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La Fandango e il suo patron, Domenico Procacci, puntano ancora, coraggiosamente, sul cinema italiano, anche (e soprattutto) se modestamente di nicchia.
Quella di Antonio Capuano è infatti una piccola produzione che, se vogliamo, va a toccare argomenti e tematiche consuete per un certo tipo di cinema nostrano. Quelle del disagio giovanile, della depressione meridionale, dell’incontro/scontro tra l’Italia del benessere e quella dell’indigenza, su problematiche socio/assistenziali ampiamente già trattate sul grande schermo.
E così ritroviamo il piccolo Mario - un sorprendente Marco Greco - ,bambino “difficile”, trascinato al di fuori della periferia napoletana e dato in affidamento a una coppia di quarantenni della borghesia colta e agiata, apparentemente soddisfatti da una routine poco problematica.
L’impatto del ragazzino con la quotidianità dei due genitori affidatari – interpretati da Valeria Golino e Andrea Renzi – genererà una spirale di affanni, disagi e preoccupazioni che investiranno tutti e tre i protagonisti. Il castello narrativo s’innesterà su questa tensione tra cosa sia “giusto fare”, a rigor di logica, a rigor di legge, e quella passionalità e densità di affetti e sentimenti che scaturiscono da un vissuto così profondo e articolato. 
Capuano è reduce da “Luna rossa”, presentato in concorso nel 2001 a Venezia, dove l’abilità nel dettagliare caratteri e personalità mancava totalmente, o, se c’era, non ce ne eravamo proprio accorti. Stupisce, così, vederlo districarsi con una certa delicatezza su tematiche che di una mano leggera ma decisa fanno necessità, pena la totale non credibilità dell’azione filmica. Il dettaglio, a partire dalla stesura dello script, è curato attentamente e scrupolosamente, dando la possibilità di una lettura dell’immagine, e dei personaggi che in essa si muovono, precisa e ficcante.
Distaccandosi dal particolare, e cercando di delineare un quadro più a tutto tondo del film, non si può però far a meno di notare una certa approssimazione nello scioglimento degli snodi narrativi, una certa frettolosità nell’indicare il “senso”, lo scopo di azioni e sequenze.
Si cerca di forzare narrativamente il giudizio complessivo della pellicola, forzatura che viene comunque ben bilanciata dalla già accennata precisione nella delineare i singoli personaggi e le si
ngole dinamiche interne.
Il tutto inserito in una realizzazione che, per parole dell’autore, è “frugale, disadorna” che tende in qualche modo all’annullamento di un determinato stile registico. “Niente belle inquadrature” – continua il regista – “niente bella fotografia…Fondamentale è cosa ho inquadrato, non come”. Sta tutta qui l’analisi della messa in scena, del tutto funzionale ad un finale altrettanto scarno, disadorno e disarmante.
Un film duro, sincero, seppur minato da una possibile accusa di poca coerenza e poca coesione, che non può far a meno di cadere nella sensazione del “già visto”. Eppure lo affronta, se possibile, in modo “diverso”.
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Dopo L'amore ritorna, Sergio Rubini torna a parlare della sua terra natale: la Puglia. E lo fa riappropriandosi di luoghi e costumi che, per sua stessa ammissione, non sente più suoi, né come consuetudine di vita né come sentimento d' appartenenza.
Eppure lo fa con un garbo, un'attenzione e una lucidità che dimostrerebbero tutt'altro.
Parla della sua terra, intesa sia come imprescindibile tensione verso la propria casa come unico luogo (fisico e dell'anima) veramente sviscerabile e tracciabile sensibilmente, sia come possesso fisico su una materialità che è descrivibile (e descritta) ancora da casolari, masserie e campi brulli o dorati dal grano.
Due aspetti si rincorrono e si contrastano all'interno del film. Quello legato alla potenza dell'immagine e del rapporto di questa con gli altri ingredienti della messa in scena, e l'aspetto della costruzione narrativa. Indiscutibilmente fascinoso il primo, debole e traballante il secondo.
