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venerdì, 30 marzo 2007
Centochiodi

“Ho passato una vita a raccontare storie per il cinema”.

Così Olmi si congeda dal proprio pubblico con quello che, per sua scelta, sarà l’ultimo film di finzione che realizzerà nella sua lunga carriera di cineasta, apertasi nell’ormai lontano ’59 con Il tempo si è fermato, e proseguita attraverso pellicole importanti, come L’albero degli zoccoli, Lunga vita alla signora e Il mestiere delle armi. Tutta la filmografia di Olmi emana un’aura di autorialità pacata ma ferma, in tutti i film si riconosce una fattura da ottimo artigiano del cinema, oltre che una sensibilità profonda e curiosa.

Per lunghi tratti della sua carriera il regista è stato attaccato sul campo dei sistemi di riferimento, essendo egli uno dei pochissimi autori profondamente e non banalmente cattolici del panorama italiano. Sono state tante, dunque, le battaglie silenziose di Olmi, mai combattute a mezzo stampa, attraverso proclamazioni d’intenti e apologie o attacchi di sorta, ma sempre condotte attraverso il linguaggio che sapeva meglio usare, quello del cinema.

Partendo da questo ricco background, c’è qualcosa che stona nel suo ultimo lavoro, a partire dal poster (pensato bene e realizzato male), sul quale campeggia un inequivocabile sottotitolo: “Nessuna religione ha mai salvato il mondo”. Mai tale apoditticità aveva segnato un film di Olmi, né tanto meno in nessun caso il senso e il cuore profondo di una sua pellicola non era pieno possesso dell’intelletto dello spettatore, che in questo caso, al contrario, subisce suo malgrado uno schema che, persino al film stesso, per come poi viene sviluppato, va stretto.

Centochiodi parte da un gesto assurdo quanto sentito: cento libri antichi vengono inchiodati sul pavimento e sui tavoli della biblioteca dell’università di Bologna. Il misfatto è compiuto da un giovane quanto brillante professore di filosofia, interpretato da Raz Degan, che si rifugia in un casolare del Po lombardo, entrando in contatto con gli abitanti del posto.

Questa, e solo questa, la trama, frutto di uno script che di certo non punta sullo snodo narrativo, sul colpo di scena (come del resto è consuetudine nella produzione di Olmi) ma che contiene una vastissima ricchezza di metafore, di chiavi di lettura possibili.

Il regista scandaglia l’animo umano, il rapporto tra sacro e profano, tra l’uomo e la propria spiritualità, attraverso l’indagine di un animo combattuto. Non è un caso che il custode, l’amante, dei libri deturpati sia un anziano monsignore, lo sguardo offuscato da pesanti cataratte. Come non episodico il soprannome affibiato al professor Degan nella bassa, Gesù Cristo, o il fatto che i suoi amici paesani lo aiutino (in dodici) a costruire la capanna dove va a vivere.

Come questi, i riferimenti ad una semantica religiosa sono molteplici. E nonostante una impossibile univocità interpretativa, Olmi sembra condurci per mano su strade culturalmente iconoclaste, impregnate di un rifiuto non del libro in se, ma dell’utilizzo parziale e pretestuoso che l’uomo ne fa, accompagnate dall’esaltazione di una “semplice cordialità”, come lui la definisce, sganciata dalla retorica e dalla cultura proterva dei saggi.

Discorso chiaro, ma assolutamente discutibile, sintetizzato dalla arida e semplicistica sentenza che mette in bocca al suo protagonista: “C’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri”.

Olmi sembra abbandonare la sua semplice cattolicità legata alla tradizione e all’autorità, per esplorare territori più complessi, densi di un’autodeterminazione religiosa che rifugge dal magistero della cattolicità, per esplorare i territori più complessi e astrusi dell’autodeterminazione del rapporto con il divino.

Non è un caso che Magris, introducendo il bel libro fotografico uscito con il film, si appropri della tematica esasperandola e facendone un uso personale, rafforzando la propria posizione attraverso le citazioni di Bultmann, grande teologo protestante. Il Cristo di Olmi è un Cristo che salva, ma che poi abbandona l’uomo (“Di quell’uomo che chiamavano Gesù Cristo nessuno ebbe più notizia”).

Tuttavia anche da questo punto di vista il film risulta più complicato di quanto una prima lettura non indicherebbe, anche se cede continuamente alle lusinghe della definizione, della presa di posizione inequivocabile.

Olmi, dunque, pur inserendosi a pieno titolo nel solco della sua filmografia, costruisce un film che sul piano della riuscita, come su quello della fattura tecnica e della problematicità, si situa qualche gradino al di sotto dello standard a cui ci aveva abituati.

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Incontro con Ermanno Olmi

 

Ermanno Olmi si porta dietro tutto il peso di un’età che ormai anche per lui si fa sentire, ma mantiene d’altra parte una grinta e un piglio da vero combattente, al pari dei suoi tranquilli ma combattivi personaggi della bassa.

E discetta per un’ora buona con gusto e passione sul significato della religione oggi, tema centrale del suo ultimo (in tutti i sensi) film, Centochiodi.

“Per me è fondamentale distinguere fra disciplina ed educazione. La disciplina è un rispetto rigido delle regole, un seguirla a prescindere. L’educazione è il rispetto degli uomini”. Seguendo questa regola di massima, Olmi si lascia andare ad alcune considerazioni: “Qualsiasi forma di Chiesa purtroppo considera più importante un dogma dell’uomo… - si interrompe, per un attimo e riprende a fiume – Io sono per l’uomo, non per il dogma. Anche se dobbiamo considerare una cosa: che quando aderiamo ad una proposta di vita che ha come modello quello di Cristo, cioè il rifiuto dell’ ’occhio per occhio, dente per dente ’, ma che ha al centro il perdono, noi siamo la continuazione di Cristo sulla terra. Per questo la religione può essere in tutti noi”.

