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venerdì, 27 ottobre 2006
Grbavica - Il segreto di Esma

Insignito del prestigioso Orso d’Oro come miglior film al Festival di Berlino, sbarca sugli schermi italiani l’opera prima della regista bosniaca Jasmila Zbanic, Grbavica – Il segreto di Esma.
Il titolo riassume la doppia valenza del film. La prima descrittiva – Grbavica è infatti il nome di un quartiere di Sarajevo – , una descrizione non superficialmente topografica, ma che parte dal tessuto urbano per andare a scavare in profondità nelle crepe morali ed etiche provocate dal recente conflitto balcanico. La seconda personale: Esma nasconde un segreto orribile, non tanto agli occhi di chi le sta attorno, quanto a quelli impulsivi e innocenti della propria figlia. Un segreto che è frutto della “personalizzazione”di quel sentimento più ampio di cui il titolo originale si fa latore.
La Sarajevo in cui si muovono le due protagoniste, Esma, la mamma, e Sara, la figlia, è una città variopinta, multiforme, in bilico tra quarant’anni di egualitarismo comunista, il rifiorire d’importanza della religione musulmana, le piaghe anche architettoniche create dalle bombe, e il rinascere di un modus vivendi che strizza l’occhio all’occidente dei frizzi e dei lazzi, in barba ad un profondissimo senso di appartenenza alla propria cultura e alla propria terra che è il vero collante della società bosniaca. E’ di tutto questo che parla il film della Zbanic, e di altro ancora.
“Sarajevo mia amata”, cantano i ragazzini appena quattordicenni nel pullmann che parte per la gita, canzone sorprendentemente profonda e impegnativa per un coro e per un contesto simili. Esma lavora in un locale da bulli&pupe dal significativo nome di “Club Amerika”. Il luogo dei primi appuntamenti e dei primi amori di Sara è una casa abbandonata, recintata dal nastro ormai scolorito della polizia. Le panoramiche della città hanno sempre, come primo elemento visibile, la strana immagine di una moschea innevata, con il sottofondo cadenzato della preghiera che si eleva dai minareti.
Questa simbologia, questa sottotraccia scenografica che è elemento imprescindibile e costitutivo nella struttura del film, accoglie e sottolinea la storia personale di una donna che porta tangibilmente su di sé le piaghe della guerra, pur a distanza di anni. Lo fa in modo sommesso, silenzioso, ma accoratamente doloroso e malinconico. Un fardello che la renderà “invalida civile” nell’animo per sempre, ma senza medaglie e senza clamori, nell’impossibilità, persino, di essere compatita. La Zbanic sceglie, a differenza, per esempio, del roboante Kusturica, un registro semplice, neorealista, per raccontare ciò che le sta a cuore della propria terra, per palesare, attraverso il dipanarsi di una storia, le tante storie di atrocità e paure che ancora oggi affliggono il cuore e la vita di tanti suoi compatrioti.

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Incontro con Jasmila Zbanic

Dopo Hotel Rwanda, Paradise Now e Mooladè, Amnesty torna a consigliare un film. Si tratta de Grbavica – Il segreto di Esma, primo film di Jasmila Zbanic, una coproduzione croato-austro-tedescJasmila Zbanica, che, dopo essersi aggiudicato l’Orso d’oro a Berlino ed essere stato presentato dalla Bosnia come film in lizza per l’Oscar, viene lanciato in 25 copie in Italia.

Per l’occasione la stampa ha incontrato la regista a Roma, in una conferenza stampa martoriata dalle difficoltà dell’interprete, ma non per questo meno intensa.
Oltre a una necessità socio-culturale, a origine del film, che racconta dei disastri della guerra balcanica che segnano ancor oggi ampi strati della popolazione, una mossa personale della giovane regista: “Ho iniziato a scrivere la storia dopo aver avuto la mia prima figlia – ci dice la regista - pensando a tutte quelle donne che sono rimaste incinta senza volerlo, vittime di uno dei migliaia di stupri consumati durante la guerra”.
Per girare le scene corali “sono state coinvolte, infatti, donne delle associazioni spontanee che radunano chi ha subito violenze durante quel terribile periodo”.
I numeri sono agghiaccianti. “Basta pensare – motiva la Zbanic – che le statistiche delle Nazioni Unite indicano in 20.000 gli stupri complessivi consumati durante la guerra, la larghissima maggioranza dei quali tuttora sono rimasti impuniti”.
La regista ha vissuto sulla propria pelle quel clima di terrore: “Quando vivevamo sotto assedio a Sarajevo la paura più grande, al di là delle bombe e delle granate, era che arrivassero i soldati. Lo stupro veniva infatti perpetrato in modo sistematico, come vera e propria arma di guerra, fattore disgregante della società”.
C’è il tempo anche per una riflessione personale e politica: “I miei genitori sono musulmani, ma sono cresciuta nella società titina, profondamente comunista. Per cui oggi non sono religiosa, non vado mai in moschea. Il locale che si vede nel film, il “Club America”, è simbolo di un cambiamento, di un’occidentalizzazione, che è un’ulteriore violenza per la nostra cultura e la nostra società”.
Al di là se il film piacerà o no al pubblico italiano, un importante successo l’ha già centrato. Sulla scia del successo berlinese, attraverso una petizione gli autori, con la Zbanic in testa, sono riusciti a far approvare al Parlamento federale una legge che eleva allo status di invalide civili di guerra tutte quelle donne che sono passate sotto la mannaia della violenza sessuale.
Questo enorme ritardo, unito al dato che in Serbia il film sia stato praticamente oscurato, segnala quanto la problematica balcanica sia ancora aperta, e quanto film come Grbavica siano oggi necessari.


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Pubblicato da: Xanadu |alle 18:57 | link | commenti |
recensioni, conferenze stampa, filmfilm

Babel

Dopo Amores Perros e 21 Grammi Inarritu torna con un film corale, un quadro pennellato a più riprese su diverse direttrici, che si intersecano, si sfiorano, senza mai però sovrapporsi, andare a coincidere.
Tre (o forse quattro) storie questa volta di laboriosissima ambientazione e altrettanto complicata decodificazione, in special modo nel loro presentare tratti unificanti e diversità sostanziali.
Stars d’eccezione Brad Pitt e Cate Blanchett, coppia scoppiata in cerca di una quadratura del cerchio, tentativo che sembra andare a buon fine solo nel momento della più grande tragedia. E quel Gael Garcia Bernal che funge quasi da feticcio-portafortuna, e come tale viene impiegato, costretto in un ruolo che lascia poco spazio al grande carisma comunicativo dell’attore messicano.
Il disegno di Inarritu sembra, alla terza replica, mostrare un po’ la corda. Il primo lavoro mostrava quel tono aggressivo ed asciutto che, in un esordiente, aveva stupito per coerenza e pulizia d’impianto. Nel secondo venivano impiegate grandi star (Del Toro, Penn, la Watts) in uno schema sporco e frammentario e con una produzione da cinema indipendente di classe.
La babele che descrive il regista nel suo terzo film presenta due tipi di difficoltà. Il primo narrativo, il secondo stilistico.
Andando con ordine. Lo script sembra essere scritto “alla maniera di” Inarritu. E questo, per un regista con una carriera discretamente corta, pur costellata di successi e già in possesso di una propria dimensione autoriale, è preoccupante. La stramba storia di un proiettile che malauguratamente parte da un fucile di matrice giapponese e colpisce (a morte?) una turista americana in terra marocchina, i figli della quale sono nel frattempo rimasti a San Diego con la tata messicana, sembra tirata un po’ per i capelli. O meglio. Prese singolarmente le singole ambientazioni, e i loro toccanti finali, reggono bene l’urto sella scena. Non si comprende però la volontà a tutti i costi di intersecarle trovando collegamenti abbastanza pretestuosi, ma soprattutto non necessari. Non era necessario cioè collegare una ragnatela di snodi narrativi così fitta per dare densità e profondità alla pellicola.
La seconda perplessità è sulla differenza dei registri adottati nella narrazione, adeguando la regia alla tradizione filmica del paese in cui, di volta in volta, ci si muove. Il peccato complessivo è dunque quello dell’auto-manierismo, che, pur conservando intatta una certa forza comunicativa e una sostanziale solidità d’impianto, priva il film di gran parte del suo slancio.
Meritato, per altri aspetti, il premio alla regia di Cannes. Il climax di tensione, per citarne uno, costruito sull’arrivo del proiettile nel pullman, costruito con un unico piano fisso, è qualcosa di notevole.
L’indagine, lo scandagliamento del regista sul tema della mancanza, è d’altra parte una delle frecce all’arco di Babel
.
La mancanza di una civiltà moderna, di un modInarritu alla conferenza stampa di Canneserno stato di diritto, nella “parte marocchina”, la mancanza di affetti propri, di sicurezze, in quella messicana, la mancanza di rapporto, di intesa, tra i due coniugi, e infine la mancanza di rapporti sociali al di fuori della propria nicchia, nella parte giapponese. Tema che è approfondito e sottolineato dalla sottolineatura dell’ambientazione desertica, che emerge tanto tra le sabbie del Marocco che nella steppa texana, come anche fra gli sterili grattacieli di Tokio. In questo scenario disarmante a pagare sono sempre gli innocenti, inermi di fronte alla casualità dell’inarrestabile destino.
Un Inarritu che mescola eccessi di sapienza autocelebrativa a momenti di grande cinema, a livello estetico ma anche d’indagine umana e psicologica, in un film che sembra più un’opera di transizione che un significativo passo avanti nel percorso autoriale di un buon regista.