Rubini costruisce una pellicola di rara capacità visiva ed espressiva, mescolando sapientemente elementi diegetici ed extradiegetici, unendo una capacità di costruire lo spazio dell'inquadratura, con un'azzeccatissima scelta del contrappunto musicale, che contribuisce ad una notevole densità dell'immagine. Anche la composizione etica della messa in scena concorre a soppesare in maniera sempre precisa e funzionale le diverse inquadrature. Una capacità veramente inaspettata per l'attore/regista barese, che supera a pieni voti una prova di maturazione e autorialità non da poco.
Purtroppo, e veniamo al secondo aspetto, l'aspetto della costruzione narrativa lascia molto a desiderare. In un film che si pone (anche)
come un giallo, capire chi è l'assassino intorno al ventesimo minuto non contribuisce particolarmente al mantenimento della tensione. Gli indizi che Rubini dissemina lungo tutto il film sono, sia come descrizione delle situazioni, sia come flash visivo/narrativi, piuttosto grezzi e semplicistici. Anche il delinearsi di molti personaggi è approssimato.
La centralità dell'azione verte su quattro fratelli - in particolar modo su Luigi, interpretato da Fabrizio Bentivoglio - che cedono nella propria caratterizzazione alla tentazione di luogocomunismo, del quale, ripercorrendo a mente fredda la storia, c'era serio rischio. Fortunatamente in tutti e quattro i personaggi si calano attori che per bravura personale e per un'ottima direzione, riescono a dare spessore ai rispettivi ruoli. La trama dunque, seppur sviluppata con garbo e attenzione, imprimendo centralità all'aspetto della terra, come elemento di catarsi e di redenzione nel suo (non) possesso, presenta aspetti d'approssimazione che stonano con la coerente e precisa messa in scena.
Passi da gigante, comunque sia, per Rubini - che si ritaglia un ruolo per lui nuovo e gustoso - che dà vita ad un cinema generoso e passionale, soffrendo di un problema, legato allo script, che è comune a buona parte del cinema italiano odierno. Ma la strada intrapresa ci sembra quella giusta. Attendiamo segnali di conferma.
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Andando a vedere Arrivederci amore, ciao abbiamo negli occhi e nel cuore il pupillo di Lamberto Bava e di Dario Argento, l'operatore della seconda unità di Terry Gilliam, il fresco autore horror/pulp de La Chiesa, ma soprattutto l'originale regista di Dellamorte Dellamore, pellicola sicuramente ingenua e criticabile, ma, grazie anche alla collaborazione di Tiziano Sclavi, autore dell'omonimo romanzo, originale ed innovativa.
Eppure, il grandissimo bagaglio di aspettative si scioglie come neve al sole dopo i primi dieci minuti della pellicola. Dopo un incipit un po' approssimativo e furbetto, ambientato nella giungla sudamericana - dove un improbabile radio capta altrettanto improbabilmente la canzone dalla Caselli ripresa (e rinominata) dal titolo - il muoversi tra le due sequenze successive ci propone una cifra del tutto "soaviana" nell'approccio con la messa in scena e costruzione del punto di vista cinematografico. Trait d'union delle due sequenze è l'ossessiva attenzione animalesca per l'entrata nel campo visivo della macchina da presa di una mosca, che nella prima condizionerà il muoversi degli attori sulla scena, e nella seconda si porrà come vero e proprio punto di vista sulla realtà. Salvo poi ritornare a quella cifra scialba e approssimativa che aveva così male impressionato già nell'incipit, scadendo spesso e volentieri nel grottesco.
