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Un film in
due parole: 8mm-Delitto a luci rosse
Joel Shumacher dirige (una volta tanto) discretamente un film, ovviamente sceglie il progetto sbagliato. Un film scritto andando a scavare sotto un humus di perversione che tanto richiama il pubblico nelle sale, e che scatena interessi morbosi e anti-etici, andando poi verso una condanna senza appello e pretestuosa del fenomeno stesso. Un film che scatena una giudizio aprioristico rispetto alla visione, e che soddisfa pienamente le conclusioni ipocritamente moralistiche dello spettatore.
Il tutto aggravato da un Nicolas Cage notevolmente sotto tono (cosa gravissima, dato che la sua cifra attoriale è consuetamente bassa) e un Joachim Phoenix buttato allo sbaraglio in un ruolo non suo. Entrambi, come di consueto per il regista, diretti con i piedi (o, meglio, non diretti assolutamente).

Di commedie oggigiorno il mondo della produzione ne sforna a iosa. C'è voglia di divertirsi, di poter vedere situazioni mestamente ordinarie da un punto di vista ironico, capace di rendere l'ordinario extra-ordinario. Alla luce di questa esigenza mai venuta meno del mercato-cinema, si è sempre sfornato un numero esagerato di quei prodotti che rientrano banalmente sotto il nome di "commedia".
E parlando di Zucker! Proprio di questo ci troviamo a parlare. Di una classica commedia che mescola, incrociandole e sovrapponendole, situazioni grottesche e personaggi improponibili. A suo onore e merito, si deve osservare che esercita questa pretesa dissacrante in modo intelligente e costruttivo, due caratteristiche abbastanza lontane dalla media attuale del genere.
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Di giorni di ordinaria follia gli States, e con loro anche il cinema d’oltreoceano, ne hanno vissuti molti.
A tutti quelli che vengono in mente di primo acchito, si aggiunge ora quest opera prima di James Marsh, abile documentarista approdato, dopo anni di carriera, al cinema di fiction. Il risultato di quest ennesima apertura su un retro bottega di una qualsiasi provincia più o meno rurale rimane in sospeso. Il film rifugge dai clichè moralisteggianti di un torbido vissuto che si svela al di sotto di una patina di presentabilità, si sottrae alla retorica trita di un facile giudizio preconfezionato. Seppur spiazzando per un’asetticità di giudizio e una successione sconcertante di snodi narrativi imprevedibili, la pellicola presenta molti aspetti che rimangono grezzamente tratteggiati e una realizzazione sicuramente non da urlo.
In scena si incontrano due interpreti di gran spessore. L’ottimo William Hurt, il recente protagonista dell’”History of Violence” di Cronenberg, si presta generosamente come spalla al giovane, lanciatissimo Gael Garcia Bernal. Il duetto si dipana sullo schermo bilanciando in modo accurato la danza scenica dei due attori, che si servono della giovane Malerie Sandow come bertolucciano trade d’union innanzitutto fisico per costruire il proprio rapporto di padre e figlio. Non è un caso che le svolte, sia narrative che a livello d’impatto visivo, si abbiano con entrambi i personaggi in scena.
C’è un po’ di tutto in un film che, pur rivelando una stoffa coraggiosa, pecca di presunzione. C’è il piccolo, becero, marcio mondo di provincia del miglior (peggior) Lynch, c’è una storia anonima e terribile di amore e morte alla Chabrol, si intravede qua e là una certa morbosità, una certa ossessione per la fisicità del peggior Bertolucci, si intravede, mescolato confusamente, la tematica edipica ormai quasi inflazionata nel cinema del nuovo millennio.
Una fotografia appena discreta e qualche caratterizzazione dello script un po’ forzata completano il quadro d’insieme. Un quadro incorniciato da ottime prestazioni attoriali e da ottime intenzioni, che emergono chiaramente nel materiale assemblato per le sale, ma che mira troppo in alto, rendendo quel che poteva essere un ottimo film, un lavoro semplicemente discreto, sicuramente degno di nota per un regista (quasi) esordiente, ma che ha tutto il sapore di un’occasione (quasi) mancata.
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Benito Za
mbrano, dopo il grandissimo successo iberico di “Solas”, film sul mondo dei diseredati in Spagna, torna al cinema dopo una lunga riflessione, un lungo periodo di sosta che lo ha portato a valorizzare appieno tramite la promozione festivaliera la sua opera prima e a lavorare sporadicamente per la televisione.
