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Non ho avuto il tempo di scriverci nulla, ma l'ho trovato un film notevole, che vale sicuramente la pena di essere visto. Riporto, come panorama complessivo della critica online e non, due pezzi in antitesi: quello dell'adorante Andrea D'Addio, e quello estremamente critico di Giuseppe Mariani.
Buona lettura.
PRO

Quando cerchiamo un film da vedere o un libro da leggere spesso ci affidiamo alla ricerca per "generi" (che sia fatta con Internet o in altra maniera è uguale), e quando scegliamo per la "fantascienza", pensiamo a qualcosa che non potrà mai accadere se non nell'immaginazione di qualcuno. Ma se poi quanto descritto in questi lavori accade sul serio, queste opere passano sotto nuove denominazioni? Sarebbe bello saperlo, anche se, nel caso specifico, si spera che quanto descritto in "I figli degli uomini" non succeda mai.
Siamo infatti nel 2027 e il grande problema di tutto il pianeta è l'infertilità degli umani. Non si riescono a fare bambini, il più giovane è appena morto ed aveva già 18 anni. Ogni nazione cerca di salvaguardare i propri territori, le frontiere sono ipercontrollate e gli immigrati irregolari trattati alla stregua degli ultimi dei criminali. A Londra l'ex attivista, ormai triste burocrate Theo (Clive Owen) si trova però tra le mani la possibilità di dare nuova speranza all'intera umanità. Una profuga con cui viene in contatto infatti è incinta…
Ispirato all'omonimo libro della scrittrice inglese P.D. James scritto nel 1992, il film diretto e co-sceneggiato dal messicano Alfonso Cuaron è una storia apocalittica su una delle possibili rotte che il futuro dell'umanità potrebbe intraprendere. Poco più di un anno fa gli attentati alle metro di Londra, quest'estate invece quelli sventati per poco agli aeroporti sempre organizzati da immigrati ormai da un paio di generazioni cittadini inglesi. La scelta quindi della capitale del multiculturalismo non
è casuale ai fini della lettura della storia immaginata. Prevedendo un rigurgito di nazionalismo, dove il mantenimento della purezza della "razza" si suppone possa favorirne lo sviluppo (in questo caso superare il problema della fertilità) si ricorda che quella occidentale è una civiltà in declino che non fa figli (tutti gli inglesi del film sono bianchi, nonostante la realtà delle cose dica altro) .Solo con la "contaminazione" ci sarà un futuro, ricordando poi che se non saranno degli "stranieri" a fare attentati, a progettali saranno comunque dei dissidenti interni.
Un film sull'umanità che si limita ad evocare le atmosfere catastrofiche che spesso abbiamo il timore possano avverarsi. Poco viene spiegato in modo che tutto torni nella mente dello spettatore (differentemente dal libro ben più complesso e "politico"), c'è qualche incongruenza della sceneggiatura, ma appare una scelta abbastanza decisa degli autori. Al centro della narrazione non c'è però la descrizione di questo "nuovo/vecchio" mondo, ma il personaggio di Owen, un "non eroe" che si trova costretto suo malgrado a prendere continuamente decisioni che appaiono forzate. Attraverso lui conosciamo quel tanto che basta per capire perché si comporti in quel modo in momento. E tanto basta. Cuaron lo tiene sempre in scena, lo segue spesso come un reporter di guerra farebbe con un gruppo di militari impegnati in un raid. E così spesso lo perde di vista riprendendolo poi di spalle mentre si allontana correndo non riuscendone mai a catturarne un primo piano. Una contaminazione di stili, che ha nella forza dei lunghi "p
iano-sequenza" (sequenze costruite da un'unica inquadratura senza stacchi di montaggio) gli apici della suspance creata. E non è importante se l'obiettivo si sporca di macchioline di sangue: siamo abituati a vedere la guerra con i servizi televisivi quindi l'effetto finale è semplicemente più realistico e avvincente (mentre ha dichiarato Cuaron che è stato inizialmente un "errore" impossibile da sistemare). Complice è una colonna sonora composta da pezzi moderni e del recente passato, elemento che rende tutta la storia ancora più vicina al presente di quanto si possa immaginare sarà il 2027.