Sceneggiatura con larghissimi buchi narrativo/sintattici, che si sbarazza dei personaggi, via via costruiti e inseriti funzionalmente (?) in un contesto accettabile, con battute da due righe. Così capita, per esempio, a Flora (Isabella Ferrari) che, dopo aver caratterizzato una buona metà del film, ed esser stata al centro di snodi narrativi non secondari, viene congedata causticamente. Stessa cosa per i personaggi che si inseriscono a film inoltrato, come qu
ello di Roberta (Alina Nedelea), che narrativamente prende il posto del personaggio della Ferrari, in uno scambio totalmente disorganico e approssimativo. E dire che la sceneggiatura è opera di otto mani, essendo tre gli autori che insieme al regista hanno dato corpo allo script.
Da contrappunto a questa totale approssimazione del corpus su cui il film si innesta (tratto dall'omonimo libro di Carlotto), è la regia di Soavi, che perde quasi subito ogni pretesa di verosimiglianza e originalità. Il regista milanese asseconda gli spostamenti e le evoluzioni della trama con uno stile ordinario e piatto, rincorrendo un personaggio grammaticalmente privo di qualsiasi pretesa di somiglianza con la realtà e ai limiti della comicità involontaria. Il tutto introdotto da un incipit "politico" che pretenderebbe di innestare la storia su un piano di critica sociale e culturale. Un pur bravo Michele Placido, seppur calato in una parte stereotipata e qualunquista, non può servire a salvare il film, soprattutto se affiancato ad un Alessio Boni che tocca uno dei punti più bassi della sua carriera.
Enormi aspettative dunque, ottime pr(o)emesse, ma, alla prova dei fatti, forse il risultato più opaco della carriera del regista.
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In un'edizione in cui le nominations degli Oscar risultano particolarmente opache e conformiste, emerge in controtendenza la categoria Miglior Film Straniero. Oltre ai trascurabili Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia e La bestia nel cuore, troviamo il rigorosissimo e dreyeriano La rosa bianca - Sophie Scholl, il folgorante Paradise now, e questo Il suo nome è Tsotsi, del sudafricano Gavin Hood.
Una competizione sicuramente di livello, in cui Tsotsi spicca per potenza visiva e, allo stesso tempo, delicatezza nell'affrontare temi e nel costruire sequenze e accostamenti d'immagini.
Un piccolo gangster della periferia sudafricana che, rubando una macchina, si troverà a dover fare i conti con un frugoletto a cui non sa badare, ma del quale, per ragioni oscure e profonde, non si vuole disfare.
Film deciso e garbato, dunque, che si addentra nei bassifondi della metropoli sudafricana, andando a esplorare le banlieus di Città del capo, dedalo di miseria e drammi, sociali e personali, che il regista affronta in modo originale. Non ci viene mai offerta una visione globale del labirinto in cui David (alias Tsotsi) si trova a muoversi.
Mai una dolly a salire, ad elevarsi sopra le lamiere delle baracche, a offrirci uno sguardo della "socialità" dell'ambiente. La visione è solamente quella della consuetudine di vita del protagonista. Il "milione di persone", così come viene ricordato da un personaggio, che formicola nel caos della metropoli degli straccioni, diventa argomento di pura narrazione, di sentito dire. L'unica visione che ne abbiamo è da una mullhollande drive, separata dal mondo dei morti da una scarpata di marciume e immondizia, nella quale rotolare/correre, così come faceva la protagonista del film di Lynch, ma questa volta non accidentalmente, bensì per necessità.
Operazione questa che Hood sviluppa magistralmente, isolando il "set" in cui muovere il suo protagonista, rendendolo quotidiano e familiare al suo pubblico. Riesce così a creare un fortissimo contrasto tra quella che è una semplicità nelle piccole cose, e il ricaduto di quella semplicità, spesso esasperata e snaturata, nel mondo "esterno". 
Il regista si serve anche dell'accortezza di sbilanciare l'immagine (usa molti piani americani) quando vuol indicare situazioni difficili o comunque in via di composizione, per contrapporle, con tecniche di montaggio "invisibili", a immagini perfettamente equilibrate e composte, segnali evidenti di identità di punti di vista personaggio/regista.
