante, partita decisiva.
Il personaggio del protagonista è legato allo stereotipo di
comportarsi nella vita troppo prudentemente, così come dovrebbe fare con le carte, e di essere del tutto spregiudicato e coraggioso seduto al tavolo. ‘E’ formidabile ad accumulare fortune, così come a disperderle’, lo descrive uno dei comprimari. Sarà il tormentone che tutta la pellicola si trova addossata, una zavorra etica e concettuale da cui non ci si riesce a liberare, facendo scivolare così la narrazione nella monotonia. Lo sfondo pokeristico, invece di introdurre quella tensione e quel patos che mancano in una ambiente ‘normale’, viene gestito in maniera piatta e scialba, comunicando alla lunga un senso di fastidio per tutte quelle fish, quei punti e quelle regole, ripetute e reiterate alla nausea, pedissequamente. Il tutto scivola via così, come una operazione di piccolo cabotaggio, opera di autocompiacimento per gli appassionati del genere, pallido spot per un mondo pieno di lustrini e ombrellini da cocktail.
Ci spunta, sul finale, un sorriso sulle labbra: merito del doppiaggio italiano, e di Caressa, nulla più.
I fantastici quattro e Silver Surfer, consentitecelo, è uno dei titoli più didascalici e pedanti dell’ultimo per
iodo.
E la pellicola non si discosta di molto dal trend di cui sopra, riuscendo addirittura a infastidire di più del suo già mediocre prequel.
La trasposizione del fumetto si barcamena incerta sul tentare un’abborracciata lettura autoironica (ma il pur gustoso cameo di Stan Lee non è sufficiente) e il prendersi dannatamente sul serio, con quest’ultimo taglio di scrittura che finisce per prevalere, imbrigliando quella che è una sana storia per bambini in un caravanserraglio di situazioni improponibili se inserite in un determinato contesto, e per di più gestite male, generando il più delle volte perplessità o involontario umorismo.
Ovviamente la nuova minaccia da affrontare è il surfista argenteo come da titolo, antagonista da cuore d’oro (si perdoni il gioco di parole), araldo schiavizzato da forze ben più grandi di lui.
Solito esercito pasticcione, soliti connotati stereotipati dei quattro protagonisti, solito, sfacciato, richiamo all’unione che fa la forza, e solito vissero tutti felici e contenti velato da un’ombra che apre ad un futuro eventuale seguito.
Il minestrone è servito, e pure tiepido, appena scaldato, in modo da rendere ancor meno appetitoso il pasto. Tutto il film si snoda lungo una serie di situazioni, mal coordinate fra di loro, che vorrebbero celare dietro improbabili scambi di battute un qualche tipo di messaggio politicamente corretto.
Il regista costruisce un grande, disarticolato cartone animato, che presume di assurgere a film adulto, peccando di presunzione. Nulla fa intravedere un lavoro serio impostato sul fumetto, che pur qualcosa di interessante aveva da dire ai suoi lettori, né sul personaggio di Silver Surfer, uno dei più complessi e articolati di tutta la saga. Si procede lungo la linea del puro intrattenimento, in maniera talmente marcata che diverse sequenze appaiono inesorabilmente agli occhi di chiunque come un modo per allungare il brodo, per introdurre nuovi elementi in scena, al fine di tenere alta l’attenzione.
Dopo un po’ il gioco stanca, per finire con l’annoiare, pur in presenza di un cast piacevole e collaudato che schiera come arma d’attacco la lanciatissima Jessica Alba (come se non bastasse imbruttita in sala trucchi).
La trasposizione cinematografica dei fumetti ha per di più raggiunto un livello tale di maturazione (vedi diversi degli episodi della saga batmaniana, o gli Spiderman di Raimi) che un contenitore per lo più vuoto, come quello che
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Conferenza Stampa

‘Se avessi un superpotere vorrei che fosse quello di poter leggere tutti i libri del mondo, in qualsiasi lingua siano scritti’. Questo il desiderio di Jessica Alba,
I due attori nel film sono fratelli, e hanno cercato di riportare sullo schermo i rapporti che hanno con i propri fratelli reali, in un percorso di maturazione e di crescita rispetto alla pellicola precedente, come descrive
E così meglio concentrarsi sulla vita vissuta, con Jessica che ammette di aver pensato al matrimonio, ma di come questa sia un’idea che sorprende prima o poi tutte le donne in carriera: ‘Basta saper trovare un sano equilibrio interiore!’.