Il maestro Olmi riafferma con forza questo sentimento delle cose, esasperando il concetto fino ad arrivare a sostenere che per riscoprire questo modus vivendi occorre un gesto di apparentemente insensata follia, come, per l’appunto, i cento libri inchiodati da altrettanti chiodi sul pavimento della biblioteca dell’Università. “Per scatenare le coscienze, in un mondo dominato dalle merendine, dove la gente ha la faccia da merendina, forse serve un gesto di follia apparentemente incomprensibile. Non era forse percepito come una folle idea l’abbandono e il rifiuto di S.Francesco di tutte le sue ricchezze?”

E l’uso che il mondo fa della religione ha anzi spesso significati orribili: “Il Dio che abbiamo usato per compiere i delitti nel suo nome, lui dovrebbe chiedere veramente perdono, quell’immagine distorta e sbagliata che è nell’uomo dovrebbe supplicare noi, non viceversa”. Anche se poi mitiga le sue dure affermazioni: “Sono convinto, in fondo, che tutti una volta nella loro vita hanno rivolto lo sguardo verso Dio, forse magari anche avendolo negato, ma tutti, in modo giusto o sbagliato, l’hanno fatto”.

Il regista richiama fortemente anche un ritorno a una certa semplicità: “Una dignitosa povertà è una grande scuola di vita. Bisogna sempre distinguere l’essenziale dal superfluo. La semplicità è l’unica cosa che favorisce i momenti di lieta cordialità”.

Sulla scelta di chiudere con Centochiodi come ultimo film di fiction risponde con un paragone:”Anche Tolstoj a un certo punto ha deciso di non scrivere più narrativa. Sono troppi e troppo complicati i motivi che mi hanno portato a questa scelta. Sto lavorando ora su due documentari. Uno, Terra madre, sul mondo dei contadini, l’altro su un progetto di riconversione urbana dell’area di Sesto San Giovanni progettata da Renzo Piano. Voglio andare da uomo semplice tra uomini semplici”.

 

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:37 | link | commenti (5) |
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Red road

Red Road. La strada rossa. Immagine colletrice di sensazioni, di sogni, di fantasie. Il rosso del tramonto, il rosso del sangue, persino il rosso della terra battuta. Sono tanti i flash richiamati in un istante, le percezioni suscitate da un titolo del genere.

Nulla di tutto ciò. La strada identificata dal titolo è solamente una delle tante vie della più squallida delle periferie di Glagow. Eppure Red road inizia proprio da qui, dal titolo, un lungo gioco di spaesamento, di continuo mescolamento delle carte, provocando così in chi guarda un vago senso di disturbo, di disorientamento indotto. Operazione tanto più curiosa e interessante quanto più ci si accorge che a livello di script, di tessuto narrativo per come tradizionalmente lo si intende, il film è sostanzialmente piatto, monotono. Solo in un caso si sviluppa un’azione precisa, con delle precise conseguenze, e viene posta dopo un ora e mezzo di nulla apparente.

Un nulla costruito su sguardi, su sensazioni, che permeano epidermicamente la pellicola, rendendo l’apparente inconsistenza del film solamente un’impressione degna di approfondimento.

La trama è dunque, per quanto detto sinora, facilmente riassumibile: Jackie è un’operatrice di un centro di sorveglianza. Un giorno, per caso, sul monitor di una delle tante videocamere si stampa il volto di un uomo, con il quale aveva già avuto a che fare in passato e che mai si sarebbe aspettata di vedere. Inizia così un silenzioso inseguimento, a volte per strada, altre attraverso il filtro degli schermi.

Il lungometraggio di Andrea Arnold, già insignita di un Oscar per il cortometraggio ‘Wasp’, apre ad una molteplicità di temi: l’elaborazione del lutto, le relazioni sociali e lo sviluppo della tecnica, la sicurezza e la privacy. Il tutto, come già osservato, lavorando per sottrazione, costruendo un climax di tensione che poggia sulle solide ma invisibili basi del fluire di una narrazione scarna, al servizio dei personaggi e non viceversa.

Il tutto sotto la benedizione della Zentropa di Lars von Trier, che ha fatto del film il primo tassello di un più ampio, curioso, progetto. Saranno infatti tre i film girati in Scozia da tre registi diversi (il primo dei quali è stato appunto la Arnold), usufruendo dello stesso cast e degli stessi personaggi.

Red road punta l’attenzione su Jackie, donna sofferente e introversa, interpretata da una spigolosa Kate Dickie, trascurando quasi del tutto i personaggi secondari. Il film così, pur in una certa acutezza e precisione, rischia a tratti di essere ridondante, perso nel labirinto semplice delle azioni della protagonista. Probabilmente in fase di montaggio si sarebbe potuto osare un po’ di più.

Red road, che si fregia del Gran premio della Giuria di Cannes, si configura così come un film ostico, duro e affilato, non immediatamente assimilabile anche se non criptico, tutt’altro che ermetico.

Una pellicola per palati fini.