L'unica strada che conosciamo della baraccopoli è quella che porta dal tugurio di Tsotsi alla casetta di Maria. Gli unici ambienti che riconosciamo sono quello della stanza da letto della ragazza, del letto marcio del piccolo gangster, del bar delle bevute e delle risse. Tutto il resto rimane un passo fuori dalla porta, eppure ci si affaccia prepotentemente. Sarà infatti un volto così limpido e pulito come quello di un bambino, e il rapporto con una donna, specchio di quel volto, a estirparlo prepotentemente dai suoi squallidi wargames, per rigettarlo nelle braccia di una realtà tanto dura, quanto pulita e coerente.
Si coglie così prepotentemente la malinconica ironia di Gavin (che riprende e riadatta un romanzo di Athol Fugard), che intitola "Gangster" (questa la traduzione del titolo originale) un film su un ragazzino di strada, incorniciando la pellicola con un primo piano iniziale di quello che, apparentemente, dovrebbe essere il più duro tra i duri, e chiudendola con quello stesso volto solcato dalle lacrime, in un pianto che implora la restituzione di un'infanzia perduta.
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L'unico esame a cui si presta il primo lungometraggio di Fausto Brizzi, sceneggiatore di fiducia di Neri Parenti dal 1999, per il quale ha scritto lavori come Bodyguards o Natale sul Nilo, è quello del pubblico. E gli riuscirà anche abbastanza bene, visto che architetta una trama giovanilistica e compiacente verso le esigenze di un pubblico adolescente, pur trattando della gioventù della fine degli anni '80 e inserendo in una parte importante Giorgio Faletti, ampliando in questo modo lo spettro di fruibilità della pellicola.
La matrice del film la si può far risalire al classico film adolescenziale sul mondo della scuola. Un background composto da I ragazzi della III C, da Come te nessuno mai, ma anche dai successi di genere degli anni '80 come Il tempo delle mele. Il problema serio è che il filone ha già detto un po' tutto quel che c'era da dire, con i suoi temi caldi, le sue esagerazioni e i suoi difetti. Non si coglie l'urgenza, allora, di un film di questo tipo, che punta sulla stereotipazione dei personaggi per strappare qualche facile risata.
Si incontrano così nel film il classico timido pasticcione, il secchione, l'alto borghese pusher, il coattello di provincia, la bella di turno, fino ad arrivare alla banalizzazione del severissimo professore di Italiano che si scoprirà malinconico di Woodstock e amante della marijuana. 
Gli attori non convincono del tutto, forse non diretti con troppa puntualità o attenzione, pur mantenendo intatta una certa carica di vitalità e brio.
Vaporidis, dopo la fugace apparizione a Venezia con Corpo Immagine, è al suo primo vero ruolo da protagonista, e, seppur costretto in un abito dalle potenzialità minime (il personaggio è il classico imbranato che non ne azzecca una), tiene la corda in modo non eccelso, ma sicuramente dignitoso.
Strana e co
ntroversa la prova di Faletti, che si ritrova in un ruolo decisamente estraneo alle sue corde, quello del professore "carogna", che si presta benissimo ai suoi particolari tempi comici, fatti di silenzi e battute caustiche, ma che non lascia del tutto convinti.
Ottima la scelta di riservarsi un finale quasi a sorpresa, privo di quel buonismo e quella mielosità che avrebbero dato il colpo di grazia al tutto. Grazie a questa scelta, tutta la pellicola si può, un minimo, rivalutare in senso positivo.
Certo, spiace pensare che da un soggetto del genere forse si sarebbe potuto trarre di più, che Faletti sarebbe potuto esser coinvolto in un ruolo più "suo", che la Capotondi, appena entrata in scena, mostri completamente il decolletè per quelle che a noi sembrano mere esigenze da botteghino.
Eppure, approcciandosi a un film del genere con aspettative quasi nulle, se ne esce comunque abbastanza soddisfatti.