CONTRO

Plot fumettistico, ma non sta in ciò il limite. Possiamo, inizialmente, mostrare il fianco alle “accattivanti” atmosfere, alla fotografia virata in un livido bluastro, ad alcune abilità tecniche, ai lunghissimi piani sequenza con camera a mano con l''occhio” macchiato di sangue (netta la sensazione di un bislacco, furbesco espediente), quantunque, ad “esta altura”, stanchi dei refusi, del già mille volte visto, avremmo preferito assistere all’”evoluzione” dei prodigi tecnici dei vari Ophuls, Welles, Altman, De Palma.., delle ambientanzioni alla Blade Runner, alla Fuga da N.Y., sterilmente riprodotte, non alla loro pedissequa, ostentata imitazione. Questo è cinema nato vecchio, aggrovigliato su se stesso, superficiale, modaiolo, inoffensivo. Stracotto. Significati “politici” come mero pretesto per dare un senso ad uno script paccottiglia, zoppicante, farraginoso, misero, se non anche banalmente, didascalicamente ammiccante. Pregno di velleitari “misticismi”, i rimandi cinefili abbondano, anzi, si sprecano. Di carne al fuoco ce n’è fin troppa, e con essa il fumo. Scarso l'arrosto. Il film di Alfonso Cuaron, al sicuro nel nel ricco ventre hollywoodiano, fa rimpiangere
il delizioso “Y tu mama tambien” che lo rese celebre e promettente. In Children of men si avverte l’ansia del più arrendevole compromesso ed insieme il tentativo di conservare un tratto di autorialità. La formula non può funzionare, e non funziona, sia in un senso che nell’altro. L'ibrido è sempre in agguato. Si tratta di scegliere da quale parte stare. L’americanizzazione di Cuaròn, già toccata in sorte ad altre (ex) promesse messicane, sembra essersi compiuta. Bisognerà attendere - però incrociando le dita, sperando che almeno lui sia risparmiato... - le future mosse di Carlos Reygadas, altro talentuoso autore latinoamericano, di recente transitato nelle nostre sale con il sottovalutato Batalla en el cielo. Godibilissimo Michael Caine, 'scanzonato' come non mai, in un ruolo insolito per lui; di Clive Owen preferiamo conservare memoria del personaggio ottimamente interpretato in Inside Man di S. Lee. Per non rovinare la sorpresa al lettore, preferiamo non dire perchè non intendiamo pronunciarci sulla pressochè 'inisistente' (interpretazione di) Julianne Moore.
Giuseppe Mariani

Estate 1940. Una sgangherata compagnia medica italiana di stanza nel deserto libico si vede passar di fronte tutta la guerra quasi senza accorgersene. Fa amicizia con gli abitanti del posto e con strani personaggi emigrati nel continente nero dalla sponda europea, e si troverà a dover affrontare la dura realtà della disfatta e della morte nel momento della precipitosa ritirata di fronte alle truppe alleate.
E sono sessantacinque! Mario Monicelli, lanciando nelle sale Le rose del deserto, tocca l'incredibile soglia di sessantacinque lungometraggi realizzati, che arrivano a 85 se si considerano anche i lavori realizzati come sceneggiatore. Una pietra miliare del cinema italiano dunque, che ci ha lasciato capolavori come I soliti ignoti o La grande guerra. A fronte di una produzione così eterogenea e di livello così alto, dunque, sentiamo in qualche modo di poter perdonare un film come quest'ultimo, approssimativo e scombinato, realizzato dal regista ultranovantenne a distanza di otto anni dall'ultimo, Panni sporchi.
Tratto da "Il deserto della Libia" di Mario Tobino, suo (quasi) coetaneo e conterraneo, Le rose del deserto si muove tra quella che il regista definisce "la sabbiaccia" del deserto libico, popolato per l'occasione da una scombinata brigata medica dell'esercito italiano, oltre che da più o meno coloriti villici locali. Monicelli ne rivendica "la cifra leggera e ironica", suo patrimonio registico da sempre, e si compiace del cast assemblato per l'occasione, uno dei pochi motivi di vanto della pellicola.
Si alternano sullo schermo Alessandro Haber, Michele Placido e Giorgio Pasotti, trio di attori di elevata qualità. Anche loro però, pur emergendo qua e là con la propria forza attoriale, finiscono soffocati dall'approssimazione alla quale viene ridotto tutto il girato. Monicelli gira e rigira attorno allo stereotipo degli "italiani brava gente", dell'ingenuità, dell'abnegazione e della gigioneria della truppa rispetto all'obesa arroganza dei propri politicanti, dei propri generali. Se Pasotti incarna perfettamente il classico tenentino acqua e sapone, misuratamente buono e razionale, invaghito della bella ragazza del posto, Haber raffigura lo stereotipo dell'ufficiale superiore apatico e sognatore, attaccato visceralmente al ricordo della propria terra, della propria casa,
attraverso la figura catalizzatrice della moglie.