Torna con uno script soppesato, riflessivo, in fase embrionale già da una decina d’anni addietro (ai tempi del fervere della lavorazione di Solas), che si spiega sullo schermo rendendo testimonianza di un lavoro di cesellatura che pur tuttavia nulla toglie né alla briosità della pellicola, né al suo impatto politico e sociale.
Per molti versi, per stessa ammissione di Zambrano, non si può dire nulla su Cuba senza usare una cifra propriamente politica. E di valenza politica, infatti, pare caricarsi una vicenda apparentemente del tutto sganciata da problematiche sociali. Ma la storia di due amici musicisti, che sognano di sfondare fino al successo, la storia di un rapporto di coppia senza possibilità di costruzione se non al di fuori dell’isola, fotografa una società che non può far a meno di impattare, anche fisicamente, su questioni politico-culturali che ne determinano l’esistenza.
Così sulla pellicola s’imprimono valenze e riferimenti simbolici di una realtà che, se non osservata con gli occhi limpidi e ingenui di un ideale attaccamento alla propria terra d’origine, non scaturisce altro sentimento se non quello del distacco, della fuga, magari a malincuore si, ma pur sempre fuga.
E il fatto che ancora oggi non si sappia se il film sarà distribuito all’Avana e dintorni, né si sono avute notizie da parte degli organi preposti in proposito, non riuscendo in nessun modo a squarciare il velo di silenzio che attanaglia qualsiasi argomento minimamente scomodo, la dice lunga sulla verosimiglianza della situazione descritta.
Zambrano è abbastanza abile nel non riproporre il-solito-film-cubano, tutto rum, spiagge e storie d’amore fantastiche, per pennellare i tratti discreti nella loro spensieratezza e malinconia, di due amici cubani qualsiasi, che vivono tra telefonate scroccate a vicini di casa e sogni di notorietà, tra piccoli garage con una chitarra e il concerto della vita che si ha da organizzare. L’esplorazione del vissuto di due ragazzi qualsiasi, tra alti e bassi, è il veicolo, intelligentissimo e gradevole, di mettere sul piatto le problematiche sociali che a Cuba non vanno a toccare un generico “popolo”, ma le singole individualità, tra gioie e miserie, tenendo il timone dritto sull’affezione alla propria terra e alla propria gente.
Il film ci introduce e ci descrive in modo soddisfacente le dinamiche che si esplicano sullo schermo e, pur ricadendo qua e là nei clichè dai quali il regista ha tentato di tenersi lontano, si rivela un lavoro pieno di dignità sia nella forma che nel contenuto. 
Conferenza stampa
Le modalità di questo incontro con la stampa sono singolari. Una saletta raccolta, quattro o cinque giornalisti, una traduttrice e prima i due giovani protagonisti, Alberto Yoel e Roberto Sanmartin, poi il regista, Benito Zambrano.
Com'è la vita reale a Cuba? E' come si vede nel film?
Alberto Yoel: Il film mostra una realtà molto vicina a quel che è la vita nelle città cubane. Molti se ne vogliono andare, molti restano, difendendo tenacemente quel che c'è, altri vorrebbero cambiare le cose. E' un paese pieno di contraddizioni e di difficoltà, ma accanto agli opposti estremismi c'è tanta vitalità, allegria, voglia di fare. Essere cubano è difficile, ma è anche un grande onore.
Il film, pur non presentando una storia prettamente politica, sembra raccontare una vicenda che politica in effetti lo è. Questa tensione al volersene andare in contrapposizione con l'idealismo e l'attaccamento alla propria terra. Quanto questo è voluto e quanto vi ha causato problemi con il governo cubano?
Roberto Sanmartin: Credo che la pellicola sia effettivamente politica. Ma perché è impossibile parlare di Cuba senza scendere in qualche modo in politica. Il film non vuole dimostrare nulla, rappresenta la realtà cubana fedelmente, un po' come guardando in una foto. In realtà non c'è stato nessun problema con la censura perché è un film che per Cuba praticamente non esiste, viene del tutto ignorato. Speriamo che venga visto nella nostra patria, perché non è un film di regime né di opposizione, è un semplice inno alla libertà.
Suonavate e cantavate anche prima di girare il film? Qual è il vostro rapporto con la musica?
Roberto Sanmartin: Non sono affatto un musicista, ma un attore. Ho imparato un po' a strimpellare qualcosa ma solo in funzione del film.