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La citazione
Io faccio film su cose che mi affascinano, e cerco di porre domande più che fornire risposte, in realtà non porto il conflitto a una definizione perchè non mi piace quando una persona ha ragione e un'altra ha torto. Voglio dire: se si tratta di una questione del genere non ha nessun senso farci un film
Sidney Pollack
Un film in due parol
e: Crash
Diciamolo subito. Mi manca Capote, ma la cinquina dei candidati alla statuetta più dorata di tutte (quella di miglior film) è qualcosa che rasenta l'idiozia o la più assoluta incompetenza (Gn&gl a parte). Trovare inoltre un film del genere tra i cinque imbarazza davvero.
Crash ha la pretesa di connotarsi come film/denuncia contro il razzismo. Ma a parte la mia particolare avversione per i film di denuncia (si veda la recensione di Mephisto presente su queste pagine), è proprio il tessuto con il quale è intrecciato il film a rivelare una pellicola violenta e grezza, che tenta di combattere un fenomeno così complesso e brutale con le sue stesse armi, quelle dell'arroganza e della pretesa di superiorità. Armi usate senza reale cognizione di causa e approfondimento del fenomeno.
Si trasforma così in un film sterile e urlato, che mette insieme di tutto cadando rovinosamente nel banale e nel luogocomunismo. Peccato perchè l'impatto visivo e la costruzione (formale, non contenutistica) dei dialoghi sono ottimi, e il pigiare sul tasto della (presunta, a questo punto) riflessività a scapito della frenesia, con un utilizzo della colonna sonora come trade d'union delle varie sequenze, rappresentava un buono spunto.
Si prega di riprovare.

Per approcciarsi a un'opera del genere bisogna tener presente un punto. Non si tratta in senso stretto di un film per come tradizionalmente si intende il termine, né di un documentario di stampo cinematografico. Ci troviamo davanti a quello che potrebbe essere (e a quanto pare lo diventerà) un approfondimento giornalistico da seconda serata, curato dallo staff di cronaca o di politica di una qualsiasi testata.
Ma, al di là di quel che si possa pensare, è proprio questo il motivo che ne rende ancora più necessaria e puntuale una distribuzione sui grandi schermi delle sale. Per dare dignità, per richiamare l'attenzione su un prodotto che, altrimenti, passerebbe come al solito un po' in cavalleria.
Un film militante e passionale, che nasce e scaturisce dall'onestà di un onesto artigiano, Mario Turco, che lavora con l'umiltà di sapere di andar a lavorare su un progetto che, nelle intenzioni, doveva andare a rinfoltire il solido sottobosco del giornalismo d'inchiesta. La fortuna dell'incontro con quella interessantissima realtà che è la Fandango Doc ha regalato al film un circuito distributivo (anche se non convenzionale) nazionale, riportando al centro del dibattito cinematografico il grande giornalismo d'inchiesta.
Turco assume come pretesto narrativo la traccia che gli offre il libro di un giornalista inglese, Alexander Stille, che si pone anche fisicamente come pretesto narrativo dello stesso film. E' infatti seguendolo nei suoi spostamenti in Sicilia, in cerca di documentazione e di dichiarazioni, che nasce e cresce la pellicola.
Pellicola che sfrutta le interviste ad un nutrito numero di magistrati giudicanti e inquirenti per ricostruire le vicende, mane e storiche, di due degli eroi della storia recente d'Italia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Tutta la loro vicenda, e la loro profonda amicizia, che ne determinerà un'unione solidale nella vita come nel lavoro, viene ricostruita con minuziosità e partecipazione, dagli albori degli omicidi di Giuliano e Basile, al rapporto con il capo del pool Caponnetto e la relativa conduzione del maxi-processo dell'85/87, fino alla sentenza della Cassazione e alla consecutiva tremenda vendetta, con le stragi che colpirono tragicamente i due magistrati. Il tutto con un occhio attento, circostanziato ma non limitato da alcunché, ma soprattutto assolutamente documentato. L'alternarsi delle testimonianze (e della commozione) dei vecchi amici e colleghi con le immagini di repertorio che ripercorrono la storia di una terra martoriata, rendono lo scorrimento del film serrato ma mai alla ricerca di una compiacenza forzata da parte del pubblico.