Sin dalla prima sequenza il film s'innesta su questa dinamica strutturale, con un batti e ribatti su uno scaricamento di responsabilità reciproco all'interno della gerarchia militare, e la esaspera man mano che procede nella narrazione, fino ad arrivare alla grottesca figura del generale, interpretato da Tatti Sanguineti. Il meccanismo regge fino a un certo punto, e soffre del reiteramento della stessa architettura nelle varie sequenze in cui si struttura.
Ne soffre, di conseguenza, il montaggio, che fatica a tenere assieme la frammentazione di un impianto che si rivela disunito e, a tratti, non coerente.
Sicuramente, lo sappiamo, ci sono le attenuanti di una produzione difficoltosa e di un budget non adeguato alle ambizioni (anche se nove milioni di euro oggi non si concedono proprio a tutti), ma ci sembra che le pecche risiedano altrove, in una debolezza generale d'impianto e d'intenti che minano il film, anche visivamente.
Non ci resta che attendere il sessantaseiesimo. Che la "palindromia" del numero ci restituisca un Monicelli di livello?
Incontro Stampa
Ha passato i 90 anni ma è il più ragazzino in sala. Monicelli presenta il suo sessantacinquesimo (!!!) film, a otto anni dall'ultimo, Panni sporchi, circondato dall'affetto di tutto il cast: dai celebri Michele Placido, Alessandro Haber e Giorgio Pasotti, fino ad arrivare a Fulvio Falzarano e Claudio Bigagli, ottime spalle in un gruppo di tutto rispetto. In uscita il prossimo 1 dicembre (Mikado, 230 copie), Le rose del deserto è tratto da "Il deserto della Libia" di Tobino e racconta le vicissitudini del terzo reparto della trentunesima sezione Sanità durante la guerra in Libia del '36.
«Eravamo in un'atmosfera da truppa, di cordiale cameratismo» racconta Monicelli rispondendo a una battuta, mentre sorseggia del buon vino rosso fatto arrivare dal solerte Placido. «Michele poi
è un ottimo organizzatore, ce l'ha dentro come cosa, lo potete vedere no...!?», commenta scherzosamente rimirando il bicchiere mezzo pieno.
L'attore foggiano, da parte sua, non si tira indietro a chi gli domanda di come sia lavorare con un mostro sacro del cinema italiano: «Monicelli è la storia del cinema. È sorprendente trovarsi stupiti, alla mia età, di imparare ancora da un signore di 90 anni. Vedere questo vecchietto che sbraita in condizioni non facilissime, in mezzo al deserto, mandando anche a ‘fanculo Haber per diverse volte non è sicuramente cosa di tutti i giorni".
Entusiasta di lavorare con Monicelli è anche Pasotti: «È come stare nella Oxford del cinema. Non capita a tutti i giovani attori come me di potersi trovare a lavorare a questi livelli. Noi spesso ci prendiamo troppo sul serio. Mario ci insegna una cifra leggera e ironica, che contribuisce splendidamente a rendere tutto più importante e concreto».
Tutto il cast è dunque rimasto entusiasta dal progetto. «Di quest'ultima guerra, dalla quale come al solito siamo usciti perdenti, non ce ne si è occupati molto» dice il regista, «Valeva la pena raccontarla un po'. Io conoscevo la Libia per esserci stato nel '36 come aiuto regista de La grande guerra (un mormorio divertito accoglie lo svarione, dato che il film da citare sarebbe dovuto essere Lo squadrone bianco) e ho vissuto la mia esperienza da combattente in Jugoslavia. Ho messo un po' di tutto questo nel film».
Monicelli giochicchia con i suoi occhialetti rossi mentre risponde divertito a una domanda sulla libertà di linguaggio dei soldati di quegli anni a proposito del sesso femminile: «I soldati negli anni '40 parlavano di donne come potrebbero farlo oggi. In Italia una coscienza maschilista, in tutto il ventennio, c'è stata, ed è sempre rimasta».
Gli occhiali fanno su e giù nervosamente quando si entra in merito alle difficoltà produttive che hanno condizionato la lavorazione del film. «Si poteva essere sicuramente più aiutati» dice seccamente Placido, «I produttori non è che abbiano spianato la strada in questo». Più diplomatico il regista: «Certo, avevamo presente la difficoltà di fare un film tutto in esterni, girato all'estero, che richiedeva mezzi e divise militari. Non proponevamo di certo un'allegra scampagnata. Non mi sento tradito da nessuno, forse semplicemente ci si poteva credere un pochettino di più».