E se sul fronte matrimoniale gli sviluppi futuri sono dunque del tutto incerti, tutt’altra situazione riguarda il futuro sul grande schermo. “Abbiamo firmato un contratto che prevede tre film, per cui credo proprio che ci ritroverete tutti nel prossimo sequel. Tra l’altro è un progetto al quale sono molto affezionata, perché riesce a coniugare al meglio l’intrattenimento per grandi e piccini”.
Un progetto che ha restituito una gran notorietà a entrambi, come ammette
Evans, arma a doppio taglio, lusinghiera ma stancante, tanto che, confessa
Entrambi ci tengono a sottolineare l’assoluta armonia all’interno del cast, arricchita da una speciale familiarità, avendo tutti quanti lavorato già nel film precedente. Particolari difficoltà le ha create il dover recitare davanti allo schermo verde degli effetti speciali: ‘Muoversi da soli sulla scena immaginando cose fantasmagoriche non è affatto facile – ci dicono – bisogna fare ricorso a moltissima immaginazione’.
E se per Evans non vi è differenza alcuna nel prender arte ad un blockbuster piuttosto che a un film indipendente, perché ‘acting is acting’, per la bella Jessica ‘lavorare in una produzione indipendente dà più soddisfazioni, perché è molto più ricco di imprevisti, bisogna concentrarsi su tutte le sfumature’.
Immancabile la domanda sulla concomitanza della presenza di Bush a Roma: ‘Siamo democratici’, si scherniscono sorridendo…

Il nuovo film di David Mackenzie porta con sé l'onere e l'onore della firma di Patrick McGrath. È tratto dall'omonimo romanzo dell'autore di Spider questa pellicola, fortissimamente voluta da Natasha Richardson e non poco ostacolata dalla produzione americana, che voleva renderla un'opera ad alto budget ambientata ai giorni nostri. E invece Follia, grazie all'impegno della brava moglie di Liam Neeson, mantiene i suoi tratti originali.
Il film si muove nella società degli anni '50, tra i suoi vincoli sociali e culturali, accentuati dalla ristrettezza e dalla particolarità dell'ambiente che descrive, quello delle famiglie di alcuni medici di un manicomio. In particolare, la pellicola vuole riproporre il rapporto controverso tra Stella, la sensuale moglie del nuovo vicedirettore dell'istituto, alla quale presta il volto la Richardson, e Edgard Stark, uno dei pazienti, apparentemente tra i più tranquilli, che cela un passato di omicidi e folli gelosie. A completare il triangolo vi è la figura del dottor Cleave, interpretato da Ian McKellen, invaghitosi di Stella come anche, per un interesse clinico ai limiti del morboso, di Edgard, proprio paziente. Il
ruotare di tutti e tre questi personaggi intorno al fulcro del desiderio, una fiamma celata ma mai sopita, che logora e corrode la mente e il cuore, darà vita ad una spirale di tragica follia che inghiottirà un sordo e lugubre finale.
La materia su cui lavorare è tanta, il libro di McGrath è spunto per profonde analisi su follia, potere e amore, sull'intreccio pericolosissimo di queste variabili qualora non vengano controllate dall'animo umano. Il film soffre però di un difetto d'impostazione, quello del presentarsi come un film in costume, una più o meno velata denuncia del sistema sanitario di quegli anni, con il pretesto di raccontare una grande e disperata storia d'amore. Per questo l'architettura risulta vecchia, e la messa in scena richiama i drammi mainstream degli anni '60. Non emerge nessun dato innovativo, e questo di per sé potrebbe non essere un problema, ma deve tuttavia fare i conti con la materia letteraria da cui è tratto, di ben altra caratura e spessore; per cui la pellicola scivola via senza particolari entusiasmi, sorretta principalmente dalla solida interpretazione dei tre attori principali, in primo luogo dall'ottima performance della Richardson, gettatasi con anima e corpo nella storia.