Stona, dopo tanto rigore e serietà, un finale che affronta semplicisticamente e superficialmente la stretta attualità, con riferimenti all'attuale governo e alla situazione politica che tanto più suonano male, quanto fino agli ultimi cinque minuti il film non presta mai il fianco a dietrologie o ad accuse di faziosità.
A parte questo passo falso, è un film che, pur in tutta la sua particolarità, fa bene al cinema italiano, e ridà slancio al suo coraggio civile e al suo impegno sincero, scevro dai veleni di una politica che bada solo alla sua conservazione.
Conferenza stampa
Molto poco tecnica e molto politica. E' questa la cifra di una conferenza stampa su un film che verte su un capitolo amaro della storia recente italiana, quello della mafia. E a capire se la Sicilia sia "in un altro paese" o un fenomeno tipicamente italiano, oltre il regista Turco, e due dei produttori, il procuratore nazionale antimafi
a, Pietro Grasso.
Ci sono precise scelte politiche dietro le vostre scelte narrative?
Marco Turco: Abbiamo adottato lo stesso criterio del libro e del suo autore. Raccontare cioè le vicende di Falcone e Borsellino durante tutto il corso delle loro indagini a Palermo, dall'inizio fino alle purtroppo note stragi. Sorprendentemente, alla fine del processo di primo grado, i due magistrati sono stati burocraticamente fatti fuori dalla battaglia in corso. E questo perché alcuni settori della politica continuano ad avere relazioni con il mondo mafioso.
Come verrà distribuito il film? Si parlava di un passaggio su Rai Tre?
Marco Visalberghi: Ci sono stati una serie di problemi e ritardi nella acquisizione e distribuzione televisiva in Italia. Anche per questo, in accordo con Rai Tre, abbiamo deciso di distribuirlo prima nelle sale e poi in DVD prima di ricederlo alla televisione, con un metodo d'impatto del tutto innovativo per il tipo di film. E' stato molto difficile accedere agli archivi Rai, dato che per ottenere qualsiasi documento occorreva un fax firmato di pugno da Cattaneo, allora direttore generale. C'era una paura terribile di concedere qualsiasi documento che potessero riguardare fatti politici, anche della storia passata. Il nostro non è un film ideologico. Un documentario aiuta semplicemente a capire quello che succede, nulla di più. La difficoltà era anche quello di rendere il tutto non banale per il pubblico italiano e non incomprensibile per quello straniero.
Come mai Fandango ha deciso di coinvolgersi nel progetto?
Grosoli: Fandango ha deciso da un paio d'anni di portare sullo schermo delle sale e di distribuire in DVD documentari ed i risultati della scorsa stagione ci confortano. Il fatto di far uscire questo film rappresenta un'ulteriore sfida. E' il primo documentario italiano non Fandango che distribuiamo, è il primo documentario italiano sul rapporto mafia/politica , è la prima volta che si propone un documentario non in politica ma in video. Il film uscirà in due sale a Roma, in dieci circa per ora in tutta Italia, ma stiamo contattando tutta una serie di circuiti di sale italiane alternative. Stiamo sfruttando una distribuzione non convenzionale.
Signor procuratore, che ne
pensa del film?
Pietro Grasso: Ho visto il film in DVD. Mi pare un lavoro eccezionale. E' stato bello rivedermi qualche anno fa. Ero giudice a latere del maxi-processo. L'immagine del film che mi ha colpito di più è stato quel volto quasi in lacrime di Falcone all'addio di Caponnetto dal pool. Questi uomini vanno ricordati, non dimenticati. Bisogna ricostruire, far vedere.
Nelle interviste che avete fatto, in che modo non si è stati fedeli al libro?