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È vero, ce lo sentiamo ripetere da
tutte le parti. L'Italia è il paese dei festival del cinema, ce ne è per tutti i gusti, sono più di 200 e via discorrendo. Sembrerà perciò insolito prendere accanitamente (e pregiudizialmente) le parti della quarta edizione dell'Asian Film Festival. Nonostante i nomi roboanti a presiedere la giuria - la Gardini, portavoce di Forza Italia, e Poletti, parlamentare dei Verdi - l'aria che si respira alla conferenza stampa d'inaugurazione, presieduta, oltre che dalla stessa Gardini, da Marzi, del Dipartimento Turismo del Comune di Roma e da Antonio Termenini, direttore under 40 della manifestazione, era quella del buon cinema.
Una sala in penombra, due cinema della periferia sud di Roma affittati per l'occasione (il Madison a Via Chiabrera 121 e il Missour a via Bombelli 25) e tanta voglia di far partire il proiettore e affossarsi nella poltrona per gustarsi un po' di sana pellicola filmata.
Questo perché il programma è ricchissimo, spaziando da Johnnie To a Tsai Ming-Liang, per passare alla proiezione di Luxury Car (nella foto) di Wang Chao, vincitore del Regard di Cannes, per finire con la retrospettiva e l'incontro con Chen Kaige, uno dei registi più significativi della cosiddetta "Quinta Generazione" del cinema cinese.
"L'idea è quella di creare una bidirezionalità degli scambi tra l'Italia e il sud-est asiatico - ha dichiarato Termenini - recentemente abbiamo organizzato in Indonesia una retrospettiva su Faenza, e la qualità della selezione di questo festival, che recupera due realtà, quella a me cara di Singapore e quella vietnamita, spesso misconosciute, dimostra che stiamo andando nella direzione giusta".
Per la Gardini, presidentessa della giuria, l'aspetto culturale di iniziative del genere è fondamentale: "Ospitare, conoscere, dialogare. Queste le parole d'ordine. In Italia si soffre troppo della frammentarietà del mondo culturale, della gerontocrazia di direttori di festival e teatri mai sotto i 40 anni. È triste vedere che quelli che prima erano punti di riferimento, come Spoleto o Taormina, si vanno pian piano appannando. C'è bisogno di sfondare le dighe politiche e ideologiche: la cultura non è di destra né di sinistra".
Il dottor Marzi, più prosaicamente, è interessato anche al lato economico della faccenda: "Roma è in controtendenza rispetto al dato nazionale. Abbiamo un incremento del 25% di turisti dal sud-est asiatico. La loro permanenza nella capitale si aggira attorno al giorno e mezzo. Puntiamo a portare questa permanenza sui tre giorni, e iniziative del genere non possono che far bene alla città".
Vi faremo sapere se, oltre a far bene alla città, questo Festival farà bene anche all'amante medio di cinema.
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Il sapore agrodolce dei grandi affreschi anni ’50 sul mondo storico/religioso – citiamo tra tanti Il Re Dei Re, Quo Vadis, I Dieci Comandamenti – si riaffaccia sugli schermi cinematografici con l’ultima produzione New Line cinema, The Nativity Story, o più semplicemente Natività, così come viene lanciato il film in Italia.
Accolto abbastanza positivamente in Vaticano, in Sala Nervi si è tenuta la prima mondiale, il resoconto della nascita di Gesù viene veicolato attraverso uno sguardo introspettivo delle figure di Maria e Giuseppe. Tentativo che soffre della multidirezionalità d’approccio della sceneggiatura di Mike Rich, che da un lato dichiara di voler scendere nell’intimità di due personaggi, il cui aspetto umano è stato affrontato ben poco, dall’altro, rispettoso dell’esegesi testuale, non si avventura in scelte narrative che lo possano portare eccessivamente al di fuori del seminato.
Dietro la macchina da presa una sorprendente Catherine Hardwicke, che dopo il (quasi)realismo minimalista delle giovani disinibite di Thirteen, si cimenta con un film di tutt’altro genere, che fonda sulla spettacolarizzazione dell’immagine il racconto di una vicenda nota fin nei minimi dettagli.
Natività si fa così forte di una confezione patinata mescolata ad un’invidiabile ricercatezza nelle location, per saturare l’immagine di contenuti visivi, potenziando un testo filmico che altrimenti sarebbe scarno. Spicca su tutti la figura di Maria, interpretata da una giovanissima Geisha Castle-Huges, raramente raffigurata sul grande schermo come l’adolescente che in realtà doveva essere, la cui parte è l’unica a venir tratteggiata con garbo e partecipazione.