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:23 | link | commenti |
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giovedì, 22 marzo 2007
Crocifiggere i libri

scovato sul Foglio questo interessante articolo che riporto:

Un prof. di religione inchioda la biblioteca e cerca tra gli umili la fede autentica. L’ultimo film di Olmi contro la religione (“che non ha mai salvato nessuno”) si presta a equivoci simbolici. E Magris ne approfitta

 

Un'immagine dal setChiodi

sono proprio dei chiodoni, una spanna di ferro brunito come quelli della croce di Gesù. I libri non sanguinano, nella loro quint’essenza di lettera morta. Il professore che inchioda i libri ai muri e al pavimento ha già barba e capelli e occhi da Nazareno, ma per il momento è solo un professore di Filosofia delle religioni, giovane e di successo. Che a un certo punto non ne può più, delle religioni e del successo. Perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”, come dice  una bella studentessa, e guai a chi “nella sua vita ha amato più i libri che gli uomini”, come dice a un vecchio monsignore. E’ morta dottrina, e bisogna ribellarsi. Butterà tutto e se ne andrà in riva al Po, a cercare con gli umili e i semplici il miracolo dell’amore e della fede autentica, no religione. Parafrasi cristologica, direbbero i dottori del tempio. Il regista che vuole parlarci del “Cristo delle strade, non l’idolo degli altari e degli incensi”, il regista che ritiene libri e altari solo “comoda formalità, ipocrita convenienza o addirittura pretesto di sopraffazione”, il regista che vede nel cristianesimo la “ribellione che Cristo compie nel disturbare la vita del tempio”, un cristianesimo senza dottrina e fuori dalle chiese, il regista di questo vigoroso attacco alla religione si chiama Ermanno Olmi. Non un dissacratore di ogni Dio e di ogni fede, non un cascame dell’eterna commedia anticlericale all’italiana. Ma un artista profondamentereligioso, anzi un cineasta cattolico, definizione troppo stretta e troppo larga che però lui si è portato dignitosamente sulle spalle tutta la vita, quando portarla pesava più che adesso. Di questo suo “Cento chiodi”, che uscirà nelle sale il 30 marzo, ha già detto che è il suo ultimo film di narrazione. E dunque l’ha girato con “la consapevolezza che l’ultimo atto riassume il senso di tutta la tua esistenza”. Lo ha riassunto così: “Mi sono chiesto: che cosa racconto nel mio ultimo film? Meglio ancora: di chi parlo? L’unico interlocutore che continua a interrogarmi, senza che io riesca a darmi risposte rassicuranti, è Cristo, una figura inquietante che da duemila anni occupa uno spazio della nostra esistenza pur non avendo mai scritto un libro”. E ha cavato un film che vuole smascherare “la non verità della religione”, contrapposta alla fede, come dice René Girard, con frasi anche violente, dove si accusa “Dio, il massacratore dell’umanità”, che “il giorno del giudizio sarà Lui a dover rendere conto della sofferenza dell’umanità”. Un film che si presenta alla prima scena con un gesto non già blasfemo (e perché mai? il cristianesimo non è una religione del Libro), ma certamente provocatorio. Una ribellione contro la religione intesa come teologia, dogma. Non l’istituzione interessa a Olmi, ma il Cristo “uomo, uno come noi, che possiamo ancora incontrare in un qualsiasi giorno della nostra esistenza: in qualsiasi tempo e luogo”. Una ribellione che ha qualcosa a che fare con il rifiuto della storia – il passato di una religione – in nome di una fede da ritrovare, inchiodandoErmanno Olmi
il passato al proprio passato. Temi suggestivi, carne in cui affondare i denti. Poiché oggi che non è solo “il sacro” a rivendicare il suo posto nella storia, ma a rivendicarlo è proprio il nome e la storia di quel “Cristo” che, metaforicamente, Olmi affida al viso di Raz Degan. Oggi che la cultura è al bivio tra non dimenticare le proprie radici o scegliere la strada di una fede egoriferita, che si arrovella con scetticismo attorno alle sue domande. In attesa di vederlo al cinema, già si può azzardare che il film di Olmi abbia colto il punto, e che troverà ascolto in primis tra i critici della religione: non tanto gli Odifreddi ottocenteschi, ma più ancora i cultori di quella religiosità secolarizzata, un po’ parente povera della gnosi, che ama meditare spiritualisticamente al riparo dalle ingerenze di ogni fede rivelata. Insomma quella dell’intellettualità alla Corrado Augias e Mauro Pesce e alle loro indagini su Gesù. Del resto un piccolo saggio di come verrà trattato questo piccolo grande evento culturale lo ha già offerto Claudio Magris, uno dei pochi fortunati ad aver già visto i “Cento chiodi” e che ha firmato per Federico Motta Editore la prefazione al volume fotografico che accompagnerà l’uscita del film, e che contiene anche una conversazione tra il regista e il biblista Gianfranco Ravasi. Nel suo breve scritto, Magris prende il film proprio dal suo verso più controverso, come un richiamo a una sacralità diffusa, senza dogmi e senza storia, facendo forza (e banalizzando un po’) sulla teologia protestante, sulla distinzione tra fede e religione cara a Karl Barth, sul rifiuto del “Dio tappabuchi” denunciato da Dietrich Bonhoeffer. Ma, soprattutto, per Magris Cristo è un simbolo, un ideale a-storico, disincarnato e dunque malleabile: “E’ uno degli uomini (forse anche molti, sconosciuti e ignoti) che possono diventare Cristo, con la loro vita, o meglio nei quali il sacro – Dio, il divino, il Verbo – si può incarnare, com’è accaduto una volta in Galilea”. Così in tre pagine riesce in un’impresa di riscrittura idealistica del cristianesimo come neanche Dan Brown, infila un’interpretazione ereticale via l’altra. Spiega Magris che “la fede non è un contenuto dottrinale, bensì una sostanza della persona”. Che il Vangelo va “scoperto sotto le apparenze di una realtà quotidiana, lontana – nel tempo e nello spazio – da quella storia in Galilea e dalle costruzioni filosofiche e teologiche costruite nei secoli intorno a quella storia”. Si fa scortare da Rudolf Bultmann, certo, il grande teologo protestante della “demitizzazione” del Vangelo, per liberare “il senso perenne della parola e dell’agire di Cristo dalla veste storicamente e fantasticamente condizionata con cui ogni epoca li avvolge”. L’universalità di Cristo “non si limita ad alcuna epoca e ad alcun paesaggio”, è il suo succo: dunque è liberamente inchiodabile come un libro vecchio, confutabile nClaudio Magrisel più completo e personale relativismo. Sulla carta, insomma, il film di Olmi si presterebbe ai sostenitori di un Cristo che non vuole “diventare una figura idolatrata, un Capo oggetto di culto e quindi potenzialmente limitatore della libertà di ognuno”. Del resto, per Magris, “pure nei Vangeli il Cristo che riappare dopo la resurrezione è quasi immateriale, una parvenza più che una presenza”. Un brivido giù per la schiena, per chiunque abbia visto un quadro di Caravaggio o abbia letto in qualche copia del Santo Evangelo non ancora inchiodata di Gesù che, dopo la resurrezione, mangiava pesce arrosto sulla spiaggia con i suoi amici. Ma sono le stesse idiozie che sostanziano il danbrownismo, la non-religione diffusa che domina il rapporto con Dio nella nostra epoca di noia metafisica. E’ l’idea del cristianesimo che gira attorno.
