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Un film in due parole: Dante's Peak
Del filone dei film catastrofici, molto di moda negli anni ’90, poca attenzione hanno avuto in genere le pellicole sui vulcani, spesso considerati troppo “verosimili” – e dunque poco prestabili a operazioni di pura fiction cinematografica – e per questo anche troppo prevedibili. Tutta la fase di risveglio della montagna poco si presta alla creazione di un climax degno dei film del genere.
Presta il fianco ed evidenzia la problematica Dante’s Peak, film classe ’97 di Roger Donaldson, che progetta il catastrofico scoppio fin nel dettaglio, rendendo il momento della catastrofe in se privo di quella necessaria verve immaginifica che una dinamica del genere richiederebbe. Donaldson architetta tuttavia il film con una certa briosità e gusto, rendendo il tutto degno di quei tanti bistrattati B-movie la cui riscoperta va oggi (e spesso a ragione) molto di moda. Dante’s Peak (sottotitolato come “La Furia della Montagna” nella versione italiana) si presta così ad un gioco un po’ voyeuristico che lo rende piacevolissimo agli appassionati del genere, sicuramente meno ad un pubblico dal palato fine
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La cultura da "cortometraggio animato" sbarca per l'ennesima volta sul grande schermo, e ci offre questo mediocre Curioso come George (più semplicemente Curious George, nell'edizione originale). Il format del cartone animato televisivo, con tutte le caratteristiche del disegno animato che va incontro a stereotipizzazioni banali, e della accezione particolarmente episodi
ca della trama, viene ripreso totalmente dal film, che non ne sfrutta appieno le pur esistenti potenzialità.
Intendiamoci, chi scrive è un (quasi) adulto. E scrive a proposito di un film dichiaratamente ed esplicitamente destinato ad un target 0-12. Proveremo così a distinguere il tentativo d'analisi in due sfere d'azione ben precise. Il primo concernente il piano sul quale il film si muove, quello della cifra del puro intrattenimento infantile, l'altro sul valore in sé della pellicola, anche in relazione allo stesso primo punto.
Sul primo aspetto il film non fa mancare nulla di quello che, da copione, non può mancare. Un personaggio costruito per destare d'impatto simpatia, qual è la piccola scimmiotta George, il classico imbranato combinaguai, il vecchio un po' svampito e il profittatore senza scrupoli. Il tutto legato ad una nobile causa da difendere, nello specifico la difesa di un vecchio museo dalla distruzione. Per un pubblico di giovanissimi paiono presenti tutti gli elementi che compongono un onesto film, seppure non si noti nulla che cerchi di spezzare una certa monotonia e opacità realizzativi.
Detto questo, non si può far a meno di sottolineare come, a fronte della piena godibilità di altri lavori animati anche ad un pubblico che non sia quello infantile, Curioso come Gorge risulti assolutamente piatto, monocorde, a tratti irritante. Il disegno animato cerca a tratti un'originalità in cui non riesce a calarsi, riuscendo incredibilmente ad infilare del product placement qua e là, risultando alla fine eccessivamente cartoonesco, nel senso negativo del termine.
Inoltre si gioca molto sul personaggio maldestro dell'amico di George, che diventa, lui sì, presto veramente irritante, incatenando tutto il film a urletti e mossette spesso fini a sé stessi.
Un lungometraggio d'animazione che, in definitiva, verrà presto scordato, recuperato al massimo in DVD per qualche serata familiare.
Avvertenze per un corretto utilizzo di questo Viaggio alla Mecca. Per prima cosa non ci troviamo in presenza di quello che un pubblico troppo frenetico tende ad etichettare come una cinematografia soporifera e misurata tipica del vicino oriente. Punt
o secondo, l'analisi di un fenomeno religioso di massa, come quello del pellegrinaggio alla Mecca che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita, viene affrontato da un punto di vista interessante e coinvolgente, senza nessuna pretesa didascalica né di affermazione imperativa di un punto di vista.
La vivacità del girato (non aspettatevi però un doppio carpiato con mitragliata e atterraggio su una tavola da surf sull'orlo del Niagara come in un Mission Impossible qualsiasi) e la non pretestuosità dello script, rendono il film sorprendente per freschezza e profondità.
Ismael Ferroukhi è al suo primo lungometraggio per il cinema, e non perdendosi in voli pindarici, riesce a sostanziare il film contribuendo anche registicamente a sostenerlo.