Pur ruotando attorno alla figura della Madonna, la pellicola, come già abbiamo accennato, si nutre, in fondo, di altro: della spettacolarizzazione e della patinatura dell’immagine. E così vediamo Erode il Grande inquadrato sempre nello stesso punto e sempre dalla stessa prospettiva, per favorire l’integrazione tra lo scorcio di palazzo sul quale si trova e l’integrazione in computer grafica, vediamo angeli fluttuare nell’aria e risuonare nelle campagne, vediamo soldati romani forniti di roboanti e plasticose insegne ed effigi.
Totalmente inutile la figura dei magi, il cui sviluppo all’interno dell’azione è ai limiti del ridicolo involontario.
Un film la cui origine è semplice nel cuore e semplicistica nella mente, e che soffre della pretesa di realizzare un film di ampio respiro con pochi fondi e idee un po’ confuse.
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Last cut

a grandi film e (più o meno) piacevoli intermezzi. Se La damigella d'onore, sua precedente opera, rientrava nella prima categoria, indubbiamente La commedia del potere rientra nella seconda. Tutto sta a definire su quale livello della scala del "più o meno" la nostra lancetta debba collocarsi nel giudicare l'ultimo film dell'ormai non più giovanissimo cineasta francese.
re, non esaurisce la sua semiotica nell'allegoria, ma inquadra nel dettaglio i due poli di attrazione tra i quali il film è sospeso: la commedia, un genere tendenzialmente leggero e scanzonato, e, come già accennato prima, il serissimo e compitissimo tema del potere. Il termine "commedia", dunque, incarna sia il senso figurato della dinamica del racconto, l'utilizzo di elementi della realtà comune mediati dal canovaccio della più classica rappresentazione commediale (o viceversa), ma anche un approccio sarcastico, più che ironico, alla materia trattata. Tutto il film di Chabrol è dunque sospeso costantemente tra due poli di attrazione, tra costanti dicotomie, che potrebbero amplificare la tensione narrativa del racconto, ma che purtroppo ne sfumano i contenuti verso l'incompiutezza, che potrebbero amplificarne un'impossibilità etica di soluzione definitiva, ma che invece lo lasciano in bilico, incapace di prendere una posizione, di sposarne un punto di vista.
entrale ed urgente tematica, lo script si perda gigionamente tra i vari sottotesti che man mano si vengono a creare, seguendo i mille risvolti di una vicenda che, in questo modo, finisce per perdere di centralità e, dunque, di forza. Allo stesso modo Chabrol pare divertirsi moltissimo a seguire il proprio personaggio, lasciandosi "passivamente" guidare per mano, senza prendere mai in mano la situazione.
Il cinema ha sempre esplorato, tra alti e bassi, il labile confine che distingue il sacro dal profano, il visibile dall’invisibile, l’empiricamente dimostrabile dal mistero. Così, negli ultimi anni, abbiamo altalenato tra i vari Stigmate, il prequel dell’Esorcista di Friedkin e il recente Esorcismo di Emily Rose.
Proprio dalla storia alla quale si ispirava quest’ultimo, trae linfa anche Requiem, del tedesco Hans-Christian Schmid, presentato in concorso all’edizione 2006 del Festival di Berlino.
Lo scenario è quello degli anni ’70, ben inquadrato dal regista come epoca policentrica, attraversata da grandi linee di frattura. Quella tra piccoli e grandi centri urbani, tra il lento cadere di una certa geometria delle cose (negli abiti, nelle architetture) e l’affermarsi dei colori e della pazzia giovanile, delle dispute generazionali che investono ogni aspetto del reale, del forte contrasto tra tradizione religiosa e innovazione laicista. E’ su questo che si gioca tanta della credibilità di un lavoro che cerca di dare vita alla descrizione di un fenomeno spesso spettacolarizzato dal cinema come quello della possessione demoniaca, dell’esorcismo, usando come unico, solido, metro di valutazione il campo del reale.
Non troviamo nessun effetto scenico clamoroso, nessun ambiente t
errifico, nessun volto deforme. Schmid assume come valida l’ipotesi della possessione, dell’a-scientificità di un fenomeno senza spiegazione alcuna, e ne indaga i risvolti.
La storia di Michaela Klinger, interpretata dalla meravigliosa Sandra Huller, vincitrice dell’Orso d’Argento all’ultima kermesse berlinese, è quella di una ragazza più volte sotto cura, che deve fare i conti con qualcosa che lei stessa individua come più grande e infinitamente più potente delle sue sole forze.