La difesa di monsignor Ravasi
Ma gli Augias e i Dan Brown li ha già smentiti ufficialmente il Vaticano: niente processi, per carità, che non è più il tempo. Però la dottrina della fede è pur sempre la dottrina della fede. Inutile dire che a Ermanno Olmi non accadrà nulla di anche lontanamente simile, non sarà sottoposto a censure né si prenderà una spazzolata come accadde invece a Jean-Luc Godard, quando provò ad accostarsi con troppa attualità e scarso rispetto dogmatico alla Vergine in “Je vous salue Marie”. Ma Godard era un ginevrino ateo e pure calvinista; Ermanno Olmi è un vecchio cattolico bergamasco, figlio del popolo e di una fede semplice, tutta legata alla storia e alla terra. Domenica scorsa lo ha preventivamente esaltato l’Avvenire, presentando il suo film, e per lui garantisce monsignor Gianfranco Ravasi, amico e bibliotecario, paradossalmente come quello a cui Raz Degan inchioda i preziosi manoscritti.
Il suo film di commiato è un atto di fede, come del resto lo sono stati quasi tutti i suoi precedenti. Fede semplice e tormentata a un tempo. “Olmi ha voluto non dissacrare, ma de-sacralizzare la religione, per ricordare l’importanza della fede, di un rapporto autentico con la natura, le persone, con il calore di una carezza. La sua è la rappresentazione del Cristo incarnato”, lo difende monsignor Ravasi: “Punta il dito contro l’istituzione sclerotica, ma la sua è una metafora evangelica. Non c’è niente di spiritualista, anzi c’è semmai un eccesso di incarnazione. E non è neppure contro la chiesa, il suo personaggio anzi raduna attorno a sé proprio una comunità, con cui ripete i gesti dei sacramenti. Ovviamente sotto forma di metafora poetica”. Ammette Ravasi che sì, “è possibile che il film si possa prestare a qualche lettura contraria, alla negazione dell’istituzione, ma in Olmi non trovo il cristianesimo ridotto a sociologia, a opinione. Lui per primo si stupirebbe di una simile lettura”.
Certo però la sua visione “è quella di un ritorno a un cristianesimo ideale, primordiale, e può essere legittimo che il film venga letto da qualcuno in questa chiave. Fa parte dell’ambiguità dei simboli”. Piuttosto, allora, ci sarà da interrogarsi sul cristianesimo di Olmi. Di dove venga e cosa porti con sé. Il vecchio ragazzo della Bovisa, il figlio del cattolicesimo padano e giovanneo non è certo uno scettico demolitore della fede o un relativista à la page, uno che rifiuti lo scontro sanguigno dell’uomo con la verità in nome del Dio tappabuchi. Anche se, dopo una carriera d’insultOlmi e Degani da parte della critica proprio a causa della sua religiosità, è diventato un po’ un idolo di certa sinistra quietista, da “Il mestiere delle armi” in poi, letto in chiave pacifista (“il mio film non è certo una bestemmia contro chi crede in un Dio trascendente, semmai un’accusa verso gli uomini che stanno tradendo il Dio della pace”). Olmi è soprattutto uno che è “sempre stato leale con le storie che ha narrato”. Un cineasta le cui immagini “sono belle perché sono splendore del vero”, come diceva Godard del cinema di Rossellini, suo maestro ideale. Un uomo della Bassa, cresciuto negli stessi campi lunghi e nello stesso dialetto del Papa del Concilio. E a Giovanni XXIII ha dedicato un bel film tormentato, “E venne un uomo”. Olmi non è la chiesa del Concilio, intesa come quella pletora di cattolici variamente adulti, quelli che non amano sottostare a nessuna dottrina. La sua è una religiosità appunto giovannea, se per giovanneo si intende l’afflato dello Spirito del Concilio: ritornare alla carne e non alla lettera morta del cristianesimo, perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”.
Cristianesimo ed ethos della terra
Allo stesso tempo la spiritualità di Olmi (non si vuole qui minimamente impalcarsi a giudici di nessuno, di un artista men che meno) è un po’ caso esemplare della storia del cattolicesimo di questo secolo. Olmi è nato nel 1931, figlio di quella fede dei padri, che è stata in Italia un tutt’uno con l’ethos della terra e come un’idea precisa delle cose di lassù. Quella fede tramandata che, a dispetto dei più efferati laicisti, ha preservato l’Italia come “un terreno molto favorevole”, come l’ha definita Benedetto XVI a Verona. Un cristianesimo che era tutt’uno col sentimento del vivere, del morire, del faticare e dell’essere leale con le cose, con la natura, nel loro dato di “essere dati”. Che è un po’ anche la cifra poetica di Olmi. Ma che è anche la cifra di un cristianesimo che a un certo punto ha iniziato a scoprirsi tutto crepe ed inaridito, come le secche del Po, travolto dalla modernità in quanto sinceramente convinto, desolatamente convinto, che la modernità l’avesse già travolto. Un cristianesimo ormai incapace di guardare le cose di lassù, ma anche di reggere lo scontro a suon di ragione con quelle di quaggiù. Al di là (o meglio malgrado la sua personale parabola umana e artistica), Olmi è un po’ anche il riflesso emblematico di un cristianesimo che è andato perdendo il bandolo della sua millenaria matassa. “Se Cristo fosse qui”, ha titolato Famiglia Cristiana un articolo dedicato a “Cento chiodi”. Alla fine del film, Olmi fa andare via il suo “Cristo”. Metafora trasparente dell’Ascensione, assicura Ravasi, ma per non tornare più. E mica gli viene in mente di dire: “Sono con voi tutti i giorni”. E’ il cristianesimo del Dio Nascosto, che bisogna cercare e non si fa trovare. “No, no, no… Credo che Dio non parli con l’uomo. Guai se lo facesse. Arrivo a dire che, forse, Egli non vuole nemmeno che si parli con lui”, ha detto in un’intervista lo scorso anno. “Ha nell’esistente i suoi rappresentanti: parla attraverso la luce, il buio, l’erba, i fiori… Il senso della vita non bisogna andare a cercarlo, bisogna porsi in ascolto, in silenzio”. Il perfetto viatico della laicità. Ma anche la debolezza di un cristianesimo per cui Gesù è diventato soprattutto uno da cercare. Mica uno presente. E’ il Deus Absconditus che è stato caro alla generazione dei Lazzati, dei David Maria Turoldo, per citare un altro artista che aveva messo radici nella terra di Papa Giovanni. Diverso è però immaginare il povero Olmi in compagnia dei cattolici adulti che useranno la sua estrema parabola cristologico-padana per inneggiare al Dio che si nasconde, altro che il Dio che rivendica un posto pubblico, altro che la pretesa di giudicare la vita e la morte, il bene e il male. Eppure Olmi proprio questo accusa. Rimprovera la ragazza che studia Filosofia delle religioni, invece di prendere sul serio la fede. “La lettera uccide, è lo spirito che dà vita” (2 Corinzi, 3,6).