Marco Turco: La scelta degli intervistati ricalca assolutamente le scelte portate avanti dal libro. Abbiamo dovuto fare un durissimo lavoro di selezione. La prima versione del film durava ben tre ore. Abbiamo dovuto rinunciare a molte interviste e spunti a cui tenevamo. Il finale che tratta della stretta attualità e di Berlusconi, quello è in più. Nel libro non c'era, è stato scritto nel '94.
Come recitava una frase del film, la mafia si combatte in Sicilia ma si vince a Roma?
Pietro Grasso: La mafia si combatte ovunque ci sia potere e dovunque quel potere venga avvicinato dalla mafia e in cui la mafia si infiltri.
Ipotizzate una qualche proiezione nelle scuole?
Marco Visalberghi:In Sicilia contiamo su una distribuzione capillare tramite reti di associazioni. Abbiamo già contattato una rete di presidi di scuole medie e medie superiori, quindi sicuramente arriveremo alle scuole.
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Conferen
za stampa
Vanessa Redgrave, in chiusura dell’incontro che il regista e le protagoniste femminili della Contessa Bianca hanno avuto con la stampa italiana, si complimenta con un giornalista per aver appellato il regista “maestro”. E’ a questo livello di stima e di affezione che si pone il rapporto tra James Ivory e le sue attrici, la Redgrave, appunto, e sua figlia Natasha Richardson. Al punto che, nel film, è presente anche la zia di quest’ultima, Lynn redgrave. Un rapporto di solida amicizia e di stima reciproca, dal quale scaturisce tutto il film, arricchito dalla presenza di Ralph Fiennes.
Un Ivory legatissimo al suo produttore, Ismail Marchant, scomparso proprio quando il film era in fase di post-produzione, e al suo autore/sceneggiatore, Kazuo Ishiguro, che cita continuamente, legame che gli fa sentire il film profondamente suo, parlandone con affetto e rifuggendo da qualsiasi strumentalizzazione politico/culturale.
Mr. Ivory, qual’è stata la genesi del progetto? Sembra un film che rimanda moltissimo all’attualità.
Tutta la vicenda del film è nata in una maniera piuttosto strana. Avevamo ormai da tempo stretto amicizia con Ishiguro, così gli proponemmo un progetto tratto da un libro, “Diario di un vecchio matto”, ambientato a Boston. La cosa è partita piuttosto bene, ma lui a un certo punto si stancò, non riusciva più a procedere nella stesura. S’impantanò proprio. Così, in alternativa, ci propose quest’altro suo romanzo, “Quando eravamo orfani”. Lui aveva fortissimi legami con la città in cui è ambientato, Shangai, perché parte della sua famiglia, e quindi dei suoi racconti familiari, proveniva da lì. Comunque non è stato facile lo stesso. Ci ha presentato una prima sceneggiatura, e da quella ne abbiamo fatto ben otto stesure, pur mantenendo la stessa storia. A me ha affascinato subito l’idea di dover andare in Cina. Però c’è un elemento di continuità con il primo progetto. Questa ossessiva ricerca della perfezione, tesa a un profondissimo senso della ricerca estetica. L’elemento, presente nel film, dell’ossessione del night perfetto rispecchia proprio questo fattore. Dunque c’
è un elemento che lega profondamente il film effettivamente realizzato con l’idea che comunque avevamo.
Cosa c’è nella scrittura di Ishiguro che la attira profondamente? Questo film ricorda molto un certo tipo di cinema, molti lo hanno addirittura definito come un omaggio a Casablanca. Come ha fatto a non cadere in facili luoghi comuni?
Se c’è stato qualcuno influenzato da Casablanca, questo è sicuramente Ishiguro, dato che io non vedo quel film da quando ho quindici anni. Lui invece è un grandissimo appassionato di vecchi film, ne ha un’immensa collezione, in tutti i supporti possibili. E’ stato veramente difficoltoso ricostruire la Shanghai degli anni ’30. Non c’è più nulla dell’epoca, abbiamo dovuto rifare tutto da capo. Forse involontariamente potrebbe essere un omaggio a Casablanca, ma come livello profondo e inconscio, non c’è nulla di intenzionale. Per Ishiguro questo dell’eroe ossessivo, un po’ oppresso, è un elemento comune e usuale. E’ presente in tutti i suoi libri, e in moltissime sue sceneggiature.
