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A casa con i suoi. Già a poche ore dalla visione è estremamente facile scordarsi un titolo simile. Un po' per una facile confusione con film dello stesso genere ed estremamente simili nella titolazione, un po' per il totale anonimato in cui il film cade sin dalle sue prime battute.
Tutto lo svolgimento del plot è di una prevedibilità dis
armante. Ci si ritrova a fare battutine sullo scontato prosieguo della pellicola di momento in momento, e puntualmente tutte le previsioni vengono rispettate.
Si potrebbe far notare che la pellicola affronta in modo scanzonato quello che è un fenomeno sociale da approfondite quello dei (si direbbe volgarmente) "ragazzi mammoni", ovvero del sempre più tardo abbandono della casa materna da parte della generazione dei trentenni.
Ma anche da questo punto di vista il film è fiacco e ammiccante. La figura sgradevole di un semi-mantenuto palestrato, che si accascia da una parte all'altra della sua agevole vita sfruttando il rapporto con i genitori unicamente per liberarsi, attraverso l'impatto delle proprie ragazze con la convivenza insolita tra il latin lover e i suoi vecchi, dei rapporti di cui ben presto si stufa. Né serve a migliorare, anzi, l'impatto con il film, un petulante re(?)incontro finale con i genitori (che si compie tra l'altro ad obbiettivo beceramente raggiunto), né la patetica scena corale di festeggiamenti costruita su basi di scrittura totalmente inesistenti.
Il film così va a rimpinguare la polverosa pila delle commedie stereotipate, sfornate dagli studios in gran quantità più o meno da quando il cinema è nato. Stranamente al box office USA non è passata inosservata. Non spicca per brillantezza, non fa particolarmente ridere. L'unico motivo che viene in mente è che affronta con compiacenza una situazione sociale spesso guardata con un misto di compassione e condanna, ma che è sempre più usuale e frequente oggi giorno.
Matthew McConaughey sembra intepretare volutamente una macchietta: bello, palestrato, mammone, con Porche e lavoro di tutto riposo, sportivo e blablabla. Sarah Jessica Parker è la parodia di quel che era in Sex and the City, la serie che le ha dato la notorietà, finta (ma vera) mercenaria dell'amore, in cerca dell'uomo giusto. E mentre inizialmente il loro rapporto sarà viziato dal fingere di lei, dopo un inevitabile litigio segue un'altrettanto inevitabile riconciliazione.
Tutto quel poco che il film ha da dire lo dice nel peggiore dei modi possibili. Una pellicola fatta per fare, pretestuosa, di cui non si sentiva assolutamente bisogno.
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Riporto, come già qualche volta ho fatto, un articolo tratto dalla carta stampata. Sul Corsera, Aldo Cazzullo affronta il rapporto Monicelli/Moretti, incontrando il grande vecchio del cinema italiano in concomitanza con l'uscita da "Il Caimano"
"NOI PARLAVAMO A TUTTI. LUI SOLO AI SUOI SIMILI"
Ma è possibile che induca altri a schierarsi con lui. Tante volte mi è stato chiesto perché non ho fatto un film sul Cavaliere. Ma la tentazione non mi è mai venuta: perché quello, di cui io penso tutto il male possibile, è comunque sempre davanti a noi. Nel mentre si gira il film, quello ha già detto e fatto cose più sorprendenti, divertenti, inquietanti, incredibili. Non lo becchi mai. E ho il timore che Moretti non l’abbia beccato ». Mario Monicelli, 92 splendidi anni a maggio, vive al rione Monti, a un passo dall’antica Suburra, in un bilocale da studente con divano letto. È in partenza per la Tunisia, dove girerà il suo prossimo lavoro, tratto da Il deserto della Libia di Tobino. «Anch’io ho fatto film esplicitamente politici, come I compagni. Ma vengono meglio, e hanno più influenza, quelli che la politica non la trattano direttamente.