La produzione (semi-indipendente) ha intelligentemente saputo evitare un cambiamento del finale, mantenendo così quel minimo di problematicità non risolta che solitamente si vuol far evitare al pubblico.
Follia scivola tra alti e bassi come un lavoro che si mescola a molti altri, non cogliendo sfumature e potenzialità della storia che una messa in scena più accorta avrebbe potuto rendere indimenticabile.
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er la vita della Piaf, è impossibile da trovare. Così ci si affida al dato "oggettivo", indiscutibile, tangibile: quello della musica, del sonoro originale, di un'attrice che mima il canto, e che viene doppiata dalla voce originale, aspra e dolce. Unico elemento in qualche modo pacificante, onnicomprensivo, di un film che più si tenta di stringere in un certo rigore formale e contenutistico, più scivola via, tra indicibili cadute di stile e picchi di magistrale tensione emotiva.
enfatizza le sequenze pompando musica a tutto andare. Alle volte è anche banale (che "Non, je ne regrette rien" fosse la canzone di chiusura lo si intuisce se non dal primo, dal secondo minuto di pellicola), in altre approssimativo (la questione legata al bambino perso dalla Piaf in gioventù viene inserita e buttata nel calderone per alimentare il dramma generale e poco più). Ma racchiude anche alcuni momenti indovinati e toccanti (la scena del falso ritorno di Marcel è pennellata da un pianosequenza magistrale) che, alternati ai succitati difetti e conditi dalla straordinaria interpretazione della Cotillard, creano un effetto altalenante che coinvolge e inchioda emotivamente lo spettatore. Dahan punta tutto sull'immedesimazione, sul pathos, creando sequenze furbe ma anche toccanti, non curandosi della pulizia e del rigore della messa in scena, ma abbandonandosi a una lunga serie di virtuosismi.Quel che rimane negli occhi alla fine di un film come Il matrimonio di Tuya sono le immagini di una terra mal tecnolog
izzata, attraverso la quale si viaggia vuoi a dorso di pony o di cammello, vuoi su improbabili carrette a tre ruote che si fatica a chiamare camion, è la buona testardaggine della sua protagonista, un tutt’uno con la terra arida e petrosa e i pentoloni pieni di zuppa ribollita, sono le personalità sfumate, non consolatorie né manichee, di tutti i personaggi secondari.
Tutto questo per una pellicola che poteva, per ambientazione e pieghe della trama, cadere nell’insidiosa trappola del melodramma in costume, ci fa capire un po’ di più quale possa esser stato il giudizio della giuria del Festival di Berlino nell’attribuirle l’Orso d’oro.
Wang Quan’an, regista cinese, si avventura nella mongolia settentrionale, andando a riscoprire gli splendidi scenari naturali de La storia del cammello cha piange, splendido documentario presentato alla notte degli Oscar.
Gira così in una terra arida di arbusti come di parole, in cui l’acqua è rarefatta al pari delle relazioni sociali, e il cibo così come le parole è semplice e scarno. Riesce a trarne una storia godibile, ricca di riusciti momenti di humor, ma, sottotraccia, intimamente drammatica, soffocata, eppur così piena di vita, desiderosa d’aria.
La storia è gonfia di dolorosa attesa sin dai primi passi: il marito di Tuya è invalido, e per poter tirare avanti la giovane donna è costretta a divorziare e a risposarsi, ma solo qualora il futuro marito si prenda l’impegno di tenere con sé anche Bater, da ormai quattro anni senza più l’uso delle gambe.
Dopo varie peripezie, che movimentano il film al punto giusto da non renderlo noioso ma nemmeno macchiettistico, Tuya si accaserà con un buon amico, vicino di casa. Sottile a questo punto la scelta del regista nell’evidenziare, nel pianto finale, l’impossibilità di risoluzione di una domanda di senso e di un desiderio di felicità così profondo come quello della giovane protagonista, anche attraverso la migliore delle risoluzioni possibili.