Alberto Yoel: Io son
o stato musicista per molto tempo, è la mia prima passione, ma alla lunga non bastava per vivere, così sono passato al cinema. Ho inciso da poco un disco in Inghilterra che uscirà a gennaio, e comunque la musica rimane parte importantissima della mia vita.
Il regista inizialmente voleva che la banda che suonava fosse reale, ma c'è stato qualche problema con la produzione. Quando è riuscito a spuntarla, ormai tutte le voci e le musiche erano già state registrate da altri. Mi è dispiaciuto non aver potuto cantare.
Del film colpiscono molto come vengono delineati i rapporti personali, sia quello d'amicizia tra Tito e Ruy, sia tra quest ultimo e la moglie, rapporti nei quali prevale sempre la consapevolezza del bene dell'altro come obiettivo principale. Com'è stato per voi e quanto questo è tipico della popolazione cubana, quanto proprio del film?
Alberto Yoel: Per noi Habana Blues stato un elemento imposrtante della nostra storia personale. Sul set si è creato un clima speciale, e molte scene che giravamo erano veramente toccanti. La scena della riconciliazione tra i due amici per me è stata speciale. L'attrice che interpreta mia moglie nel film, poi, è veramente fortissima, ha un magnetismo unico e mi ha aiutato molto
Roberto Sanmartin: Ci sono a Cuba questo tipo di relazioni molto solide che si vedono nel film. A Cuba è raro che una famiglia si riunisca nella sua interezza, tra profughi e morti a tavola c'è sempre un posto vuoto. La vera libertà nel giocarsi i rapporti personali sta dentro di noi, e l'amore più grande verso l'altro, a mio avviso, è lasciarlo libero.
Salutiamo i due simpatici attori e accogliamo il regista, che purtroppo, andando di fretta, ci dedica solo una manciata di minuti piuttosto intensi.
Lei ha affermato di voler fare un film lontano dai soliti clichè della vita a Cuba. Quali sono esattamente questi luoghi comuni che ha voluto evitare?
Benito Zambrano: Prima di tutto la musica tradizionale, la salsa e tutte le altre. Le musiche nel film sono abbastanza distanti dai clichè delle musiche classiche di Cuba. Poi non volevo fosse la solità trita storia dell'occidentale che, arrivato a Cuba, se ne innamora, e magari vive una storia d'amore meravigliosa. Anche se nel film ci sono elementi tipici del paesaggio e della cultura cubana, la spiaggia, il rum, me ne discosto subito, o comunque sono funzionali alla storia.
Lei aveva detto che aveva pronti insieme i copioni per Solas, il suo primo film, e per Habana blues. Perché ha scelto di fare per primo Solas, e solo in seguito questo?
Benito Zambrano: Non avevo entrambi i copioni allo stesso stato di lavorazione. Solas era in stato avanzato, Habana Blues era in embrione. Al produttore sono piaciuti entrambi, li ha comperati, ed è stato logico decidere, insieme a lui, di procedere prima con Solas. Dopo il mio primo film mi sono distratto parecchio, diciamo fino al 2000. In quell'anno ho accettato di dirigere un film di cinque ore per la televisione, che mi ha tenuto impegnato per due anni. Quando ho ripreso Habana blues, avevo perso quel che già avevo scritto, e ho dovuto riscriverlo daccapo. Fra poco andrà al festival del cinema dell'Avana. Vorrei anche che andasse in sala a Cuba, ma non so cosa succederà. So però che all'Avana girano moltissime copie pirata e che tutti lo vedono.
Domanda già fatta ai suoi due attori: quanto c'è di politico in un film che, come trama, politico non si direbbe e quali sono stati i rapporti in merito con il governo cubano?
Benito Zambrano: Qualsiasi cosa uno faccia a Cuba è politica. E' un paese fortemente politicizzato. Io ho fatto un film, Solas, che parla della povera gente spagnola e nessuno mi ha fatto domande di politica. E' vero che a Cuba molte cose si colorano politicamente, anche il semplice partire o rimanere. Qualunque dei personaggio che parla di questo parla di uno dei più grandi problemi politici di Cuba. Per la rivoluzione, chiunque partiva stava dalla parte del nemico, e viceversa. Qualsiasi problematica sociale a Cuba diventa una questione politica, anche il semplice voler rimediare da mangiare. Però non c'è nessuno del governo che ti dica qualcosa se c'è qualche problematica spinosa. Semplicemente non se ne parla. E se il governo non si pronuncia, nessuno prende posizione per paura. Quando andremo all'Avana per il festival vedremo che reazioni avrà il film.