Perché si rivolgono a tutti, non solo a gente di sinistra e abitanti di Monteverde vecchio. Un regista o un attore, così come un pittore o un romanziere, non deve temere che non si capisca cos’ha dentro, cosa pensa
di Berlusconi o del mondo; se ha alle spalle una formazione seria e idee salde, anche se parla d’altro lo si capirà benissimo. Non credo che Moretti abbia un grande potere di condizionamento. È un autore raffinato, colto, elitario. I suoi tormentoni, compreso il più riuscito, quel "di’ una cosa di sinistra" rivolto a D’Alema, ce li ripetiamo tra di noi; ma l’80 per cento degli italiani non sa cosa significhino. Moretti si rivolge ai suoi simili, non ai borgatari. Noi giravamo pensando a tutti, a cominciare dai borgatari. Per questo Sordi e i nostri film a Nanni non sono mai piaciuti ». Il primo scontro tra Monicelli e Moretti avvenne in tv. Arbitro, Alberto Arbasino. «Era circa la metà degli anni Settanta, la trasmissione si chiamava Match - ricorda Arbasino -. Quello tra il regista affermato e il regista sperimentale fu tra i più riuscit i , insieme con Suni Agnelli-Lidia Ravera, Montanelli-Bocca, Prodi- Francesco Forte e Adriana Asti-Pampanini ». «Ma il nostro match fu particolarmente agguerrito—racconta Monicelli —. Nanni attaccava, diceva che io avevo tutti i soldi, il tempo, gli attori e la pubblicità che volevo, e lui no. Io ero in difesa, non dissi nulla contro di lui, anche perché facevo la parte del barone. Vedo che ora il barone è Nanni, e me ne rallegro». Dice Monicelli di averlo sempre apprezzato: «Mi piace la sua forte personalità. In quegli stessi anni noi baroni andammo a una settimana del cinema a Salerno. Lui non era invitato, venne lo stesso, si alzò a urlare improperi contro di noi e il pubblico, e se ne andò. Apprezzo il suo spirito di ribellione, quando fa cinema come quando fa politica. Però si prende troppo sul serio. Il cinema è la settima arte; cioè l’ultima.
È un’arte applicata, senza l’industria non esisterebbe. Non è la bottega di Caravaggio. L’arte è semplicità, mentre da quanto leggo mi pare che Il Caimano affastelli un po’ troppe cose. Non voglio dare un giudizio estetico su un film non ancora visto, ma ho un timore: c’è cinema? O c’è soltanto Moretti? Mi dicono siano molto belle le immagini della separazione tra Orlando e la Buy. Però insomma, un po’ di coraggio: spezziamoli, questi legami! Nanni in questo è conservatore, familista, abitudinario. Io ho fatto un solo film sulla famiglia, e si chiamava "Parenti serpenti"». Come tutti i grandi, riconosce Monicelli, Moretti invecchiando migliora. «Come autore. Come attore, no: rimane modesto. È bello, impostato, intelligente; anche troppo. È un moralista, non ha il dono luciferino di carpire l’anima dei personaggi.
Per questo degli attori si è sempre diffidato: secondo il Corano non potevano rendere testimonianza in tribunale, anche da noi venivano sepolti fuori dai cimiteri. Moretti no, tra cent’anni potrà essere sepolto tranquillamente al Verano.Aproposito, conoscendo Veltroni gli rinnovo il mio appello: per me niente salma in Campidoglio ed esequie solenni; cose semplici, se possibile divertenti». Nel film i Berlusconi sono quattro: il sosia, quello vero, Placido e Moretti. «Capisco la difficoltà — dice Monicelli —. Interpretare Berlusconi è impossibile. È lui stesso un grande attore. Qualcosa di più e di peggio di una macchietta. Non ci sarebbe riuscito neppure Sordi, che invece sarebbe stato uno strepitoso Bossi; ho sempre sognato di fare un film su Bossi, ma ora non sarebbe rispettoso. Forse soltanto Totò avrebbe potuto impersonare Berlusconi: il Totò futurista del teatro, che in pubblico si atteggia a cialtrone e in casa si muove da principe».
La vera
differenza tra il vecchio maestro e il giovane è che «io, come Risi e Germi, raffiguravo l’Italia com’era e com’è, con i suoi vizi. L’Italia, Moretti la rifiuta. Per luiBerlusconi ha già vinto, perché ha cambiato il Paese a sua immagine. In questo Nanni si muove come avrebbe fatto Pasolini.Ma il ritratto dell’Italia degradata c’è già, è "Salò", che non viene mai trasmesso ma resta insuperabile ». Il Moretti politico di questi anni a Monicelli è piaciuto: «L’urlo di piazza Navona era giusto ed è stato salutare. Nanni ha dimostrato di avere cose da dire e di sapere come dirle. Econdivido anche il giudizio su Berlusconi. Per me il premier è Mammona, il dio denaro, la razza padrona. Capisco il finale del film. Non c’è contrasto tra il Berlusconi torvo delle ultime scene del Caimano e quello sorridente cui siamo abituati: proprio in quanto sorride è pericoloso. Berlusconi è davvero capace di tutto, e lo sta già dimostrando in campagna elettorale. Proprio per questo, dubito lo si batta con un film a tesi». |

Una base su Marte, o su un qualsiasi altro pianeta, possibilmente rosso, si trova in grande difficoltà. Il personale della base non sa fronteggiare la minaccia, anche perché non ne conosce le caratteristiche. Occorre un aiuto esterno, qualcuno di veramente in gamba, per risolvere una situazione che ha visto molti soccombere ingloriosamente.