 

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Pubblicato da: Xanadu |alle 12:01 | link | commenti (1) |
recensioni, ilgrido

sabato, 21 ottobre 2006
Roma - giorno 8

PilloleI premiati

Finisce la Festa. C'è ancora tempo di ringraziare la Comencini, fonte "orridamente" inesauribile di materiale, i sosia di Almodovar, la logorrea dei registi russi, il bullismo compiaciuto dei curatori del photo call del kebabbaro sulla Flaminia,  le nudità delle giornaliste di RaiSat ma soprattutto Sasha Baron Cohen e il suo Borat (nella foto). E infine tutti voi, lettori affezionati di questo stupi-diario

REMAKE(?) - Verso metà proiezione di Dopo il Matrimonio tutto il Palaromauno si domandava: "Ma perché hanno aggiunto dei colori sgargianti a Festen, di Tomas Vintemberg, e l'hanno ributtato nelle sale?". Alla fine la risposta era chiara: per aggiungergli un lieto fine strappalacrime. Una della fila dietro di me, alla fine, piangeva come manco gli fossero morti i criceti.
LAMENTELE - Buio in sala, parte il film della Comencini. Dopo il mega logo-jingle della Festa, il logo del primo produttore non ha sonoro. Una si lamenta: "Macchè non c'è audio!!?!". Vabbè che il film era orrendo, ma aspetta almeno i primi dieci minuti!
COMMOZIONE - Motivi per dolersi (ma anche no) irrompono a metà proiezione. Lo schermo fa una dissolvenza in rosso, e poi si spegne del tutto. Spiegazione? La pellicola si è bruciata. O si è troppo commossa nel seguire le appassionantissimissime avventure di Zingaretti&Co., oppure, e ci sembra sia la spiegazione più semplice e dunque la più probabile, si è vergognata di quel che gli hanno impresso sopra.
GOOD LUCK - Come se non bastasse, nell'iniziare la proiezione ci si mette pure un inserviente con la radio spalancata a fornirci preziose informazioni sulla situazione del parcheggio sud. Ottimi diversivi ad un film pessimo, oltre che jellato. Roba che la sfiga di Pollyanna era una roba da ridere. 
SPECIAL THANKS - Ringraziamo la Comencini per averci fornito la più grande varietà di materiale durante la settimana delle Pillole. 
BULLI - Il "nostro caro" (vedi le puntate precedenti), curatore del photo call del kebabbaro sulla Flaminia, si vantava oggi in sala stampa di una foto che del tutto per caso lo vedeva ritratto insieme alla Kidman. Al punto di violare e crackare siti a pagamento per stamparsela e appenderne una gigantografia nella libreria dell'Auditorium, titolandola "Io e il figo del photo call - by Nicoletta". L'ufficio stampa della Kidman ha minacciato querela.
PENNICA - Ora, già la tradizione russa non ci fornisce una cinematografia particolarmente frenetica e scattante, già il film russo presentato a Roma è cervellotico e complesso. Ma che poi il regista impieghi quaranta minuti per rispondere a tre domande tre è veramente troppo! Si è rischiato l'abbiocco a più riprese.
SOSIA - Roberto Andò non è stato fatto passare dalla security all'ingresso del Teatro Studio. Poi un bodyguard ha esclamato: "Ah, ma lei è il sosia di Almodovar!" e fortunatamente per lui (ma sfortunatamente per chi, come me, era alla terza conferenza stampa di seguito) è riuscito ad entrare.
SEXY - La moderatrice dell'incontro stampa aveva uno spacco vertiginoso, troppo vertiginoso. Dopo aver introdotto si scusa, dà le spalle al pubblico e si scusa per la cerniera aperta. Peccato! (ma anche assolutamente no).
VANTAGGI - Abbiamo scoperto che i pass senape della Giuria avevano lo stesso identico valore alla biglietteria di tutti gli altri. In compenso potevano far condire gratuitamente gli Hot Dog della food zone.
BORAT - Ultima magnificente proiezione di Borat, a mezzanotte al Pala RomaUno. Peccato però che l'american-kazako di Baron Cohen sia stato infinitamente più comprensibile dei sottotitoli italiani. Gli addetti alla traduzione si sono fatti ammaliare, evidentemente, dalle grazie del lottatore di sumo che gironzola nudo per un paio di sequenze del film.

pubblicato su Zabriskie Point

 

 

Mille miglia...lontano

Un film che assume un protagonista giapponese per parlare della Cina, un punto di vista "vergine", potenzialmente sorprendibile da una realtà multicolore, che cela nel suo grande ventre infiniti splendori così come amare delusioni e barbare imposizioni.
E' questa la prospettiva che un grandissimo amante della propria patria, qual è Zhang Yimou, utilizza per raccontarci questa nuova storia sulla/della sterminata terra cinese.
E sceglie un tema paradigmatico nella descrizione della società della Grande Muraglia, quello dell'incomunicabilità orgogliosa tra un padre e un figlio, che si rispecchia e si espande nel rapporto tra la Cina dell'apparato politico/militare e quella del folclore, delle tradizioni millenarie, ma anche (in misura minore) tra la storica e agreste società cinese e quella dinamica e frenetica dei dirimpettai giapponesi, che rispondono con una macchinetta digitale alle esibizioni dei costumi delle feste tradizionali.
Un film impostato dunque su una dicotomia di partenza che, alla prova dei fatti, si rivela estremamente permeabile. Il rapporto tra il vecchio pescatore e il proprio figlio morente, professore giapponese di usi e costumi folcloristici, è assolutamente vivo, nonostante riposi sotto anni di ignoramento reciproco e orgogli mai piegati. Il fatto che il giovane professore non compaia mai sullo schermo, indica di quanto simbolica sia la sua figura, ma al contempo di quanto sia decisiva per la narrazione di un rapporto vero, di una storia che abbia uno spessore e una tensione non falsi.
Il padre intraprende un lungo e accidentato viaggio, alla ricerca di quell'opera, Mille miglia… lontano, che il figlio avrebbe voluto riprendere lui stesso.
E il viaggio si snoda sommesso come il rapporto tra i due uomini, non raccontato, non palesato nel girato, ma che emerge in ogni angolo della pellicola, colmo di un sentimento di riappacificazione e di una tensione al re-incontro, che emergono con timidezza ma la cui soffusa potenza arriva a trascinare con sé ogni possibile altra lettura del film.
Yimou riesce così a spostare il fulcro narrativo del film, lo snodo da cui si muove la macchina da presa, su un elemento extra-diegetico, riuscendo, per contrasto, ad evidenziare quel che attorno a quella scaturigine invisibile si muove.
Così Mille miglia… lontano è si un film sul sentimento, sul rapporto umano come fondamento di qualsiasi avventura che valga la pena di vivere, ma è anche uno spaccato lucido e discreto sulla Cina odierna, sul suo panorama interno, che tende a divergere in mille rivoli contrastanti, molti dei quali incompatibili, come sul suo rapporto con l'altro, con lo straniero, nei confronti del quale quei rivoli, forzosamente, si riuniscono, per fornire all'occhio non allenato un'immagine di perfetta unione, di monolitica sincronia.
Il tutto fotografato (come è uso di Yimou) splendidamente da Xiaoding Zhao, che sa saturare ottimamente i bianchi e neri delle immagini di raccordo, come anche misurare i cromatismi nelle situazioni in cui è l'azione scenica il fulcro dell'immagine.
Forse la voce narrante si pone come eccessivamente didascalica, ma è una delle poche sbavature di un regista che, dopo il trascurabile wuxia La foresta dei pugnali volanti, è tornato a colpire per profondità di narrazione e polisemia di linguaggi e significati.
pubblicato su Castlerock
Incontro con Susanne Bier
Susanne Bier

Presentato fuori concorso l’ultimo film di Susanne Bier, regista danese figlia della scuola del Dogma, ma ormai estremamente padrona di un proprio, preciso, registro cinematografico.
Dopo il Matrimonio ci racconta di un doppio incrocio e contrasto: quello tra nord e sud del mondo, e quello che potrebbe avvenire in una qualsiasi famiglia.