Il titolo - " Le grand voyage" nell'originale - è paradigmatico dello svolgimento fin nel dettaglio. Si entra subito nel vivo, l'approccio al viaggio, dunque, alla partenza, e ridotto ai minimi termini, per poter portare immediatamente il fulcro dell'azione su quel che sta più a cuore al regista, il confronto/scontro generazionale tra un vecchio padre osservante, emigrato a suo tempo nella multietnica Marsiglia, e il suo giovane figlio, totalmente inserito e amalgamato nella società in cui si trova a nascere e crescere, totalmente staccato da qualsivoglia rito o tradizione della sua religione d'appartenenza.
Il dualismo del rapporto, caratteriale, culturale, propriamente fisico, dei due protagonisti, intersecandosi con una molteplicità di scenari con cui il viaggio va ad interagire. E, senza perdersi nel situazionismo, vengono descritte una serie di sequenze che sono tanto normali quanto necessarie ad uno sviluppo organico e mai forzato della psicologia e del carattere del rapporto padre/figlio.
Film garbato ma deciso allo stesso tempo, che coniuga ottimamente le tematiche e la sensibilità di un certo cinema extra-europeo con i tempi e i ritmi dei canoni del nostro occidente ormai assuefatto alla quasi sincopatura di sequenze e battute. Un giusto missaggio dei due elementi sorprendono per la completezza del montaggio e per la scorrevolezza della messa in scena, senza nulla togliere a una sofferta e dolorosa densità di contenuto.
Un buon film, prezioso incontro tra due mondi (e due tipologie di cinema) spesso troppo distanti.
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Festival di Cannes: Premio Fip
resci e Regard Original. Sundance: Miglior sceneggiatura latinoamericana. Tokio film festival: Grand Prix e Miglior interpretazione per Mirella Pascual. Premio Goya: Miglior film straniero. Queste, e scusate se è poco, le credenziali che i due giovani registi uruguaiani di “Whisky” hanno accumulato presentando il film in giro per il mondo. Se non altro per l’impossibile casualità di così tanti e disparati premi per la stessa pellicola, vale la pena soffermarci un attimo, in una metà maggio cannibalizzata dal “Codice da Vinci” e dal nuovo Almodovar, su questo piccolissimo ma solido lavoro proveniente dal Sudamerica.
Prodotto con una tenacia incredibile in situazioni economiche e ambientali quasi disastrose, il film si sviluppa come un ritratto intimista di una serie di umanità difficili inserite in un contesto anch’esso tutt’altro che semplice. E la difficoltà, il male di vivere, di “Whisky” non risiede tanto in stra-ordinarie (in quanto al di là della legalità, o più facilmente al di fuori del sentire comune) storie di droga, omosessualità, disadattamento e rifiuto della società.
Tutt’altro.
Nel film troviamo due cinquantenni, Jacobo e Marta (rispettivamente Andréas Pazos e Mirella Pascual) che, fotografati idealmente da un passante, darebbero esattamente il paradigma di semplici e laboriosi commercianti di periferia. Ma i registi, Rebella e Stoll, vanno oltre, saltano la barriera di “socialità” per scandagliare e curiosare in quello che si potrebbe definire il “sottobosco” emozionale e relazionale dei due protagonisti, costretti, da quasi perfetti estranei, a una convivenza forzata per l’arrivo a Montevideo del fratello di lui, Hermann.
Il quadro che ne viene fuori è quello di due umanità complesse e introverse, che nascondono inconsapevolmente un patrimonio di sensazioni e sentimenti sorprendente anche per se stessi. Motore ultimo di questo cauto e timido disvelamento è proprio la presenza di una terza figura, il fratello di lui in questo caso, che sarà il soggetto e l’oggetto di queste pulsioni sotterranee che emergeranno nel corso del film, e che nel corso del rapporto triadico si fotograferanno sullo schermo (“whisky”, nel film, è una parola equiparabile al nostro convenzionale “cheese” allo scatto di una foto).
Una pellicola che potrebbe essere incolpata di eccessivo intimismo, accusa dalla quale ci si sente di assolverla, almeno parzialmente, perché è intriso di un’ intimità non fine a sé stessa, né auto-assolvente, ma proiettato con forza verso lo spettatore tramite rivolgimenti assoluti, seppur delineati ed espressi timidamente.
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