Quanti a questo breve accenno a una trama banalotta e già vista si sono rivisti giocare a uno di quei sparatutto che dai primi anni novanta del glorioso Castle of Wolfestein sono entrati poderosamente nel mondo videoludico. E la stessa trama stentata e lineare costituisce l’architettura di Doom, che dal primo sparatutto di successo fagocita ambienti e griffe. Sicuramente non è una novità trovarsi in presenza di un film mutuato dal mondo dei videogiochi, di sicuro lo è il fatto che il gioco in questione non faceva di sicuro della trama il suo forte.
Se l’esperienza ludica, dunque, era incentrata totalmente sull’immediatezza, e del coinvolgimento adrenalinico senza troppi pensieri faceva il suo forte, passando sul grande schermo bisogna fare i conti con le implicazioni della pellicola, foriera di sensazioni visivo-emotive sicuramente diverse, anche se, in alcuni casi, affini.
Ma gli sceneggiatori e il regista sembrano non accorgersene. Il plot si esaurisce in quelle poche righe che abbiamo accennato, tentando di perseguire con i mezzi e i linguaggi del cinema quella che è una peculiarità propria del mondo videoludico. Il tutto diventa un pretesto per esibire, con una certa faciloneria citazionista, riferimenti cinefili tra i più disparati, attingendo a piene mani da film cult del genere come Alien (in special modo il secondo capitolo della saga) e Zombi di Romero, passando in rassegna velocemente tutta una certa filmografia di Carpenter e richiamandosi, per alcuni aspetti, anche all’immaginar
io visivo e psicologico della serie dei Jurassik park.
Tutto il film, dunque, non ha motivo di esistere se non come collage più o meno riuscito di classici del genere, non essendo sostenuto in alcun modo da una struttura narrativa di qualsiasi genere, né da una costruzione visiva che si ponga come elemento di novità. E il regista cade nella trappola del situazionismo, cercando di ravvivare lo scorrere altrimenti monotono del tutto con continui spostamenti del luogo dell’azione, che finiscono per descrivere sequenze incompiute e superficiali, nel tentativo di risolvere in modo sbrigativo le situazioni narrative.
Unico aspetto veramente degno di nota, è il piano sequenza in digitale di una mezza dozzina di minuti che riproduce in modo abbastanza fedele la soggettiva che costituisce il punto di vista del gioco. Fatto salvo questo, Doom si va a confondere nel microcosmo dei film di genere, spiccando unicamente per il blasone che si porta sulle spalle, e che non ha saputo onorare in modo convincente.
Un uomo e una do
nna si incontrano a Parigi…
Queste le uniche note introduttive che Besson consegna alla presentazione del suo nuovo lavoro. Angel-a si presenta sotto le spoglie di un abbacinante bianco e nero, che ricorda vagamente la stessa soluzione tecnico/fotografica che sottolineava i tratti de L'uomo che non c'era dei fratelli Cohen. Ma mentre in quest ultimo, nell'atipicità, nell'irrealtà della narrazione e della costruzione di molte sequenze, si delineava una totale mancanza di sé del protagonista e, conseguentemente, si poneva al centro della narrazione, paradossalmente, un casualistico vuoto narrativo, Besson fonda tutta la sua poetica filmica su una struttura pacata e lineare, inserendo lo spaesamento negli elementi stessi della diegesi del racconto. Spaesamento che, in realtà, è "telefonato" fin dal titolo della pellicola, nel rimarcare, in mezzo al magma del bianco/nero, quel trattino rosso che spezza, in senso metafisico, la scritta del nome. Il regista, dunque, non fa nulla per nascondere lo snodo cruciale di tutta la pellicola: l'appartenenza ultra-terrena della sua protagonista. E declina questa propensione al mettere le carte sul tavolo fin da subito disseminando il film di indizi e di allusioni.