La seguiamo nel suo primo semestre universitario, durante il quale il suo mondo si amplia, si allarga a nuovi amici, a un fidanzato, e si intreccia con le sue origini di famiglia profondamente cristiana, si incardinano all’interno di un sistema di riferimento guidato da una fede incrollabile.
Schmid è bravissimo nell’affront
are senza inutili banalismi né prolisse verbosità tutti gli aspetti, anche d’ambiguità, che la situazione comporta: il rischio di un’auto-convincimento, l’ottusa negazione dell’inspiegabile da parte di una famiglia pur devotissima, il rifiuto spaventato che del fenomeno ha una buona parte del clero, protestante (come nel caso del film) e non.
Ne esce fuori una toccante storia di una ragazza che vorrebbe, a tutti i costi, essere normale, che lotta con un demonio (qualunque accezione si voglia dare al termine), che arriva a guardare le cose da una prospettiva diversa. L’unica possibile, triste, gonfia di speranza, ma non disperata.
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Il fronte interno di Eastwood
Frequente è l’accostamento che si azzarda tra il “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg e “Flags of our fathers” di Eastwood. Accostamento che si può tranquillamente lasciare agli appassionati del dibattito tecnico/estetico sul testo cinematografico (tra i quali pure noi ci inseriamo di frequente e volentieri), perché si arena alla superflua querelle su quale sia la miglior scena di sbarco militare, quale più appassionante, quale più avvolgente.
Bisogna anzitutto far notare che tra gli emozionali (Spielberg) e i puristi (Eastwood) si inserisce, pietra miliare del genere, “Il giorno più lungo”, datato 1962. Non c’è nessuno che abbia inventato nulla, non esiste sostanzialmente nessuna innovazione nel cinema di guerra moderno rispetto a quel che è già stato codificato dalle pellicole maccartiste degli anni ’60.
I punti in comune, dunque, si arenano su una duplice rappresentazione di uno dei momenti più incerti e spettacolari dell’azione bellica durante il secondo conflitto mondiale, quello dello sbarco: Omaha beach da un lato, il sasso fortificat
o di Iwo Jima dall’altro.
La prospettiva, l’interesse dei due film, navigando nello stesso mare della guerra, diverge radicalmente.
Spielberg è interessato alla guerra, al substrato del fango, dei tascapane, degli elmetti e delle gallette di cui la guerra è composta. Scava, indaga i suoi personaggi, ma sempre rivolto verso la deadline del fronte, del confronto armato. Arretra al massimo fin nelle retrovie, si riposa un attimo infagottato contro un muro, ma la sua mente è rivolta in avanti, nel cuore del territorio nemico. Vuole, a tutti i costi, trovare Rayan, che sta laggiù, in una striscia lontana di terreno riempito da divise di un altro colore.
Opposto è l’orizzonte di Eastwood.
Il suo flettere e riflettere sul momento bellico in sé, non è altro che un rafforzare la sua indagine sul cosiddetto fronte interno, vale a dire su tutta la macchina-paese che sta dietro ad uno sforzo militare, che sostiene, non importa se spinta da responsabilità, calcoli o semplice patriottismo, il fronte in quanto tale. Operazione che si muove a partire, ovviamente, da alcuni singoli, punto di vista necessario per cogliere in profondità tutti gli aspetti “umani” che collegano e muovono le retrovie rispetto al fonte vero e proprio.
Vengono così scelti quegli uomini che, piantando la seconda bandiera sul monte Suribachi, e
ntrarono nella storia per una fotografia che li rese icone immortali di un paese che stava vincendo la strenua battaglia contro il nemico.
Il valore del simbolo come veicolo e catalizzatore di qualunque sforzo umano è tema centrale della pellicola. E orrendamente simbolica diventa l’azione di guerra nella pellicola. Non si fa minimamente riferimento all’unicità delle piste aeree in tutto lo scacchiere strategico del fronte Pacifico, che hanno reso la conquista proprio di quello scoglio di fondamentale importanza per il corso della guerra. L’unico avvenimento percettibilmente rilevante è l’aver piantato quella bandiera, l’aver immortalato un momento che, da sostanzialmente inutile qual è stato storicamente, si imprime nella pellicola fotografica come evento capace di decisività nel grande quadro della guerra.
Da questo momento la lotta con le armi si fa flashback, retroterra denso e crudo di un sistema paese, come quello americano, che più di altri sottolinea l’importanza di un fronte interno, essendo lontanissimo dal fronte e scevro di barbarie e distruzioni subite sul proprio suolo.