“Questo film ci parla di entrambe queste dinamiche di conflitto” – dice la regista – “ma dice anche qualcos’altro. Parla di un contrasto profondo a livello interiore, dell’impossibilità di ottenere sempre e comunque ciò che si vuole”.
Per costruire la storia di un uomo che si occupa di un asilo in India, e della strana condizione imposta dal suo finanziatore, la Bier ha lavorato con il celebre sceneggiatore scandinavo Anders Thomas Jensen, di recente visto in Italia per “Le mele di Adamo”.

Nel pensarlo “siamo partiti dai personaggi. E’ il terzo film che faccio con Jensen, e ormai le nostre storie nascono dai personaggi. Uno ne preferisce qualcuno, l’altro uno diverso, e attorno alle loro caratteristiche si materializza la storia”.
Solleticata da una domanda, la regista conviene che una delle tematiche principali che emergono quasi involontariamente dalla pellicola sia quella del tentativo, del tutto occidentale, di pianificare al minimo dettaglio la vita propria e quella dei cari più vicini, persino quel che avverrà una volta morti: “E’ interessante il timore che pervade l’Occidente di non poter controllare tutto quel che ci succede intorno. Il personaggio principale vuole controllare tutto, programmare il futuro della propria famiglia anche dopo la propria morte. Il film mette però in dubbio questa capacità, come anche la capacità dei paesi più ricchi di imporsi sul terzo mondo. L’India è un esempio lampante di quel che sto dicendo”.

La regista danese si spazientisce un poco quando le si domanda se la cifra del film può essere considerata melodrammatica: “Non si può definire assolutamente il film come melodrammatico! Noi, come ho già sottolineato, partiamo dai personaggi, non dalla storia. Per questo, pur non adottando un registro particolare, in alcuni momenti il tono del film diventa anche duro, scomodo”.
Registro che, si presume, la Bier adotterà nel suo primo lavoro hollywoodiano, che vedrà tra gli interpreti Benicio Del Toro e Halle Barry.

pubblicato su filmfilm

Pubblicato da: Xanadu |alle 20:20 | link | commenti (2) |
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Roma - giorno 7

PilloleIl cast di 'A casa nostra'

Cosa succede quando alla Festa si parla male dei film cinesi, quando si chiede semplicemente un cornetto e un caffè, quando cerchi un qualsivoglia biglietto o richiedi le cuffie per la traduzione simultanea? E se tutte queste provanti esperienze non bastassero, ci si può confortare chiedendo ad uno dei critici che si aggira per l'Auditorium un giudizio su uno dei film appena visti... Meglio lasciar parlare le Pillole

POSTE ITALIANE - La fila per i biglietti, stamani, ha assunto dimensioni grottesche. Due giovani registi di corti hanno avuto il tempo di scommettersi la colazione su registi di serie Z francesi, mandare uno dei due pacificamente ad un computer a controllare chi avesse ragione e tornare indietro.
Con quel che ci abbiamo impiegato, potevano benissimo andare a fare colazione, lavarsi i denti, e fare magari una pisciatina, e sarebbero comunque tornati in tempo. Manco alle poste.
DREAMER - Ormai ho un rapporto speciale con le signorine dei traduttori simultanei. Mi sono visto i film più improbabili, e me li sono visti tutti per cui, non confuso dalla folla, ormai mi riconoscono. Una di loro oggi, bellissima e biondissima, mi fa "Ma io ti ho visto già da qualche parte prima della festa, non mi ricordo dove". Non so lei, ma io l'ho vista sicuramente in sogno. Ma non posso raccontarlo nel dettaglio.
ASTRUSITÀ - Tra colleghi ci si confronta sui film appena visti. Alcuni estratti di scambi di battute al volo tra una proiezione e l'altra.
"Com'era?" "Una schifezza, ma fatta bene"
"Ti è piaciuto?" "Insomma" "Ma più si o più no?" "Più forse"
"Che te ne è parso?" "Non me ne è parso"
"Me lo consigli questo?" "Veditelo, e poi te lo dico"
Quando devo dire al mio cane di mettersi a cuccia uso argomentazioni più serie e complesse.
OCCHIO DI LINCE - Mi sono scambiato quattro mail con una persona che credevo a Milano. Era a cinque metri da me in sala stampa...
CONCORDANZE - Sono l'unico, ma dico l'unico, a cui This is England non ha convinto molto. Sono andato da alcuni colleghi, spavaldo, pensando la pensassero come me. Ho ricevuto altrettanti due di picche. Entrambi però concordavano sul fatto che il politico skinhead fosse uguale a Bettini (come notato nelle Pillole di ieri). This is Festa del Cinema.
AMANTI - Commentavo pazzeggiando (word mi corregge così "cazzeggiando", è troppo ottimo per cambiarlo) in sala prima dell'inizio di un film russo talmente fondamentale che il titolo già mi sfugge, di come fosse un peccato che a Venezia, avendo una volta tanto un italiano come Crialese, si sia premiato invece quella "cagatina intimista" di Still Life.
Al signore della fila davanti è scoppiata una coronaria, e mi ha iniziato a insultare e sbraitare sull'assoluta bellezza del film cinese.
Commenta una collega presente: "Ahò, ma che sei l'amante del regista?"
MOKA - Al Mini Lounge, dove solo i pochi eletti hanno diritto di metter piede, secondo una logica che ancora ad oggi non ci risulta chiara, stamattina si servivano caffè etiopi, portoricani e guatemaltechi. Peccato che tutto il resto sia giapponese, compresi i cornetti al sushi e il latte di capra di Hiroshima

pubblicato su Zabriskie Point

 

 

Playing the victim

Il sito ufficiale della Festa del Cinema di Roma, nella quale è stato presentato in concorso, recita testualmente: “Il film è un adattamento moderno dell''Amleto' di Shakespeare in chiave dark”.
In realtà in Playing the victim non sono evidenti nessuno di questi due aspetti: la trasposizione della tragedia classica, se c'è, è quantomeno forzata, l'aspetto dark, seppur presente, non predomina sugli altri.
La firma del regista basta ad incuriosire sul film. Serebrennikov è infatti uno dei più famosi e influenti registi teatrali russi. Tra le sue opere di teatro, si ricorda, per esempio, una “Giovanna d'Arco” con Fanny Ardant. Mescolando sinossi e autore, una trasposizione dell'Amleto in questi termini porterebbe ad essere ben disposti nei confronti della pellicola.
Il film è una strana e variopinta mescolanza di generi. Si apre, infatti, descrivendo una sequenza attraverso l'occhio di una videocamera amatoriale, lasciando volutamente agli angoli degli schermi i vari indicatori di tempo della cassetta, livello della batteria e quant'altro. Il film va avanti per tutto il corso della sua durata alternando sequenze girate in pellicola con altre filmate dall'apparecchio casalingo. Per di più sono numerosi gli inserti d'animazione, che tentano di raccordare la vicenda palesata sullo schermo con l'evoluzione psicologica del protagonista.
Il risultato, di per sé, non è pessimo, ma non è assolutamente funzionale allo svolgimento del film. Il punto debole è una evidente disomogeneità della sceneggiatura. Alcune sequenze che occupano un ampio spazio nel corso della vicenda sembrano non avere stretti legami con l'intento narrativo. Stiamo parlando della lunga scena della masturbazione, che viene anche fotografata diversamente dal resto del film, come anche una lunghissima parte ambientata in un ristorante giapponese, che non si capisce dove voglia andare a parare. Anche la risoluzione della storia, il (drammatico) scioglimento finale, non è sostenuto adeguatamente dal resto della trama.
Peccato perché lo spunto di partenza, raccontare di un ragazzo in cui il lavoro è quello di sostituirsi alle vittime nelle ricostruzioni delle scene del crimine fatte dalla polizia, e il registro scanzonato e divertito con cui vengono affrontate, componevano un buon mix, che non viene assolutamente sfruttato in modo adeguato.

pubblicato su filmfilm

 

Incontro con Serebrennikov

Incontriamo Kirill Serebrennikov, regista del film russo Playing the victim, presentato in concorso alla Festa del cinema romana.