Maurizio Crippa

Pubblicato da: Xanadu |alle 09:46 | link | commenti (6) |
approfondimenti, articoli

La masseria delle allodole

Un soldato entra in una casa di benestanti. Una terrina ricolma di zuppa troneggia in mezzo alla tavola. La osserva, la afferra e ne versa il contenuto su una bianchissima tovaglia, sotto lo sguardo attonito e spaesato dei commensali. Sghignazzando, imbocca la porta e se ne va senza colpo ferire.
Un bambino viene camuffato da femmina, con tanto di orecchini e gonne improvvisate, ed è costretto a rimanere in questa condizione per diverse settimane, per sfuggire a morte certa.
Una donna anziana è costretta a marce forzate, il vento e la steppa la fiaccano, ma nessuno può rimanere indietro. Un colpo di carabina e di nuovo in marcia, destinazione ignota, terrore e fatica, al contrario, quasi tangibili.
Una serie di flash che fotografano una situazione realmente accaduta durante quello che Hobsbawn ha definito “Il secolo breve”, il XIX, cento lunghi anni accorciati drammaticamente dalla ferocia di combattimenti e massacri, teatro di una logorante e triviale guerra civile europea. Storie ricche di episodi e di memorie dolorose, che hanno visto uomini bianchi diventare carnefici di altri bianchi, sistematicamente, senza ragione alcuna se non un odio esaltato, che mescolava elementi religiosi e nazionalismo esasperato. Qualunque lettore non potrà non aver pensato all’olocausto perpetrato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Ma sorprendentemente ci stiamo riferendo ad altro, ad un altro genocidio per troppo tempo dimenticato, che vide un intero popolo (quello armeno residente in Turchia) di quasi 1,5 milioni di persone, eliminato con una cura maniacale, senza precedenti nella storia moderna.
A partire da uno dei romanzi più famosi scritti sull’argomento, “La masseria delle allodole”, dell’italo-armena Atonia Arslan, i fratelli Taviani tornano sul grande schermo, affrontando coraggiosamente un argomento sul quale tanto c’è ancora da scoprire, e di cui tanto si dovrà (o si dovrebbe) dibattere.
La confezione è un po’ antica, di maniera: per tanti versi si intravedono le stesse difficoltà – sempre che si possano definire tali – dello stare al passo con i tempi di una modernità che viaggia sui binari dei ritmi vertiginosi e dei testi destrutturati che si sono avvertite nell’ultimo lavoro di Monicelli.
Non per questo i Taviani non riescono a costruire un film interessante, mantenendo fede alla loro peculiare cifra stilistica e riuscendo a dare vita ad un corpus narrativo solido, anche se a volte tendente eccessivamente al melò.
Una pecca rilevante è forse quella di non riuscire a sfumare bene i grigi, in una situazione personale e in una condizione storica dove il bianco e il nero probabilmente non erano presenti. Al contrario il film è pieno di bianchi, magari un po’ offuscati, e di neri appena smorzati, anche se tenta a più riprese di scrollarsi di dosso questa sensazione. Il che semplifica forse eccessivamente gli intenti, facendo risultare poco organico e ficcante l’architettura del testo, ma non per questo ne inficia la pregnanza argomentativa e la passione encomiabile infusa nel racconto di una storia che descrive un periodo, non cedendo mai alla tentazione di una memorialistica intimista. Un film forse poco al passo coi tempi, ma in fondo solido e necessario, testimonianza di come una certa tradizione del (buon) cinema italiano sia dura a morire, nonostante annaspi, per incassi e visibilità, in mezzo ad un calderone di mediocrità.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 08:27 | link | commenti |
recensioni, filmfilm