Emergono così quegli aspetti che molti hanno segnalato come qualcosa di negativo, quegli inevitabili incastri con la politica e le logiche di reperimento di danaro che muovono e sostengono ogni conflitto.
Non ci troviamo dunque di fronte, come si è sostenuto, a una banale
accusa al potere di controllo della politica sulle vite dei singoli. Siamo in presenza di un’attenta analisi dell’iconografia, della sfera della percezione imperfetta e sublimata come motore ultimo del sostegno alla politica e, dunque, alla guerra. Quel che potrebbe apparire grottesco (pensiamo alla scena della bandiera piantata su un podio in mezzo ad uno stadio, tra sventolii di bandierine e majorettes) è duro, cinico, ma necessario.
La riflessione di Eastwood si rivolge a quel che sta dietro la pallottola, il fucile, le mostrine, dando vita ad un film classico, dal respiro ampio, che rimane tuttavia interlocutorio: che il classicismo della forma si unisca alla tematica con mera funzione didascalica?
Noi crediamo di no, anche se il rischio rimane.
Solamente Iwo Jima, che dà vita insieme a Flags ad un corpo unico di narrazione cinematografica, potrà sciogliere appieno il dubbio.
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Latina, esterno/interno giorno. Ambienti svuotati da volti, da
macchine. Architetture, come dice il regista, molto cinematografiche, semplicemente belle da riprendere, non mediate da nulla che devi lo sguardo dai razionalissimi punti di fuga se non dai personaggi la cui misera umanità viene intercettata dall'occhio meccanico. Una provincia di piccolo cabotaggio, che si articola in bacinelle per raccogliere gli sgocciolii di tetti mai riparati, tristi sartorie dalle mura spoglie, farseschi concorsi di bellezza, "come quelli che si vedono alla tv".
Nel cast atipico che ha composto Sorrentino, spicca un personaggio da antologia (uno dei tanti, qualcuno potrebbe dire, l'unico insieme al protagonista, diciamo noi): un attempato amante del country, con tanto di cappellaccio e cravattino texano, che vive in una roulotte in mezzo alla campagna e spiccica a mezza bocca un masticato accento veneto in pieno Agro Pontino. Gino - questo il nome del personaggio interpretato da Fabrizio Bentivoglio - plasma tutta la propria esistenza su un sogno: l'andare a vivere in Tennesee. Ossessione, tra le tante, morbose, che avvolgono e compongono la pellicola, fondamentale nel dispiegarsi della storia. 
"Perché il Tennessee?" gli domandano. "Perché è lontano", risponde con una grave noncuranza.
L'esaltazione del sapersi arrangiare (e bene) in questa triste, farsesca, becera cittadina qualunque (che ha la fortuna/disgrazia dell'esser protagonista involontaria dell'ultimo film di Sorrentino unicamente per la cinematograficità delle location che offre), che caratterizza tutto lo script, che penetra il midollo del suo fantastico protagonista, Geremia, nomen omen per uno strozzino che ammanta di squallore tutto ciò che tocca, fisicamente e idealmente, viene spazzata via da questo tendere a una nuova, diversa prospettiva.
Sorrentino costruisce un film complicato, lavora maniacalmente sul testo sonoro, sui movimenti di macchina (a partire dal dolly della prima immagine), così come sulla sceneggiatura. E costruisce una serie di solitudini che si sfiorano, si incrociano e si intersecano, in una provincia laterale, discosta, atona, che, almeno nelle scene introduttive, sembra richiamare quella torbida e macera di Lynch.
L'amico di famiglia è un film complicato e potente quanto i due precedenti lavori del regista, ma denota una certa disunione d'insieme, con personaggi solidi e riusciti (Gino, Geremia, interpretato da un grande Giacomo Rizzo), ed altri più forzati (la femme fatale Laura Chiatti), i quali, unita
mente ad un finale interlocutorio per struttura e significato, denotano, al fianco di una grande capacità/competenza dietro la macchina da presa, una certa debolezza dell'autore sul piano dello script, aspetto che si notava, mitigato da una minore ambiguità narrativa, sia ne L'uomo in più che ne Le conseguenze dell'amore.
Un film oscuro e potente, che sfugge spesso al controllo del suo stesso autore, e per questo mostra qua e là il fianco. Meglio, molto meglio, comunque, di qualsiasi altra cosa possiate trovare d'italiano al cinema di questi tempi (ogni riferimento a case, viaggi segreti o sconosciute varie è puramente casuale).