Serebrennikov ha un background di uomo d’arte e regista teatrale. Ci si Kiril Serebrennikovchiede il motivo di questo suo approdo al grande schermo. “E’ una vicenda che arriva dalla mia infanzia – risponde – Sono cresciuto a Rostov vicino a un cineclub, dove proiettavano non solo i grandi classici russi, ma anche moltissimo cinema italiano. Mio nonno era un uomo di spettacolo, ma in quegli anni di comunismo non si poteva entrare così facilmente nel Centro di cinematografia di Mosca. Mi sono così iscritto e laureato nella facoltà di fisica. Il teatro è venuto dopo, mi hanno proposto di fare qualcosa e ho accettato. Il mio grande amore, fin da bambino, e comunque sempre stato il cinema. Dopotutto, i giovani registi russi arrivano sul grande schermo percorrendo le strade più assurde”.
Serebrennikov ammette che, a causa di un sistema produttivo “che non ha più voglia di rischiare, perché i film che non sono blockbuster rischiano di vedersi fermata la messa in onda o la distribuzione nelle sale”, è “un miracolo essere riusciti ad arrivare fino qui, a Roma”.
Playing the victim ha sfruttato i più classici canali del passaparola per farsi conoscere, mancando i soldi per una promozione di una certa rilevanza. “Il film che tecnicamente mescola vari generi. Le riprese con la camera amatoriale ci servivano perché le riprese delle scene del delitto che effettua la polizia sono veramente così, amatoriali e continuative. Ho anche collaborato con maestri russi del fumetto, poiché tramite gli inserti animati volevo descrivere lo stato d’animo del mio protagonista”.
“E’ un film che è piaciuto sia alla gente semplice sia agli oligarchi – ha notato con stupore – , chissà cosa ne avrà detto Abramovich, anche se non capisco perché una storia così grottesca ma anche così cupa sia piaciuta all’oligarchia russa”.

pubblicato su filmfilm

Pubblicato da: Xanadu |alle 20:09 | link | commenti |
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Roma - Giorno 6

PilloleIl cast de 'La Sconosciuta'

La Festa del Cinema veleggia verso gli ultimi giorni. Ma si fa ancora in tempo a chiedere informazioni tecniche sul proprio fondotinta, a fare figure poco edificanti in giro per le conferenze stampa, a farsi fregare dalla food zone (ma quella non è una novità) e da La sconosciuta di Tornatore ma, soprattutto, a perdersi per strada i componenti della Giuria. Come ogni giorno, pertanto, ecco a voi le pillole di oggi.

SCHIAVI - Un simpatico vecchietto passa in sala stampa verso mezzogiorno urlando "Qualcuno di Libero? C'è un giornalista di Libero?". Non avendo nessuno alzato la mano si allontana sacramentando "Figuriamoci, siete tutti schiavi". Il giornalista di colore seduto sui tavolini sulla destra ha sentitamente ringraziato. 
NOMEN OMEN - In mattinata proiettato il bello seppur lentissimamente iraniano A Few Days Later.... Un film la cui tensione narrativa rimane inalterata fino a quando non entra in scena un personaggio che si chiama Meherdad. Per fortuna che probabilmente il film non verrà mai doppiato in italiano. 
SGUARDI - Alla conferenza stampa del film iraniano siamo quattro gatti ad intervistare la regista e la produttrice. Mi alzo spavaldo e pongo la prima domanda, anche piuttosto elaborata, alla Karimi, fissandola. Quando mi risiedo, mi accorgo di aver fissato per un minuto buono la persona sbagliata, poiché mi risponde la tizia sulla sinistra che, nell'intervenire, non avevo minimamente considerato. E che, tra l'altro, è anche molto più gnocca.
"Mi piace quel ragazzo perchèèèèèè, sto diventando forse ricchione?!" cantava quello.
SURREALISTI - Una signorina si aggira nell'ufficio stampa distribuendo fogli descrittivi di come l'HP sia l'azienda più cool del mondo. Intercetta un fotografo che sbobina un photo call e gli rivolge la domanda del secolo: "Mi dia il suo parere, ma secondo lei con questo trucco si evidenzia il naso?". Risposta poco convinta: "Mah, direi ad occhio e croce di no..." (Argh!)
TUTTO CHIARO - Maestosa, magnificente, applauditissima (ma il perché poi, vallo a capire). L'anteprima degli addetti ai lavori de La sconosciuta di Tornatore. La conferenza stampa è piagata dal solito tormento del traduttore simultaneo. Questa volta il dramma è la cuffia che traduce in inglese il parlato italiano. La Rappaport, che evidentemente le nozioni basilari della nostra lingua le ha apprese, si esibisce in  un labiale spettacolare verso Haber: "Non ci capisco un cazzo".
E noi che lo stiamo dicendo da una settimana...
OBIETTIVITÀ - Ci è capitato, forse per il primo giorno, di visionare entrambe le opere in concorso. Mentre per This is England (nella foto) la giuria si esibiva compatta a ranghi serrati (a dire il vero che si serrano dopo 10 minuti dall'inizio, con giurati che si intrufolano nella sala buia alla spicciolata, magno cum gaudio per chi è seduto nella fila dietro), il film iraniano della mattinata non era stato degnato della presenza di nemmeno uno dei "popolari", tantomeno del sommo maestro Scola. Ora. O la giuria ha proiezioni riservate che non sono state comunicate, o frequenta le proiezioni pubbliche, cosa alla quale non ci è mai capitato di assistere, o c'è una terza spiegazione che ci sfugge per mancanza di arguzia.  Nulla a che vedere con i ragazzini stacanovisti di Alice nella città, che non bucano una proiezione e continuano a prendersi bordate di fischi (vedi Pillole 1) 
TARTINE - Sul computer accanto al mio un'addetta stampa parla al telefono: "Si, si, c'è il party, ma sai, c'è il lutto cittadino e lo dobbiamo fare in forma ridotta". Cioè? Solo tartine al salmone e niente caviale?
SOSIA - Potremmo pure dirvi che l'imbonitore politico skinheads di "This is England" pare decisamente un clone di Bettini. Ma non lo diremo. Ripieghiamo al massimo su "il fratello gemello di Borghezio" per essere very politically correct.
FINANZIARIA - La mattina faccio colazione con caffè e cornetto. Il caffè me lo battono 80 cent. La sera, il solo caffè questa volta un euro. Alla domanda su un perché di un aumento così repentino in così poco tempo, mi sento rispondere "Eh sì, sennò come le faccio lo sconto!?".
Mi sto ancora interrogando sul senso della risposta. 
ECCE BOMBO - Un omaccione bonario all'uscita della Première de La sconosciuta ha etichettato il film come "tendenzialmente pulp". A Michele Apicella sarebbe venuta la pelle d'oca.
EROISMI - L'unico collega del quale finora si sa che abbia visto L'ultimo caravanserraglio, 4 allegre ore e mezza di proiezione, è Mauro Corso. Pare che si sia vendicato sul regista legandolo a una sedia e sparandogli per cinque volte consecutive L'ultimo silenzio. Non si sa se abbia resistito.

pubblicato su Zabriskie Point

 

 

Report Ioma - 4

A Roma è la giornata di due film in concorso.