lunedì, 19 marzo 2007
Vero come la finzione

Il sodalizio, ormai giunto alla sua (pare) definitiva rottura, tra Michel Gondry e Charlie Kaufman ha rilanciato, con nuovo vigore, all'attenzione del filmaking odierno la tematica del metaracconto, dell'incrocio al limite del surreale tra diegesi ed extra-diegesi, della decostruzione spazio-temporale della realtà filmica in un primo momento data per acquisita. Percorre questo filone narrativo Vero come la finzione, ultimo lavoro del regista di Finding Neverland, Marc Forster, che si muove tra due spazi d'azione complementari e divergenti al tempo stesso. Il primo è il piano del racconto, la favola vissuta dallo scrittore, e insieme con lui dallo spettatore, in qualità di narratore onnisciente che dirige la storia, gli snodi narrativi, l'evoluzione dei personaggi, dove meglio crede. Narratore che ha il volto di Emma Thompson, scrittrice di successo, bloccata nel punto catartico del suo ultimo, definitivo romanzo. Ed ecco il secondo livello, quello di chi racconta, contrapposto al piano della storia narrata da un semplice, quanto efficace schema narrativo.
Lo spunto, dunque, è quello classico del piano "reale" da cui parte, con l'ausilio della voce narrante, una storia. Quella, in questo caso, di Harold Crick, mesto e dimesso impiegato delle imposte con il vizio di matematizzare ossessivamente tutto il reale: dai colpi di spazzolino sui denti, al numero dei passi che occorrono per recarsi alla fermata dell'autobus, ai millilitri di sapone contenuti nei recipienti dei bagni pubblici. Forster è bravissimo a lavorare sullo spettatore, riuscendo a dare per acquisite queste coordinate dopo nemmeno cinque minuti di pellicola. Perché da subito subentra il mescolarsi dei due piani d'azione che filmicamente dovrebbero rimanere separati, attraverso un espediente narrativo interessante. E cioè che il "narrato" si accorge della voce narrante, elemento che di per sé dovrebbe essere puramente cinematografico, sganciato dalla realtà diegetica, identificazione dello sceneggiatore che possiede tutti gli incastri della trama, volendone fornire agli spettatori alcuni piuttosto che altri. Invece no, Harold Crick (sullo schermo ha le sembianze di Will Ferrel) inizia a sentire quello che la voce, seguendo l'evolversi del romanzo della scrittrice, dice su di lui, un espediente attraverso il quale gli autori confondono i confini della diegesi narrativa per andare a ricomporre una realtà scenica più complessa. Problema da schizofrenia, da apparente malattia mentale, che si complica improvvisamente nel momento in cui la voce preannuncia con sicurezza la futura morte di Harold. La ricerca disperata di un senso da dare alla propria vita in funzione di una futura dipartita, porterà ad una (apparente) composizione dei due livelli sui quali si muove la pellicola, orchestrata abilmente dalla sceneggiatura di Zach Helm.
Il film si configura così come uno spunto di riflessione sulla potenza narrativa del mezzo-cinema, che si scompone e si ricompone a piacimento attraverso una strana e spaesante sensazione di solidità, un abile gioco delle parti che attinge alla letteratura a piene mani, diventando tuttavia poco più di un esercizio di stile. Pur nel riuscito controllo della recitazione, nella cifra misurata e sommessa che è propria dello svolgersi della storia, Vero come la finzione non riesce infatti ad elevarsi al di sopra dello status di colta e raffinata disquisizione sul mezzo cinematografico, della sua plasmabilità e del suo possibile rapporto con altre forme di narrazione, cedendo anche allo spargimento estemporaneo di zuccherosità varie. Meglio di tanta altra paccottiglia di cui troppo spesso facciamo esperienza in sala, ma pur sempre troppo freddo e celebrale, più vicino ad uno studioso di semantica narrativa, campo d'indagine pur sempre interessante, che ad un semplice appassionato di cinema.
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Pubblicato da: Xanadu |alle 20:36 | link | commenti |
recensioni, effettonotte

domenica, 18 marzo 2007
The fountain - L'albero della vita

“E se potessi vivere per sempre?” si chiede Darren Aronofsky, nel sottotitolo del suo ultimo film, L’albero della vita.

Dopo Pi greco, il teorema del delirio e Requiem for a dream, ritorna sugli schermi italiani uno dei più promettenti registi neyorkesi, passando ancora una volta tra le magli di un festival.

E se la sua opera prima sbalordì il prestigioso Sundance, vincendo addirittura il premio per la miglior regia, e Requiem conquistò Cannes, valendo alla Burstyn candidature a Oscar e Golden Globe, L’albero della vita viene distribuito dopo le stroncature piene al suo passaggio fugace all’ultimo festival di Venezia.