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"Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire" è nato come il diario, sboccato e provocante, delle prime, perverse, esperienze sessuali di una quindicenne siciliana. In breve è diventato un best-seller, e su questo retroterra pseudo letterario si fonda l'esordio di Francesca Neri e Claudio Amendola nelle vesti di produttori, in cerca di un facile successo al botteghino, che bissi gli introiti del libro.
L'operazione nasce con il preciso intento di andare a stimolare la curiosità morbosa del pubblico nei confronti della frenetica attività sessuale di una qualsiasi adolescente di oggi. Il grande successo del diario d'altronde, non è di certo dovuto alle buone critiche dei salotti letterari o a interessi filologici sull'impatto sociologico dell'opera...
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Conferenza stampa
Alla conferenza stampa per l'atteso Melissa P. si presentano in molti: ci sono infatti le due sceneggiatrici Barbara Alberti e Cristiana Farina, gli interpreti del film Fabrizia Sacchi, Geraldine Chaplin e Maria Valverde, oltre al regista Luca Guadagnino e a Francesca Neri, qui in veste di produttrice.
Il film è stato vietato dalla censura?
Neri: Il film passa oggi alla censura. Ancora non sappiamo nulla, ma speriamo che ottenga il permesso al di sopra dei quattordici anni...
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Un film in due parole: La sposa cadavere
Se si potesse definire una persona con un aggettivo, Tim Burton si meriterebbe di sicuro quello di ammaliatore. Se se ne potessero usare di più, sempre e solo ammaliatore rimarrebbe.
Perchè si, d'accordo, le metafore di una società raccontata per fiabe, il buonismo un pò cinico di un mondo depurato dai filtri di una mentalità "adulta". Ma tutto questo si presta a una meta-lettura del testo elementare e semplicistica, trovando fondamento ontologico nella modalità e nella semiotica del racconto in quanto favola. La sposa cadavere si presta ottimamente per sviscerare determinate architetture della produzione burtoniana.
L'obiettivo e del tutto rivolto al coinvolgimento emotivo dello spettatore, tramite una serie di sequenza che, come enfasi e passione comunicativa, si connotano come una serie infinita di "scene madri", senza soluzione di continuità (ed è per questo, e quasi esclusivamente per questo, che l'oretta de La sposa cadavere passa più liscia delle due ore logorroiche del Grande Pesce).
Tanto di cappello a una realizzazione tecnico-visiva curata con precisione maniacale, a una ricchezza di citazioni cinefile gestita con gusto e ironia.
Ma la sposa cadavere, paradigma di un tipo di cinema, è un onesto film per famiglie, e nulla più. Film sovrabbondante, misurato nella sua esagerazione, sentimentale, che mira, un pò furbescamente, dritto al cuore, esaurendosi nello scaturirsi di una timida lacrimuccia, o un sorriso accennato, risultando inutile, d'altra parte, se fallisce nel suo tentativo.
Una favola come tante altre, realizzata sicuramente in modo eccelso (interessantissima la possibilità di "girare" con la mdp un film d'animazione), e poco altro.

Da uno del calibro di Andrew Niccol, resosi celebre con soli quattro film, più o meno discussi ma tutti innegabilmente di un certo fascino, ci si aspetta sempre qualcosa di buono.
Con alle spalle la regia di Gattaca e Simone, la sceneggiatura di The Truman show e il soggetto dello spielberghiano The terminal, il giovane neozelandese si è in breve tempo accreditato come buon regista e genitore di idee quasi sempre vincenti. E questo sicuramente anche per l’aiuto, offerto tramite mezzi e spazi creativi, del giro bene della Hollywood che conta, che l’ha preso a benvolere sin dall’inizio.
E così, ormai avviato a pieno titolo nel jet set del cinema internazionale, Niccol mette insieme un cast di tutto rispetto, nel quale figurano Nicolas Cage, Ian Holm e quell’Ethan Hawke che ne aveva accompagnato l’esordio fantascientifico.
Gli elementi, in potenza, ci sono tutti: una dei più fervidi contastorie del mainstream, un cast d’eccezione, una larga possibilità produttiva. Il tutto accompagnato da una distribuzione quanto mai azzeccata, con una delle locandine più coraggiose e non conformi alla vulgata comune degli ultimi anni.