Nella mattinata viene proiettato il forte e incisivo “A few days later”, dell’iraniana Niki Karimi, già stata assistente di Kiarostami, e che interpreta anche la parte di protagonista. La Karimi si presta in conferenza stampa in modo silenzioso e garbato, ma lo sguardo fiero accompagna parole ferme sThis is Englandulla condizione dell’Iran odierno.

“E’ un film che parla in profondità della situazione sociale e politica del mio paese – dice la regista - non c’è nulla di edulcorato o di inventato. La condizione di chi vorrebbe seguire un pensiero più libero, più moderno, oggi è una condizione di profonda solitudine”.

Solitudine testimoniata anche dal visto della censura che, a quanto pare, si abbatterà sul film, o almeno così ci racconta la Karimi: “Mi sono arrivate voci che la versione iraniana verrà tagliata. Per esempio dovremmo eliminare alcune musiche, che sono sì di musicisti iraniani, ma sono state registrate a Los Angeles”.

Il secondo film presentato in concorso oggi è “This is England”, di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si ritrova, un po’ per caso un po’ per volontà, immischiato in un gruppo di skinheads. Pellicola confezionata ottimamente, con dei momenti di grande cinema, ma che si pone come manifesto contro una sottocultura dell’Inghilterra tatcheriana in un decennio labour, dedicato, per di più, ad un ragazzino che proprio in quel decennio ha vissuto.

Se il film fosse stato di confezione nostrana, la scena finale, con la bandiera inglese gettata con sprezzo nel mare, avrebbe già scatenato una mezza dozzina di interrogazioni parlamentari.

Curioso notare come la giuria popolare, massicciamente presente per il film inglese, non fosse minimamente presente per il film della mattina. E non ci sembra di aver sentito di proiezioni appositamente riservate

pubblicato su Ioma

A few days later

Niki Karimi, giovane regista nonché protagonista di A few days later…, opera seconda presentata in concorso durante la prima Festa del Cinema di Roma, ha uno sponsor importante. E' stata infatti per un lungo periodo assistente alla regia di Kiarostami.
Nonostante questa onorevole, ma anche onerosa, gavetta, la Karimi riesce a sviluppare una sua etica e una sua poetica del e nel cinema, tracciando nel suo lavoro sferzante e diretto - dura appena '78 minuti - un quadro preciso e provocatorio della condizione umana del popolo iraniano di oggi.
Utilizza la figura di una grafica di carriera, mettendo in chiaro fin dalle prime battute che tratterà di uno spicchio di Iran che è quello più moderno, più progressista, e per questo più isolato dal resto della società, estraniato in una terra che, per molti versi, respinge ciò che non è “tradizione”.
- Il tenere o no il bambino è una tua scelta.
- Non siamo mica in un paese occidentale!.
Questo lo scambio di battute che riassume tutto il sottotesto del film.
Karimi lavora per sottrazione, descrivendo la difficile situazione della protagonista, che lei stessa sceglie di interpretare, attraverso ciò che non c'è. Il contatto (mancato) con il proprio uomo, che si intravede per un istante verso la fine del film, ma che è presente ossessivamente nella segreteria telefonica della giovane grafica, è il motore di tutta la dinamica della storia.
Non c'è, non si vede, eppure condiziona pesantemente l'ossatura del film, l'architettura narrativa di tutta la pellicola. Il cuore pulsante di quel che alla protagonista sta a cuore è raccontato attraverso il suo “lato pubblico”, il suo lavoro, e le difficoltà di rapportarsi con i colleghi, in special modo con le figure maschili.
La regista parla così, che ha afferma che un titolo altrettanto efficace per il suo film sarebbe tranquillamente potuto essere “Distanze”, di una storia di incomunicabilità, di disagio interiore, senza drammatizzazioni o patetismi, riuscendo in più a tenere desta l'attenzione, non scivolando mai in momenti di stanca. Ma d'altra parte la storia stessa è metafora più ampia di quel che è oggi la realtà iraniana, che tende sempre più ad isolare chi non si allinea con la vulgata governativa.

pubblicato su filmfilm

Conferenza stampa

E’ un’opera sull’incomunicabilità, ma anche sulle complesse dinamiche che regolano il vivere sociale nell’Iran odierna. Poche e sparute presenze alla conferenza stampa, un vero peccato per Niki Karimichiunque si sia perso questa cineasta garbata e cortese, dai modi gentili ma dallo sguardo penetrante.

E’ stato uno degli incontri più intensi nel bailamme di questa Festa. Per questo vi proponiamo il pensiero della Karimi così per come è emerso, un pensiero logico, profondo e consequenziale, per la comprensione del quale le domande postegli dai giornalisti in sala risultano ridondanti.

"Volevo raccontare di quello strato della società in cui mi trovo a vivere, un ceto, nonostante le apparenze, molto vasto in Iran. Uno strato sociale in cui le donne vogliono essere autonome nelle decisioni che prendono. Avrei potuto chiamare il film “Distanza”, perché è proprio di questa condizione di distanza della donna dalla società delle tradizioni, che il film si fa carico.
Eppure oggi, in Iran, molte donne si vogliono emancipare in questa maniera. La scena del film in cui le due amiche parlano dell’aborto come una “scelta della donna” per la maggioranza degli iraniani sarebbe inconcepibile.
Nella tradizione è sempre solo il maschio che sceglie e decide.
Il mio, dunque, non è un film che vive di narrazione, ma è la storia di una donna che ha problemi nel relazionarsi con la società in cui si trova. Per questo ho focalizzato la storia su tre/quattro giorni della vita della protagonista, e su tutti i contrasti e le contraddizioni che incontra nel rapportarsi con il mondo che la circonda, in contrasto con una società patriarcale che vede non favorevolmente l’aLa Karimi sul setffermarsi di una donna sul posto di lavoro.
E’ un film che parla in profondità della situazione sociale e politica del mio paese, non c’è nulla di edulcorato o di inventato. La condizione di chi vorrebbe seguire un pensiero più libero, più moderno, oggi è una condizione di profonda solitudine.
Lo stesso lavoro del cineasta nel raccontare queste storie, incontra notevoli difficoltà. Dal mio primo film sono stati tagliati quindici minuti.
Ero curiosa di vedere, con il cambio di governo, come si sarebbero regolati. Ho mandato il film al Ministero ma ancora non ho avuto risposte definitive. Mi sono arrivate voci che la versione iraniana verrà tagliata. Per esempio dovremmo eliminare alcune musiche, che sono sì di musicisti iraniani, ma sono state registrate a Los Angeles."

La distributrice della pellicola ragguaglia, infine, su quali sono le reali possibilità per un film del genere ad oggi: ”Oggi l’Europa valorizza moltissimo il proprio cinema, e così facendo si chiude sempre di più alle cinematografie come quella orientale.
Per il cinema iraniano, ormai, il canale di distribuzione che garantisce un minimo di visibilità è solamente la televisione, in un’epoca in cui però la tv diventa sempre più commerciale e globalizzata. Anche in Italia, paese di grande tradizione di cineasti, ormai è così. A questo si aggiunga che le nuove generazioni hanno una scarsissima cultura cinematografica. Per noi, dunque, le uniche vetrine di un certo rilievo rimangono i festival.
E questo è un grande dolore per me, se si considera che il cinema è l’unico modo con il quale la società iraniana si palesa all’estero per quel che veramente è”.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:43 | link | commenti |
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Roma - giorno 5

PilloThe stone councille

Roma, la città, perché in questi casi la Festa ci interessa poco o nulla, sta vivendo un momento di lutto. Chi scrive le Pillole ha avuto un amico contuso nella tragedia della metro A. Ed è proprio perché è una delle poche chiavi di lettura ironiche che ci sono offerte di questa realtà festivaliera che si prende forse troppo sul serio, oggi più che mai ci sembra doveroso andare avanti, dedicando queste quattro corbellerie ad Alessandra Lisi, che oggi non le potrà leggere insieme a noi