E le prime impressioni del lido sono purtroppo confermate da una seconda visione, più ponderata ma altrettanto sorpresa di come un talento, seppur discutibile, come Aronofsky abbia potuto sfornare un film tanto pretenzioso quanto piatto ed inconcludente.

La trama, infatti, mescola tre piani narrativi. In quello principale un ricercatore (Jackman) sperimenta forsennatamente alla ricerca di un farmaco che possa salvare la moglie (la Weisz) da un cancro incurabile. Questa, durante la malattia, ha scritto un libro, che va a costituire il tessuto per il secondo livello narrativo, basato su falsi flashback in costume in una Spagna immaginaria del sedicesimo secolo. Il terzo piano su cui il film va a giocare, è quello, più scollegato e suscettibile d’interpretazioni più disparate, di un surreale viaggio spaziale, a bordo di una ipotetica ‘bolla’ d’aria, da parte del protagonista insieme a un secolare albero, l’albero della vita, per l’appunto, immaginifica panacea di tutti i mali.

Apparentemente confuso, tutto il film è riconducibile ad un’unica chiave di lettura: quella estrapolabile dal contesto odierno, insita nel rapporto tra il dolente marito e la moglie in fin di vita, e il rifiuto, la non accettazione della morte come evento definitivo, e via discorrendo.

Non si riesce a cogliere un appiglio, che sia uno, nell’organizzazione e nella messa in scena degli altri due piani narrativi, che finiscono per prendere a tratti il sopravvento e a monopolizzare lo sguardo in direzioni del tutto sterili e improponibili. Non c’è nessun legame organico tra le varie parti della pellicola, né tantoDarren Aronofskymeno gli incroci tra le varie situazioni seguono un filo logico.

Si passa così dallo studio in laboratorio, alla lotta contro il Grande Inquisitore spagnolo, alla meditazione trascendentale in lievitazione nello spazio senza alcuna soluzione di continuità.

Anzi, i minuti della sequenza finale sembrano un tentativo sciocco e presuntuoso (nonché senza motivazioni apparenti né senso alcuno) di riproporre un novello 2001.

Probabilmente l’eclettismo di Aronofsky è stato blandito dai soldi (sono due addirittura le major corresponsabili di questo scempio, la Warner e la Fox), ma non incanalato né consigliato.

Ha partorito così un micidiale polpettone senza capo né coda, sviluppando nel peggiore dei modi possibili un’idea di base che avrebbe potuto percorrere ben altre strade.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 10:02 | link | commenti |
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sabato, 17 marzo 2007
Lezioni di volo

Cattleya e Rai Cinema puntano su un film che non ti aspetteresti. Lezioni di Volo, infatti, è l’ultima opera dell’Archibugi, film in bilico fra la storia di formazione, le controverse dinamiche generazionali, la riscoperta delle proprie origini e l’incontro/scontro tra diverse culture.
Insomma, un potenziale film contenitore, che parla di tutto e di niente, girato con la tipica cifra italiota dell’involuzione su sé stessi e sull’intimismo sentimentale.
E in effetti, la storia di Pollo e di Curry (non storcete la bocca, si chiamano proprio così…), il primo figlio di una ricca e annoiata coppia ebrea, il secondo indiano di origine ma adottato, che partono per l’India ufficialmente per cercare i veri genitori di Curry, ma in realtà per scappare da situazioni familiari rispettivamente scomode, è un po’ di tutto questo. E i primi piani sono creati ad arte, le scene di raccordo sono troppo lunghe e troppo sentimentalmente smaccate, il livello globale di dialoghi e interpretazione si sforza vanamente per superare il semplice ammiccamento.
Nonostante ciò, in Lezioni di Volo si intravede qualcosa che mitiga, almeno in parte se non del tutto, gli aspetti negativi della pellicola.
Si intravede, infatti, un modo di rapportarsi al disagio e alla sofferenza di due adolescenti qualunque, in modo non banale, sganciato da possibili cliché, teso a far emergere a 360° l’umanità dei ragazzi, non ingabbiandoli in parti preconfezionate né ricercando il giovanilismo a tutti i costi.
In questa dinamica descrittiva si inseriscono i rapporti padre/figlio, non del tutto pacificati ma mai esasperati in nessun modo, una semplice, seppur appena accennata, ricerca di senso, un approccio non ideologico all’aspetto religioso.
Tutti elementi che è difficile bilanciare in maniera soddisfacente, soprattutto se messi in mano a registi e sceneggiatori nostrani, tutti presi in un certo modo di fare cinema che risulta ripiegato su di sé. Alcune difficoltà emergono anche nel rapporto ambiguo tra uno dei due ragazzi (veri protagonisti del film), Pollo, con una dottoressa volontaria di sedici anni più grande, interpretata da Giovanna Mezzogiorno (che si conquista i tre quarti della locandina).
Ma in definitiva, pur tra tante difficoltà, tanti momenti poco riusciti, il film della Archibugi semina qualcosa di buono, qualcosa di raro da scorgere in tanta altra produzione nostrana.
Non ci sentiamo dunque di cestinarlo del tutto. Andrebbe visto, se non altro, per questa ragione, considerando il fatto che chi scrive non è mai stato un grande sponsor di, per parafrasare un grande critico, ‘una certa tendenza del cinema italiano’.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 09:01 | link | commenti |
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Il 7 e l'8