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Il vento che accarezza l’erba è un film che parla degli irlandesi adottand
o il punto di vista degli irlandesi stessi. E’ un film, dunque, sullo Sinn Fein: ovvero sul partito che lottava per la Repubblica d’Irlanda, per l’affrancarsi dalla corona di Sua Maestà, ma anche, così come letteralmente si traducono i termini gaelici, su ‘noi stessi’, su quella eterna lotta contro l’oppressore che caratterizza, marxianamente, per Loach tutta l’umanità fotografabile e, dunque, tutta la sua cinematografia.
Scordatevi carezze sull’erba, però. Nell’originale, il titolo vuole che il vento non accarezzi i verdi prati dell’isola, ma che ne ‘scuota il frumento’. ‘The wind that shake the barley’ è infatti la vera e propria onomatopea, il paradigma stesso del lavoro di Loach.
Un vento che smuove la quotidianità tranquilla e placida delle campagne irlandesi, una risposta, ora e subito, alle angherie dell’esercito inglese sulla semplice popolazione civile.
Se Neil Jordan partiva da una locandina da pre
sa della Bastiglia nel trattare il personaggio di spicco di quell’epopea nel suo Michael Collins datato 1996, Loach parte da un villaggio qualsiasi, dove si muove un gruppetto qualunque di giovani patrioti.
La scena iniziale è da antologia. Loach riesce a inquadrare, in una sola, elementare, sequenza, tutto quel che intende raccontare, la cifra etica ed estetica del film. E dunque la violenza dell’invasore, la rassegnazione e l’orgoglio dell’invaso, il dramma, l’appartenenza, la voglia di riscatto e il tormento interno di Damien, giovane protagonista, emergono da subito con forza e lucidità.
Peccato, un vero peccato che qui il film finisca, muoia, si adagi per una buona metà sullo slancio iniziale, perdendo del tutto la bussola nella coda, la cui retorica del patetismo, del ‘perché mi hai costretto ad ucciderti’, dilaga, alimentata dal sottotesto tipicamente ‘alla Loach’ della resistenza ‘senza se e senza ma’ contrapposta alla logica del compromesso.
La dinamica dell’indipendentismo, della rivoluzione che scorre sottotraccia nelle vene del popolo, si accompagna a quella che ruota intorno a due fratelli Damien (Cillian Murphy) e Teddy (Padraic Delaney), dualismo che si rispecchia nella struttura
del film: una prima parte in comunione d’intenti, di identica lotta e di sentite passioni, e una seconda in cui Teddy sceglierà il compromesso di un’indipendenza sotto la potestà della corona, mentre Damien continuerà nella lotta repubblicana.
Mentre nella prima metà il film si adagia sulla virulenza delle prime battute, aprendo a una fase di sequenze descrittive della guerriglia armata, degli attentati e delle devastazioni, che risultano sorrette da quello slancio iniziale che bastava, da solo, a giustificare un certo, prevedibile, andamento, magari, come nel caso del film, ben fotografando splendide locations, la seconda parte cede di schianto alla retorica classista, tipica di Loach.
Il punto di frattura non è, come nel resto degli snodi narrativi, inserito in un climax narrativo. Bensì si dipana in una verbosa scena di dibattito politico, per nulla sentita e difficilmente comprensibile nelle sue sfumature. La rottura è quindi, a livello di senso, netta. E Loach lavora drasticamente d’ellisse, “sintetizzando” un’evoluzione degli eventi che è ingiustificatamente accelerata e che fa perdere il quid dell’azione, il fulcro che muove i personaggi.
Ci ritroviamo così un
Damien improvvisamente su posizioni social-rivoluzionarie – “espropriamo la terra dei ricchi londinesi”, recita un suo volantino – un Teddy repentinamente asservito ad un potere che, almeno in parte, avversava fino a poco prima. Ma soprattutto davanti ad un finale (e chi non vuole perdersene il gusto salti alla fine del capoverso) poco comprensibile, nonché del tutto prevedibile. La morte di un fratello causata dall’altro, quasi non importa quale nella dinamica degli eventi, se nonché a spegnersi, fisicamente ma non moralmente, è, alla maniera di Loach, il più debole, quello che alle spalle non ha l’istituzione, ma che al contrario l’avversa.
Un film che subisce troppo, ironia della sorte, la mano pesante, i (calcati) tratti caratteristici del suo autore, finendo, dopo un ottimo avvio e una navigazione a vista, per venirne soffocato.
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