È QUI LA FESTA? - È agghiacciante dirlo. Ma la metropolitana di Roma non ha un sistema di bloccaggio automatico dei freni dei convogli in caso di rottura delle centraline di controllo del traffico. Epperò c'è la Festa del Cinema. Della serie: "vivi sotto un ponte del Tevere? Il comune non ci può fare un cazzo, però se vuoi ti organizziamo un concerto sull'argine. Dirige il maestro Muti e Veltroni taglierà qualche nastro a caso, magari quello del vostro stendino".
BISOGNINI - Un signore chiede a una signorina dov'è una toilette. La signorina risponde "Non saprei proprio". Dove si svolge la scena? A piazzale Flaminio? Davanti al kebabbaro di via del Corso? No. Ovviamente all'Info Point della hall centrale. Ma dico, siamo impazziti?? All'Info Point per la miseria! Non fosse altro che i cessi sono la cosa più segnalata e meglio rintracciabile in tutto l'auditorium. Se cerchi una sala che non sia una delle tre principali, stai sicuro che, al 50%, ti capiterà di aprire per sbaglio la porta di un bagno.
INFO POINT - Si esce da una proiezione e il telefono squilla all'impazzata. Dopo aver rassicurato tutti, ci si fionda in sala stampa, per avere news sul tragico incidente del mattino. Un virgolettato sull'Ansa di Veltroni (il sindaco di Roma, la città in cui è sita la metro del disastro, per quei tre o quattro al mondo che non lo sapessero) recita testuale: "Sono in attesa di sapere che cosa è successo". Gli stavano mettendo in linea una ragazza dell'Info Point.
WARNING - Ora, avete presente Vincenzo Mollica? Se considerate che i posti in auditorium sono spaziosi e comodi quanto un monolocale in multiproprietà a Singapore, avrete bene in mente quanto, a dei fisici poco leggiadri (tipo quello di chi vi scrive), sia scomodo accomodarsi in sala.
Ma che una zelante raisattiana (ebbene si, sempre loro) abbia fatto scomodare una nostra simpatica collega dal proprio posto "perché davanti a Mollica non si siede mai nessuno" sembra un tantinello esagerato. Con tutto il rispetto dell'ottima Anselma Dall'Olio, speriamo vivamente che Giuliano Ferrara non si trovi a calcare le sale della Festa, o dovrebbero riallestire la Santa Cecilia con un'unica, enorme, poltroncina rossa.
NUOTATRICI - Stamattina hanno proiettato Swimmers, per la categoria Alice e blablabla. Pubblico ipercoatto di terza ragioneria (ma talmente coatto che un buzzurro della security ci interpella con uno spassoso "ma li mortacci, quanno ero ragazzino io mica la facevo tutta sta caciara"). Il film è ottimo, e l'apprezzamento è stato ampissimo e unanime quando una lei dice testualmente ad un lui "do you want a blowjob?". Un professore di matematica seduto dietro di noi, alzando il pugno in cielo, ha esclamato: "Eddaje! Purgala!"
REMAKE - È ufficiale. Meryl Streep per studiare il suo personaggio de Il diavolo veste Prada ha spiato per mesi la Detassis.
TRESETTE - Si è malauguratamente diffusa tra gli addetti ai lavori l'informazione che si può delegare un collega se si vuole ritirare un biglietto per le proiezioni del pubblico. Scene da panico stamattina in serra, dove colleghi si presentavano con mazzi ponderosi di pass. All'inizio si sono beccati numerosi strali, ma poi hanno placato gli animi organizzando un torneo di poker. La mano vincente, ovviamente, era il full di pallini neri...
ECCEZIONI - Lo "sciòmastgoon" deciso dall'organizzazione è stato mitigato dall'annullamento di photo call e red carpet. Poco male, visto che la Bellucci aveva già sfilato con Virzì. L'unico a rimar tagliato fuori dalla decisione è stato Casotti, che accompagnava L'aria salata. Non domo, il bel rubacuori è entrato "del tutto casualmente" (e con la bella Nicoletta al fianco) in Auditorium proprio calcando il tappeto rosso, con tanto di saluto e sorriso a qualche fotografo krumiro. Pare che, per punizione, il suo prossimo film verrà fatto vedere solo agli accreditati "culturali", quelli con il pass verde. In sala stampa si è stappato lo champagne.
CULTURA MODERNA - Premiere per il pubblico di The Prestige (nella foto), ultima fatica di Nolan. Un gran cast capitanato dalla coppia Bale/Jackman. Dietro di me due signore, elegantissime che manco al concerto di capodanno, che discettano di quanto è bravo Nolan e quanto era "poeticamente futurista" Batman Returns. All'inizio del film, non facevano altro che commentare: "Ma quello è coso!", "Ah! Quello ha fatto quel film", "Quello è quell'attore di quel thriller...". Ora, oltre a non essere riuscite ad azzeccare un nome, né tanto meno mezza filmografia di nessuno, e dopo aver etichettato Michael Caine come "quel simpatico vecchietto" (argh!!), non si sono mai poste il problema se a "quello" della fila davanti potesse non solo essere minimamente disturbato dallo sproloquio, ma profondamente irritato dalla sequenza vestito-di-gala-erudizione-esibita-cantonate-micidiali messo in scena con una sorprendente nonscialans.

pubblicato su Zabriskie Point

 

 

Swimmers

Ce ne fossero di film così in un festival (pardon, una Festa) del cinema.
Swimmers, film dell’americano Doug Sadler, è un racconto secco, pulito e sferzante della provincia americana, della difficoltà di barcamenarsi quando si perde la propria unica fonte di sostentamento.
Una barca in questo caso, una barca da pesca.
Mike Tyler è un pescatore, raccoglie granchi con il suo piccolo battello. Sfondatasi la chiglia, tutto va a rotoli, sembra quasi impossibile ricominciare.
Il regista circoscrive il suo campo d’indagine allo spazio/tempo impresso sulla pellicola, non tenta inutilmente di fornire descrizioni o di inserire informazioni che non siano necessariamente funzionali alla comprensione della storia, che vadano a scavare nel passato alla ricerca di giustificazioni per il presente. Ne viene così fuori una sferzante storia di provincia, che descrive una situazione di povertà non attraverso forme e situazioni edulcorate, ma lungo il crinale di una dignitosa ricerca di soldi, per l’operazione della piccola di casa, Emma. E’ attraverso il suo sguardo che viene filtrata tutta la complessa realtà familiare, colorate dai suoi sogni, e dalle sue speranze di tornare, un giorno, a fare quel che più le piace: nuotare.
La storia della famiglia Tyler s’interseca con quella di una giovane ragazza, Merril, che segnerà profondamente la vita della piccola Emma. Il regista descrive questo mescolarsi di diversi percorsi di vita attraverso il semplicissimo campo lungo di due biciclette che vanno in direzioni opposte.
Tutta la pellicola appare facile ad una prima lettura, ma in realtà ci si accorge ben presto che i sottotesti e la realizzazione tecnica sono ricchissimi di riferimenti e di significati che rimandano ad una dimensione più profonda del tutto. Conosco delle persone che dimenticano di essere vive. Continuano solo ad andare avanti”. Questo dice Emma, in una delle tante riflessioni in voice-off che contrappuntano tutto il film.
E’ da questa esigenza di vivere, e non di sopravvivere, che si muove la piccola, e con lei lo spettatore che penetra nei meandri della storia. Una vicenda dura, poco consolante (anche se qua e là si prova ad ammiccare alla benevolenza del pubblico), un ottimo esordio per un regista che promette bene.
Presentato in una sezione della Festa che viene definita “per ragazzi”, ma che, per quel che abbiamo visto, piuttosto che una programmazione destinata esplicitamente ad un pubblico giovane, presenta una serie di film che parlano, senza troppi fronzoli ed abbellimenti, di storie di ragazzi, più o meno serie, più o meno dure, ma mai scontate.

pubblicato su filmfilm

 

 

Incontro con Giorgi Pasotti

Una folla di fotografi attende in Teatro Studio Alessandro Angelini, Giorgio Pasotti, Katy Saunders e Giorgio Colangeli, rispettivamente regista e cast de L’aria salata, film accolto con discreIl cast de 'L'aria salata'to favore dalla critica presente alla Festa.

La Saunders è splendida, sembra uscita da una favola. Le hostess guardano di sottecchi Pasotti, tradendo, sotto un’aria di ostentata superiorità, una certa emozione.
Angelici è alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, ma ha fatto da assistente ad alcuni grandi come Moretti, Calopresti, Rubini.
Si nota già una certa perizia anche se, come dice, “c’era tutta l’urgenza di raccontare la mia storia”.