Ma si poteva sottolineare un po’ di più l’elemento della cecità? Mi pare che sia un po’ tirato via, servendo solo a dare un accento un po’ melò. Non sarebbe cambiato nulla se in fondo non fosse stato cieco.
Beh, probabilmente il film sarebbe stato più veloce. L’idea ci è venuta da un’osservazione di Ralph [Fiennes - n.d.r.]. Lui ha accettato subito il ruolo, ma a suo avviso mancava qualcosa nel personaggio. Quando tornai a New York, incontrai un mio amico cieco, e trassi l’ispirazione per il personaggio. Il mio amico è proprio come si vede nel film. Nonostante la sua menomazione, si rende totalmente indipendente ed autosufficiente. L’idea piacque a tutti, tranne che a Merchant, ma il parere positivo di Fiennes fu determinante. 
Mrs. Richardson, il suo è un ritratto di donna che ha perso uno status, ma lotta fino ad accettare l’umiliazione di un mestiere come quello che fa. Oggi se ne vedono pochi di caratteri così…
Non saprei bene come rispondere. Il mio ruolo in effetti è bellissimo. Lei ha perso tutto, ed è costretta ad umiliarsi per il bene che vuole alla famiglia, in particolare alla figlia.. Sicuramente nel cinema odierno non ci sono molte parti di questo livello per un’attrice. Sono stata veramente felicissima della parte.
Com’era il ruolo e come è stato recitare con sua madre?
Io ho fatto proprio di tutto per “essere” russa a tutti gli effetti, di calarmi anche nella mentalità e in quel tipo di cultura, studiando la loro storia, leggendo libri russi e vedendone i film. E’ stata questa la sfida più grande. Il fatto poi di recitare con mia madre è stato insieme uno stimolo grandissimo, un onore e una sfida. Considero mia madre la più grande attrice in assoluto che io conosca, ed è stato molto bello lavorare con chi ha la tua stessa mentalità, con chi si rapporta al lavoro proprio come te.
Signora Redgrave, lei ha un ruolo minore nel film, quindi magari può mantenere uno sguardo più distac
cato. Come potrebbe essere attualizzato il film? Quella della cecità del protagonista è una metafora sulla loro e sulla nostra cecità?
In effetti molti non hanno voluto vedere all’epoca l’arrivo della seconda guerra mondiale, lo si considerava inconcepibile, si era ciechi a riguardo. Mio zio morì proprio combattendo contro i giapponesi nel Pacifico. Ho conosciuto poi molte donne dell’ex Jugoslavia che hanno perso tutto: case, mariti, figli, affetti. Quindi la storia di divisioni e guerre raccontata dal film mi sembra molto vicina alla nostra attualità.
Lei nel film è una principessa: qual è stato il suo rapporto con il personaggio?
Per me è stato un grandissimo regalo poter lavorare ancora con James [Ivory - n.d.r.]. Io accetto ben volentieri ruoli marginali nei film. Non è assolutamente un di meno per me recitare in ruoli marginali. Una volta sono arrivata ad accettare un ruolo di meno di sei minuti. Il personaggio l’ho sentito dunque molto mio, in tutti i suoi aspetti, soprattutto nel suo rapporto con il personaggio di Sofia, sua nipote nel film, ma anche mia figlia nella realtà.
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f Horror. E dei tanti pregi (e qualche difetto) ci preme qui sottolineare l’aver riportato dietro la macchina da presa quel Don Coscarelli che, dopo la saga di “Fantasmi”, era ormai cinematograficamente dato per disperso.
p principale in modo assolutamente funzionale – di una tranquillamente turbolenta vita familiare.
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