L’atto che si spiega sullo schermo è lontano dalle premesse. La materia filmica che si dipana lungo un plot piatto e dilatato trae linfa da un’idea di fondo non originalissima, ma potenzialmente accattivante. Quella di un trafficante d’armi spregiudicato, che si vende al miglior offerente nascondendo tutto alla famiglia. Soggetto semplicissimo che, sviluppato adeguatamente, avrebbe potuto rendere molto più di quello che in effetti fa. 
Intorno al quindicesimo minuto si rinuncia a qualsiasi tipo di attinenza con una realtà plausibile. Ma questo potrebbe essere il minore dei mali. La fretta di raccontare la vita, tutta la vita, nulla escluso, di un Nicolas Cage che pur riesce a dare un minimo di profondità al personaggio, induce a una spirale ossessiva di racconto in voice off, che inonda finanche l’immagine di una sovrabbondanza di senso e significato che finisce per ottenere l’effetto esattamente opposto, svuotando il girato di qualsiasi forza introspettiva o comunicativa.
Tantissimi elementi, pienezza di idee, ma offerte in modo confuso, se va bene, logorroico e monocorde per la maggior parte del tempo. Un’esigenza di far vedere e toccare con mano tutto che si rivela estremamente controproducente, banalizzando e sovraccaricando un girato che, pensato diversamente, si sarebbe potuto rilevare di ben altra fattura.
A poco serve il coraggio finale di non pacificare una figura sostanzialmente cinica in un finale non facilmente buonista.
La frittata era già stata fatta.
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Nella stolta frenesia di affibbiare etich
ette più o meno celebranti a qualsiasi cosa che i filtri della distribuzione lasciano arrivare nella penisola da quel far east che tanto va di moda, Natural city si è ritrovato, suo malgrado, affiancato a un film cult (pur con tutte le sue pecche, che si palesano, così come le geniali intuizioni, con il passare degli anni e l'usurarsi della pellicola) come Blade runner.
Ci troviamo di fronte a un film visivamente molto ricco, seppur affatto originale, che in comune con il film di Scott non ha nulla, se non la presenza nel plot di macchine antropomorfe in grado di provare sentimenti. Ma di tutto quel che è il patrimonio socio-cultural-visivo di Blade runner neanche l’ombra.
La pellicola riprende molti dei topoi tipici del recente cinema asiatico, quali una passione per il dramma sentimentale, la costruzione di sequenze ad hoc nell’esplorazioni di nuove modalità coreografiche e figurative nelle arti marziali (figlie in parte del successo planetario del bullet time di Matrix), la difficoltà di rapporti in una società incastonata in una più o meno rigida gerarchizzazione, trasportando il tutto, mescolandolo malamente, in un contesto fantascientifico.
Si scorgono degli ottimi intenti nel tentare un connubio tra nuove forme espressive e temi vecchi e nuovi di un’etica sociale e sentimentale che l’agenda della ricerca scientifica ci impone.
Ma il film rimane in balia della mancata calibrazione delle esigenze di raccontare una storia particolare da una parte, e renderla paradigma di una serie di problematiche dall’altra, cadendo spesso e volentieri (nel senso proprio della parola) in una sovrabbondanza di retorica moralistica e di verbosità didascalica, solo in parte mitigate da personaggi non del tutto pacificati.
Queste tensioni, che invece di indirizzare il film lo rendono schiavo, si manifestano in un’articolazione della trama confusa e discontinua, che non solo tenta di sovraccaricare la storia di nuovi personaggi e situazioni ogni volta che si perde il filo di un’idea già enunciata (affastellamento che, oltre che la narrazione, colpisce anche l’occhio meccanico), ma che alterna momenti di presunto lirismo ad altri di rapida e confusa risoluzione di snodi narrativi, che diventa quasi necessaria per prevenire un’involuzione della pellicola, ma che contribuiscono, anche se per altri versi, a ciò che tentativamente cercano di eliminare.
Un’opera che si palesa per la sua megalomane ambizione già nella modalità distributiva, e che non fa nulla per smentire le insidie che arreca una posizione del genere nei confronti della materia-cinema. Prima che funzionalmente claudicante, dunque, un film eticamente sbagliato, seppur nel tentativo lodevole di sganciarsi dai canoni classici di una fantascienza ormai troppo legata ai miti e alle situazioni di Orwell e di Bradbury.
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