Ci sembra di non svelare nulla dicendo qui che l'Angela, anzi, l'Angel-a, del film, è effettivamente un angelo, non in senso lato ma in senso letterale, per quanto concreto possa essere il termine, con tanto di ali e poteri paranormali.
E il bianco e nero, il non colore, il contrasto forte tra colori netti, marcati, sono estremamente funzionali a dipingere una vecchia, antica, storia, senza il quale si rischierebbe di scadere in un favolismo spicciolo.
Il problema serio è che, nonostante il paracadute di una soluzione tecnica così appropriata, il film mostra il fianco, nella sua estenuante vacuità, a tutte le critiche del caso.
Tutta la storia è un gigantesco fumetto (cosa di per sé non esecrabile) che si dipinge sullo schermo passando da un eccesso di (quasi) realismo a un'estraniazione dalla realtà sensibile sempre più marcata ed evidente. Processo questo che evolve in una progressione geometrica, costruendo sulla pelle dei due protagonisti personaggi che, pur nella loro dimensione fantastica, sono forzati e poco credibili. La troppo affannosa, e solo apparentemente provocatoria
, ricerca dei contrasti tra i caratteri dei due protagonisti - angelicità/prostituzione, bellezza/non curanza, criminalità/bontà - concorre a questa definizione affannosa ed eccessiva, in un contesto, anche cromatico, che tende invece a smorzarla. Il tutto condito da un'estremizzazione della/nella verbosità che incancrenisce un senso di noia e di fastidio rispetto all'evolversi della vicenda.
Per un film che pone a cardine della sua essenza il lavoro sui e dei due attori principali, questi sono handicap da non poco. Un finale che, se disegnato a fumetti, potrebbe benissimo essere inserito nella disneyana "Fantasia" condisce il tutto di quel tocco di buonismo che lo fa andare definitivamente di traverso.
Un film che è un atto sconfinato d'amore. Amore per la Donna, amore per la Vita. Ma esplicato non riuscendo a non cedere alla tentazione di voler dire tutto, e di volerlo dire subito.
Un film linearmente spoglio, ma estremamente ridondante.
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Un film in due parole: V per Vendetta
Solitamente quando si parla di un film, se se ne salva una parte, questa di solito è la prima. "Dopo un buon avvio, il film si perde eccecc...". Questo potrebbe essere uno schema-tipo. Anche perchè se manca coerenza e solidità al film nella sua struttura, è difficile che riesca a sostenere la conclusione di una parabola già incrinata. Per il film di James McTeigue si può dire esattamente l'opposto. Un film che rischia per i suoi quattro quinti continuamente la banalità e la noia, anche, e soprattutto, a causa di una verbosità ampollosa del protagonista - cifra riconoscibilissima nei Wachowski - e che si riscatta in un finale di incredibile potenza, visiva e politica. Si fa fatica ad appassionarsi allo svolgersi della trama, sia per l'impossibilità di comunicazione visiva con il protagonista, sia per un non immediato mix tra una contemporaneità connotata da tutti gli elementi di una quotidianetà familiare, ed un supereroe dalla caratterizzazione eccessiva, che lo straniamento del "sistema" in cui si inseriscono non contribuiscead amalgamare.
Eppure il finale riesce a coagulare tutta la tensione drammatica e politica che il film cova fin dalle prime inquadrature, restituendole con inaspettata forza e armonicità.
Potremmo, semplificando all'osso, dire che la mano dei Wachowski non ha assolutamente giovato allo script. D'altra parte però, la loro natuale tensione nel creare il climax cinematografico, questa volta, più che in altre, ha pagato

Clima un po’ teso per la presentazione del nuovo film di Verdone. Tra un De Laurentis che soffre notoriamente lo “stress da prima”, e l’attore romano che viene da un tour de force per la promozione (che è costata ben tre milioni e mezzo di euro), emerge, con tutta la sua verbosità un po’ ampollosa, Silvio Muccino, vero protagonista del film.
Verdone: Ho iniziato a lavorare su questo film, a scriverci, un anno e due mesi fa. Volevo in qualche modo esplorare il rapporto generazionale che intercorre tra padre e figlio, senza ricadere però nel già visto di In viaggio con papà. Quando il produttore ha letto la prima stesura ci ha chiesto di dare al tutto più dinamismo, più effervescenza. Da lì ho pensato subito a Silvio, sia per la scrittura della sceneggiatura, che per la parte di attore. E nonostante il film sia stato molto duro, mi ci sono trovato bene a lavorarci insieme.