Wang Quan’n guarda più in là di quel che racconta, e riesce ad abbozzare tentativamente il grande mistero della vita attraverso una storia semplice, eppur così maledettamente complicata, al pari della terra dalla quale proviene.
La complicazione che emerge sottotraccia attraverso una apparente, immutabile, routine, è la vera forza di un film per il quale avventurarsi in complesse disquisizioni tecniche su regia e via discorrendo appare francamente superfluo.
Onde tentare di rendere trasparente e cristallina quella ricerca di Tuya di una felicità così a portata di mano, quanto terribilmente e ineluttabilmente nostalgica.

Il tentativo polisemico, di introdurre diversi piani di lettura, molteplici possibilità interpretative, all’interno di una stessa sequenza o, addirittura, di una stessa immagine, è sempre stato oggetto di ricerca e, laddove riuscito senza goffaggini e ineleganze, motivo di vanto per i registi di tutti i tempi.
Paradossalmente questa continua ricerca di ‘parlare di alcune cose per parlare d’altro’ è il tallone d’achille dell’opera prima di Fabio Tagliavia, produttore cinematografico capitato in prima persona dietro la macchina da presa. Si parte, in maniera un po’ trash, sin dal titolo, Cardiofitness, che assume, nelle diverse accezioni, il senso del luogo principale dove l’azione si svolge, la palestra, o l’oggetto della trama, l’evocazione di una sorta di palestra del cuore, di allenamento ad amare, in cui i due protagonisti dovranno passare (in tutti i sensi) lunghe e faticose ore prima di arrivare a comprendersi e ad amarsi pienamente, regalando a noi di conseguenza il sospirato, immancabile, happy-end.
Il film racconta, come intuibile da quanto già scritto, la storia di due innamorati un po’ particolari: lei appena laureata, aspirante scrittrice, donna quasi sui trent’anni ma con un declinarsi di carattere e attitudini molto fanciullesco; lui quindicenne, solitario (fatto salvo per il cugino fracassone, l’ottimo Daniele De Angelis), maturo, fin troppo, per la sua età, con appiccicata addosso già quell’aria pensierosa e maledetta da novello imberbe James Dean. Il tenore narrativo ed espositivo è quello tipico della commedia, ma si gettano di continuo le basi per l’analisi di un fenomeno sociale diffuso, quello della disparità di età tra amanti, inquadrando una situazione limite, quella in cui la figura maschile della coppia risulta addirittura minorenne. Il tent
ativo, come sostiene Nicoletta Romanoff, protagonista femminile della pellicola, è quello di ‘ricercare un equilibrio partendo dagli squilibri’. Le dicotomie la fanno da padrone: giovane/maturità, donna adulta/immaturità e via discorrendo, seguendo un marcato ed evidente (per cui macchinoso e ruvido) tentativo di mescolare intrattenimento e riflessione.
L’esposizione si articola per sequenze semplici immediate, adatte ad un pubblico giovane, raccordate alla bisogna con il racconto, attraverso una voice-off, dei pensieri dei personaggi o degli snodi narrativi. Inseriti in questa architettura una lunga serie di cliché, necessari, secondo il pensiero del regista e degli sceneggiatori, a mantenere su di un livello ‘commediale’ l’intera storia. Il picco lo si tocca con l’allenatore della squadra di baseball (ennesima rivalutazione cinematografica dal vago retrogusto snob di uno sport minore) che è cubano (per capirci, Cuba sta al baseball come il Brasile sta al calcio), parla un italiano fortemente spagnoleggiante, e, meraviglia!, fuma il sigaro nei momenti di riposo. Ci sentiamo di salvare una figura altrimenti ai limiti del buon gusto, unicamente perché a prestargli il volto è Sergio Colangeli, pregevole attore teatrale.
Cardiofitness si configura così come un film uguale a tanti altri, adatto a soddisfare quella fetta di pubblico giovane che, secondo le stime, si reca più al cinema, e che funziona, anche se con risultati non eccelsi, laddove rimane nel puro intrattenimento, e si inceppa a piè sospinto ogni volta che tenta di uscire dalla nicchia che si costruisce.
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