Così ha iniziato parlando di carcere e carcerati ”un contesto sociale per me molto importante”, anche se l’obiettivo primario era quello ”di raccontare una storia tra padre e figlio, tema a mio avviso universale. Nel farlo ho usato questa situazione estremizzata di un padre carcerato per rendere la storia più dura, più forte, più scomoda, proprio come desideravo”.

Il regista racconta un film sul carcere innovando le modalità narrative: “Il nostro è un film sul carcere, ma abbiamo adottato un punto di vista innovativo, quello di chi il carcere lo vive da fuori, della famiglia del detenuto”.
Detenuto impersonato da Giorgio Colangeli, vera “rivelazione del film, se così si può definire, che si racconta così: ”Il mio è un personaggio indurito, che si è scordato della propria famiglia, e che pensa ad uscire e rifarsi una vita. Il suo progetto viene stravolto dall’incontro con il figlio. Il copione era preciso e ordinato, il regista era sicuro e preparato, così ho accettato di prendere parte al progetto nonostante la complessità della mia parte”.

Vera star dell’incontro, tuttavia, è Giorgio Pasotti: ” Il mio è un ruolo difficile - dice - sono un giovane uomo diviso tra la volontà di iniziare un rapporto com mio padre, e il sentimento del liberarsi dal passato, di andare avanti. Ho fatto un lavoro di implosione di sentimenti, di interiorizzazione. Non è stato facile.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:09 | link | commenti (1) |
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Roma - Giorno 4

PLuc Besson e i giurati di Alice nella Cittàillole

Avete sempre creduto che l'Unione Sovietica fosse qualcosa tipo una dittatura? Avete sempre pensato che le grandi attrici si fanno il trucco in albergo? Credevate che un interprete per essere pagato avesse bisogno di conoscere almeno due lingue? Avevate una fiducia cieca nella numerologia? Ma allora non avete capito proprio nulla!! Leggete, per il vostro bene e la vostra sete di conoscenza, le Pillole di questo quarto giorno.

COINCIDENZE - Arriva sul red carpet della festa il famosissimo Patrick Tam. Famosissimo almeno nella sua terra natale, un tantino meno dalle nostre parti. E non fa altro che meravigliarsi, contento della coincidenza che vuole che siano 17 anni che non elabora manco mezzo centimetro di pellicola. Et voilà, proprio per la I Festa del Cinema ritorna alla ribalta. Ora, visto il suo mega-polpettone asfissiante e abboccante (Fu Zi), direi veramente, ma veramente veramente, che poteva pure aspettarne 18, di anni...
MANICURE - Nell'attesa della conferenza stampa di Fu Zi al di fuori del Teatro Studio, capita di veder arrivare il regista con tutto il suo codazzo di rutilanti cinesini che non fanno altro che sfoderare macchinette fotografiche, videocamere ultracompatte e sorrisini a go-go.
Una però fa l'originale, e tira fuori dalla borsetta un flacone di lacca col quale fissare in extremis i capelli della bella Charlie Young, a 3 metri dall'ingresso in sala. Ci si chiede: l'adagio tipicamente maschilista e anche un po' razzista, da sfornare sconsolati in questi casi scuotendo la testa, dovrebbe essere: "mah, questi cinesi..."? O, più semplicemente, "mah, le donne..." (con scuotimento vistoso)?
SINTESI - "Volevo descrivere un concetto universale di famiglia cosmopolita, che non restasse dentro i confini di Hong Kong, ma che esplorasse la poetica catartica dell'elemento femminile unificante insito nel suo seno" (estratto della versione originale di Tam).
"Il legista piacele molto elemento tetta della donna" (rispettiva traduzione dell'ottimo interprete dagli occhi a mandorla).
ONIRICO - Noi abbiamo ritenuto L'Heritage (nella foto) il miglior film in concorso visto finora. Come anche  "il nostro caro" (vedi Pillole 1 e 3) che ha commentato: "Quando poi lei entra in lingerie e spara a quel fotografo croato, è un momento stupendo". Fattogli presente che il film non comprendeva nessun fotografo croato, e men che meno una lingerie, ha detto: "ammazza che figata di sogno, però!"
REVISIONISMO - Temur Babluani, co-regista de L'Heritage, si sbilancia in un "La Georgia prima della caduta del muro era alleata della Russia". Ora, negli anni '20 Stalin e Lenin litigarono proprio per la Georgia. Il primo la voleva schiacciare, il secondo pure ma dandole l'illusione di essere indipendente. L'anziano Temur deve evidentemente aver creduto alla seconda versione.
CABALA - Una collega di RaiSat pone una domanda a Gela Babluani: "Si potrebbe quasi identificare L'Heritage come un trattato di numerologia. È così, o è solo una mia impressione?"
Risposta: "E' solo una sua impressione" (ricordiamo che, sempre la stessa avvenente raisattiana aveva paragonato il più che pacifico e pacatissimo Viaggio in Armenia nientepopòdimeno che a Kill Bill...)
POSTI ESAURITI - Comunicati su comunicati ci annunciano dell'esaurimento dei biglietti. Ci deve essere qualche lievissima discrepanza tra i dati teorici e quelli effettivi, se, alla premiere di Alatriste, ad occhio, ci saranno stati un migliaio di posti liberi.
Il prossimo comunicato dell'organizzazione, ancora sul tema, reciterà: "Siamo esauriti", facendo scomparire il termine "posti" dall'annuncio.

pubblicato su Zabriskie Point

 

L'heritage

Aveva folgorato un po’ tutti a Venezia con lo splendido13 – Tzameti, un noir vecchia maniera, in un bianco e nero d’altri tempi. E mentre Gela Babluani si accinge a girare un remake made in Usa della sua opera prima, finanziata da Brad Pitt, presenta a Roma il suo nuovo lavoro, girato a quattro mani con il padre Temur, L’Heritage, che si guadagna un posto di tutto rispetto tra i film in concorso.
La strada intrapresa da Babluani è sempre quella di un minimalismo espressivo che contrasta una pienezza e una durezza dell’immagine sullo schermo.
Della vicenda, quella di tre ragazzi francesi che si ritrovano a incrociare, per le strade della Georgia, un ragazzo che accompagna il nonno verso una morte certa, non vengono date spiegazioni, non ci si dilunga nel motivare e descrivere particolari se non quelli necessari esattamente al lasso di tempo e di spazio compresi dallo script.
I due registi, padre, e figlio, mescolano le proprie sensibilità in una storia che parla di bene e di male, di legge e di giustizia, di gioventù e di vecchiaia, di morte e di vita. Ma ci si muove su un crinale non manicheo, la soluzione, il di scioglimento dell’enigma non sta lì a portata di mano.
I personaggi hanno un tratto incompiuto, la cui ricerca imprime vigore e violenza alla storia, che avanza senza indecisioni.
Il tratto fermo e deciso si accompagna alla perfezione ad un’ambientazione scarna, solitaria, quella della Georgia del dopo caduta del muro di Berlino.
Centrale e (anti)risolutiva la figura dell’interprete tra i ragazzi france si e il mondo georgiano, un personaggio che rimane sempre nel mezzo, ragionevole eppur sottomesso, capace d’ira eppure atono, sul quale, nonostante il folle ballo finale, quello che Temur in conferenza stampa definisce “il fato”, esercita il suo maligno potere dei corsi e dei ricorsi della vita.
Tutti i personaggi del film sembrano mal sopportare quel che vedono come anche quel che fanno, quasi fossero percorsi da un diffuso e unificante male di vivere.
Se non ripete gli straordinari livelli del suo esordio, Gela Babluani ci si avvicina molto. A lungo rimarrà impresso quel fotogramma finale, ostentatamente esibito per più di un attimo. Quello del ballo di un personaggio che non dovrebbe ballare, che ragione vuole che per come si dipana il film non partecipi a quella grottesca scena di danza.
Eppure, eccolo lì, stoppato davanti ai nostri occhi, l’istante di splendida, lucida follia nel marasma del mal di vita dell’uomo.

pubblicato su filmfilm

 

 

Conferenza Stampa

Entrano in fila, uno dopo l’altro. Sono George, Gela e Temur Babluani, rispettivamente attore e registi de L’Héritage, dalla Georgia con furore.