Muccino: Quando mi ha chiamato Carlo mi ha parlato di una storia tra padre e figlio. Abbiamo però poi deciso di distaccarci dal progetto iniziale, e rendere i due protagonisti non più padre e figlio. Orfeo, il mio personaggio, non ha nulla in comune con me. E’ un ragazzo del popolo, non ha nulla, non ha affetti, è figlio di sé stesso. A me piace molto questa cosa, perché sto facendo ultimamente un percorso di esplorazione delle fragilità dei miei personaggi. La sua, Orfeo, la trasforma in aggressività, in rivalsa contro le ingiustizie che gli capitano. Io tendo non solo a recitare, ma a raccontare. Per questo ho dato una mano a scrivere la sceneggiatura, per portarci dentro il mio mondo. Ed è un momento d’incontro importante. E’ importante infatti avere nemici, degli spettri coi quali fare i conti. Per Orfeo, Achille è uno spettro.
Si passa da un rapporto conflittuale col padre a una difficile relazione con la madre…
Muccino: In questo mondo di oggi la famiglia non è più un punto di riferimento. Nessuno ci si lega più. Le famiglie non sono più quelle tradizionali, ma quelle aperte, libere. 
Cosa ritrova di suo nel personaggio di Achille?
Verdone: Ma proprio nulla! Mi sono limitato ad interpretare , non ho nessun elemento in comune con lui. Anzi forse l’unica cosa è la foto che si fa fare nella scena finale del film. Con mia figlia ho fatto una foto identica in quello stesso posto. Ma si limita a questo.
Il film è girato intorno a Vodafone (a più riprese, uno dei prodotti inseriti qua e là nella pellicola n.d.r.). Avete plasmato la sceneggiatura anche in questa direzione?
De Laurentis: Mi scusi, ma abbiamo una legge in Italia, varata dal precedente ministro, che si è adeguata a quella presente negli Usa, dove i prodotti nel film si vedono eccome. Dopotutto, in un film così, si racconta la vita, e la vita è piena di prodotti di qualsiasi tipo. Pensiamo solo a che impatto hanno i gestori di telefonia mobile nella vita di tutti i giorni. Ma ci sono anche automobili, acque, occhiali. L’importante è semplicemente rispondere a logiche di racconto. 
Quanto c’è di antica commedia all’italiana nel film?
Verdone: Beh, la nostra non è solo una commedia ridanciana, è piuttosto completa. C’è la comicità, ma anche il dramma, il sentimento, la malinconia. Tra l’altro è il primo film in cui il fattore musicale lo delego completamente, e per certi passaggi la musica ricorda le grandi commedie di Pietro Germi. Quindi lo prendo come un complimento.
Hai in mente di fare un film solo da regista?
Verdone: Beh, per un produttore è difficile rinunciare al Carlo Verdone attore, però se me lo proporranno perché no.
Quanti film farete insieme?
De Laurentis: Abbiamo un contratto per cinque film, alcuni tutti suoi, sia come regista che come attore, ma altri potrebbero essere solo diretti o solo interpretati. Vedremo.
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Un film in due parole: Hostel
Nel nuovo film di Eli Roth si riscontra il difetto che tendenzialmente porta ad un approccio più manicheo con il genere horror rispetto al resto della produzione cinematografica. E cioè che la violenza, l'immagine/sangue, non è funzionale al film, semmai il contrario. Hostel in effetti è un film la cui impalcatura serve a mostrarci una serie di violenze. Paradigmatico nel film è il capanno gigantesco in cui avvengono le sevizie, che avvengono poi nei piani interrati. Quell'impalcatura/capanno, latrice di cupi messaggi, si trasforma in elemento scenografico di sfondo in men che non si dica. E così tutti gli stilemi del genere horrorifico, pura cornice per una semplice esaltazione dello teen-splatter, tra donnecartolina in topless e trapani che scavano nella carne.Un film antietico, interessante come analisi di qualcosa da non fare, come una strada da non seguire. E segno di come oggi sia, più che il valore intrinseco della pellicola, una buona campagna stampa a formare (già prima della visione) un'idea di quello che si (vuol) vedere.
Saw IV
Il treno per Darjeeling
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