Il secondo film di Ficarra&Picone esce il sedici e si intitola Il 7 e l'8. Non stiamo dando i numeri, ma stiamo inquadrando il come e il quando della nuova pellicola sfornata da una delle coppie di comici televisivi più lanciate del momento, che riprenderà il timone di "Striscia la notizia" proprio in questi giorni. Come resistere, dunque, alla tentazione di un'opera seconda nelle grandi sale, esportando un format che sul piccolo schermo ha funzionato benissimo e sfruttando ottimamente il proprio volto e il proprio nome come traino pubblicitario.
E così, con la preziosa collaborazione alla regia di Giambattista Avellino, ormai da anni loro collaboratore, i due si sono cimentati con un film che attinge a piene mani da canoni interpretativi ed espedienti narrativi della commedia all'italiana (qualcuno si è perfino addentrato con coraggio in un paragone spericolato con i film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia).
Proprio da un equivoco, elemento indissolubilmente legato alla migliore tradizione della commedia nostrana, nasce l'idea del film.
"Siamo sempre stati affascinati dalla scena dello scambio dei bambini in C'era una volta in America", hanno dichiarato. Detto e fatto, ecco che proprio uno scambio di culle, la numero sette e la otto, per l'appunto, innesca tutta una trama di situazioni scombinate e di fraintendimenti che sono il cuore di tutto il film.
Questo, e poco più, è Il 7 e l'8, costruito, come avviene sempre in questi casi, più sull'appeal preconfezionato dei comici protagonisti che su una reale architettura cinematografica. I tempi comici rimangono quelli televisivi, l'impronta recitativa anche, e il film, pur cercando e trovando una propria organicità, rischia ogni poco di configurarsi come un semplice collante tra le varie gag.
Scampa appena il pericolo grazie ad una scenografia e a delle location azzeccate (una Palermo al naturale è la pittoresca e gradevole cornice del film) e ad un cast di comprimari di tutto rispetto.
Oltre a Eleonora Abbagnato, ballerina di fama mondiale, siciliana di origine e parigina d'adozione, troviamo attori del calibro di Arnoldo Foà, Remo Girone, Tony Sperandeo e Andrea Tidona, che contribuiscono in larga parte a dare spessore ad un contenitore di per sé apparentemente vuoto e scollato.
Rimane però il pesante fardello di un finale irrisolto, che lascia sul piatto gli interrogativi cruciali sui quali verte tutta la storia, oltre a non dare soddisfazione a tutta una serie di particolari narrativi che pur vengono inseriti in corso d'opera.
Insomma, un film da una serata in allegria (?), destinato ben presto al dimenticatoio.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 08:49 | link | commenti (1) |
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giovedì, 15 marzo 2007

Zona Critica - episodio 3
il primo serial sul duro mondo della critica

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:23 | link | commenti |
varie

domenica, 11 marzo 2007
Death of a President

Escono quasi in contemporanea e con diversa visibilità mediatica Shooting Silvio e Death of a President, nei quali, in diversi contesti e con diverse modalità, si immagina la morte di un importante politico d’oggi.
Ma se il film italiano si pone sul lato introspettivo del potenziale assassino, ed è una pellicola di pura fiction, il film di Gabriel range, un inglese che vive negli States, è solidamente un mockumentary, vale a dire un film strutturato come un documentario che ricostruisce avvenimenti inventati di sana pianta. Esempi recenti del genere possono essere l’italiano ‘La leggenda di Tony Vilar’ o il contrastante ‘Borat’. Death of a President, dal punto di vista tecnico, li supera entrambi. Il punto forte della pellicola è racchiuso proprio nell’abilità di mescolare immagini di repertorio, ricostruzioni e scene recitate senza perdere quella soluzione di continuità propria di un’assoluta verosimiglianza con il reale. Molto ben fatte, dunque, sia le scene con Bush, Cheney e i vari (finti) collaboratori intervistati da Range, sia le scene di massa, come le proteste di piazza o il funerale. La ricostruzione, dunque, di una protesta di piazza in occasione di un discorso dell’attuale Presidente a Chicago, che sfocia in un attentato che porta alla morte di Gorge W. Bush, è del tutto verosimile, così come lo sono le immagini del funerale – riprese dalle esequie di Reagan – incrociate con un discorso di Cheney, o le interviste con le guardie del corpo o gli speech-writer della Casa Bianca.
Un piccolo gioiello da questo punto di vista, costato poco meno di tre milioni di euro, spesi per acquisire i diritti del materiale di repertorio e per lavorare di cesello in sed di post produzione. Ma Death of a President mostra il fianco nella costruzione della tensione, nell’appassionare il proprio pubblico alla narrazione. Essendo un finto documentario, non si può basare sulla forza dei fatti, sulla curiosità del retroscena per non perdere il ritmo, per riuscire fino in fondo a risultare credibile. Deve costruire una impalcatura credibile fondata sulla costruzione delle sequenze e sull’aspettativa, sull’incentivo ad andare oltre, a sapere come va a finire. Paradossalmente il meccanismo funziona fino al momento, noto a tutti grazie al titolo e all’aggressività dei manifesti, dello sparo e della conseguente morte di Bush. Poi il film sceglie di addentrarsi nella ricostruzione processuale del post-attentato, invece di seguire la più feconda strada dell’analisi del cambiamento e degli sviluppi della politica internazionale all’indomani di un evento di tale portata. Così risulta impossibile allo spettatore appassionarsi ai particolari di una vicenda così circostanziata e, nelle dinamiche globali che possibilmente potrebbero accadere dopo una tale situazione, irrilevante, e il film si perde nei rivoli del didascalico. Interessante operazione, che poteva essere costruita meglio, ma che lascia il segno in quanto a credibilità e perizia tecnica.

Pubblicato da: Xanadu |alle 19:44 | link | commenti |
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