I primi due, figli di Temur, entrano in punta di piedi, silenziosi e riservati, ma si vede che hanno assimilato il modus vivendi dell’occidente cinematografico. L’anziano regista Temur, è curiosamente identico ai personaggi dei suoi film: massiccio, rubicondo, con il volto solcato dalle rughe e da una vita non facilissima, e parla unicamente il georgiano. Non per questo, però, si sottrae dal rispondere alle domande che gli vengono poste, facendosi tradurre puntualmente tutto dal figlio Gela.

Gela, come mai la scelta di girare un remake americano di 13 – Tzameti, tuo primo film di qualche anno fa?
Ho ricevuto tantissime proposte in questo senso, il 95% delle quali prevedevano che io dirigessi anche il remake. Ho accettato perché è un argomento sul quale voglio tornare. Era per me una sfida andare negli Usa, a lavorare in un paese che mi affascina ma che non conosco lavorativamente. Il film verrà ambientato lì, e verranno cambiate alcune caratteristichGela, Temur e George Babluanie dei personaggi, per cui ci troveremo in presenza di un film che avrà molto di nuovo da dire, non un semplice rifacimento.
E’ questa la sfida.

Mr. Temur, colpisce una frase pronunciata da un poliziotto nel film: “E’ gente di montagna, le leggi di montagna non sono come le nostre”. E’ veramente così quella regione della Georgia?
La gente di montagna è sempre stata molto indipendente, seppur la Georgia abbia subito nei secoli ripetute invasioni di diversi altri popoli. Anche i comunisti hanno impiegato anni per assoggettare quella regione, e non sono mai riusciti a conquistarsi i favori della popolazione. Queste persone ancora oggi hanno la propria etica, le proprie leggi. Cercano di accettare le dinamiche della modernità, ma rimangono allo stesso tempo ancorati al passato.

Gela, voi raccontate di un conflitto senza fine. Non occorrerebbe che da parte di qualcuno venga fatto un passo indietro?
Purtroppo si cerca sempre di fare passi in avanti, mai indietro. Il film stesso è ambientato in una situazione molto difficile, quella della Georgia del dopo caduta del Muro, e il film tenta di dare una fotografia di quel periodo particolare, molto difficile da gestire.

Mr. Temur, gli stranieri nel film sono visti quasi come degli intrusi, sotto un aspetto quasi negativo, e sembra sempre che intervengano nel modo sbagliato. C’è una sorta di incomunicabilità tra i due popoli?
Non penso che in generale il rapporto tra georgiani e stranieri George Babluanipossa funzionare bene. L’incontro tra culture diverse è sempre un affare delicato. Questo è ovviamente un ostacolo a tutto quel che si potrebbe fare. In mezzo poi c’è anche il fato, che svolge il suo ruolo sin dalla nascita degli uomini, e in tutto quello che hanno da fare nel quotidiano

Gela, lei ha detto che è un film ambientato nella Georgia dei primi anni ’90. Ambientandolo oggi lo farebbe uguale?
Beh, se lo dovessimo rifare sarebbe ovviamente diverso. E’ un film fatto apposta per quel periodo.

Gela, come vi siete divisi il lavoro sul set?
Un po’ come ora, che vi rispondiamo a turno. Abbiamo un rapporto molto stretto, e ovviamente la cosa si ripercuote nel lavoro. Comunque non preordiniamo nulla, uno fa di più alcuni giorni e meno altri, un po’ come capita.

Temur, come si trova a lavorare oggi un cineasta in Georgia?
La Georgia per molti anni ha vissuto un periodo di crisi e si è passati da una sudditanza politica a una economica. Non esisteva nessun tipo di legge che regolasse il mondo del cinema, era tutto allo sbaraglio. Oggi è sicuramente tutta un’altra storia, e il comparto è stato regolato da ottime normative. Molti problemi sono stati risolti, e si punta al modello europeo. Malgrado tutto, dunque, il futuro lo vedo roseo.

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Fu Zi - After our exile

A 17 anni dalla sua ultima fatica, My Heart Is That Eternal Rose, ritorna sul grande schermo Patrick Tam, regista di Hong Kong che aveva ben impressionato la critica con il suo esordio, datato 1979, Sword. Lo fa con un film di genere, un lunghissimo (150 minuti) melò che descrive la parabola discendente di un uomo, lasciato dalla compagna, e del suo, controverso, rapporto con il figlioletto di cinque anni o poco più.
Fu Zi, questo il titolo del lungometraggio, racchiude al proprio interno tutte le caratteristiche del cinema di Hong Kong: una fotografia che satura la scala dei gialli e dei rossi, i tempi d'azione dilatati, i rapporti familiari che si spezzano e, malamente, si ricompongono. Tam sembra lasciarsi prendere la mano, e rimane bloccato in fase di montaggio, non riuscendo a selezionare con precisione e accuratezza il materiale da inserire nella versione finale.
Arriva così ad includere tutto, sguardi, movimenti, mezze parole, sequenze d'intersezione che potrebbero anche non esser presenti, spalmando su due ore e mezza uno script che concentra in una manciata di snodi narrativi tutta la sua (scarsa) complessità.
Fu Zi risulta un film cinematograficamente verboso, prolisso, che non riesce a riempire i vuoti che spesso si creano durante il lungo svolgersi della pellicola.
Interessanti le tematiche affrontate, per nulla scontate né costrette da un maldestro tentativo di incasellarle in schemi precostituiti. Una madre che fugge lasciando il bambino che pur ama per un altro uomo, un padre che è affezionato al figlio, ma che non riesce a riscattarsi dal vortice di apatia e cinismo in cui precipita.
In una Festa del Cinema che, al di là dei mega eventi che fagocitano l'attenzione dei media, sembra sempre più affrontare le tematiche familiari, i rapporti tra genitori e figli, il punto di vista di Tam si fa notare per la durezza e il rifuggire da qualsiasi soluzione consolatoria.
Peccato per l'eccessivo disperdersi in mille rivoli, spesso senza motivazione, di un'opera che sarebbe potuta risultare ben più toccante ed incisiva.

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ConferenzaPatrick Tam stampa

Arriva nell’elegante Teatro Studio dell’Auditorium accompagnato dal protagonista, Aaron Kwok, e dalla bella Charlie Young, già vista nel wuxia Seven Swords, oltre che da un codazzo di truccatrici, staff di vario genere e stampa dagli occhi a mandorla. Fino a un minuto prima dell’ingresso in sala, alla Young veniva sparata la lacca nei capelli, per intenderci.

Con i giornalisti italiani un po’ incerti in mezzo a tale confusione, il regista si dimostra disponibilissimo al confronto, e risponde amabilmente ed esaurientemente a tutti i quesiti che gli vengono posti, in un inglese impeccabile e pacato.
“Erano esattamente 17 anni che non tornavo a dirigere un film. Volevo parlare dei rapporti familiari, di quella che potesse essere una famiglia universale, non legata per forza ad Hong Kong.”
La famiglia descritta nel film, è un nucleo disgregato dagli affanni della vita: “Il problema di entrambi i genitori – ci dice Tam - sia del padre, vero protagonista del film, sia della madre, è che sono passivi, subiscono passivamente la loro indole, i loro istinti. Il loro piccolo figlio si ritrova immerso in questa problematica, quella di due genitori che non riescono a cambiare”. Per farlo sceglie un attore protagonista misconosciuto al grande pubblico, Aaron Kwok: “Io cerco sempre di scegliere attori che non siano conosciuti al grande pubblico, in modo da poter essere sempre sorpreso da loro, dalla loro freschezza e dalla loro verve”, come ammette candidamente anche Kwok: “Era il mio primo ruolo da padre, ma anche il mio primo ruolo da rude, da violento. Devo ringraziare immensamente Patrick per questa possibilità che mi ha offerto”.
Se Kwok è nuovo a questo mondo festivaliero, non lo è Il cast di Fu Zidi certo la Young: “L’anno scorso ero a Venezia per accompagnare Seven Swords. Era sicuramente un ruolo molto diverso da questo, ma anche Fu-Zi l’ho trovato estremamente complesso. Il rapporto d’amore della madre con la propria famiglia, soprattutto con il proprio bambino, assume delle sfumature molto complesse”. Tam, che spiega che “Fu” vuol dire padre, mentre “Zi” significa figlio, una scelta quasi minimalista per il titolo, spende qualche parola per il cinema di Hong Kong, che “nonostante attraversi un periodo di crisi, sta vedendo crescere degli ottimi registi emergenti”.

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