Contatore

visitato *loading* volte

domenica, 30 ottobre 2005
Robert Rodriguez

Breve carrellata sul regista texano

Risale ormai al 1992 il lontano esordio di quello che poi si è rivelato un eclettico autore, quale Robert Rodriguez.
Si può tentare di trarne un bilancio, un giudizio seppur approssimativo di quella che si è rivelata una florida carriera.
Ha stupito tutti quando, nel 2001, si è prestato all’operazione di “Spy kids”. Il grande blockbuster per famiglie appariva di sicuro lontano dalle corde di un regista che era diventato famoso per la mancanza di filtri emotivi e visivi con cui metteva in scena le sue sequenze adrenaliniche, piene di sangue e di eroi.
Ma andiamo con ordine.
Rodriguez nasce come regista a soli 24 anni, con quello che oggi si può considerare un piccolo cult per gli appassionati: “El mariachi”. Poco più di sessanta milioni delle vecchie lire, una grandissima grinta e voglia di emergere, e una passione smisurata, hanno dato vita ad un film molto ambizioso, a ragione, rispetto al piccolo budget messo a disposizione. E il regista texano lo sfrutta fino in fondo, ponendo le basi per una ricerca di genere che andrà avanti fino a fine millennio.
A Rodriguez piace infatti scherzare con i generi, giocare con le sensazioni create davanti lo schermo. Ed è un continuo nascondino con gli action movie di serie B, i tv movie, nei suoi primi due film, che però fanno subito registrare una prima contraddizione: mentre il primo fa del suo punto di forza la capacità d’ironizzare su sé stesso, e tramite l’autoironia raggiungere un “genere” di film, il secondo, “Desperado”, cede proprio alla tentazione di prendersi troppo sul serio, cedendo forse alle lusinghe di una notorietà arrivata presto e di una grande, grandissima ambizione.
E’ in questi anni che Rodriguez stringe un legame di profonda amicizia con l’enfant prodige dello star system hollywoodiano, Quentin Tarantino. Amicizia che caratterizzerà anche, per buona parte delle rispettive produzioni, un modo di vedere il cinema frenetico e sublimante, che non concede nulla alla riflessione o all’introspezione spicciola.
Il legame con il regista di “Pulp fiction” si palesa (anche attraverso la partecipazione dell’”attore Quentin” al progetto) in “Dal tramonto all’alba”, vera e propria opera in due tempi, che rivela il lato sadicamente autocompiaciuto di un Rodriguez forse al massimo della sua forma.
Di lì a poco, sempre con l’amico Tarantino e con altri due registi emergent, dà vita al curioso esperimento di “Four rooms”, film a episodi.
Dopo la parentesi non felice, ma lineare, di “The faculty”, che rispetta i canoni di un’evoluzione naturale di un’etica registica, la svolta. Rodriguez si dà al film per famiglie.
Diverse le interpretazioni di questo cambiamento, a noi interessa avvalorare solamente quella di un regista teso e convinto di fare del buon cinema. Gli esiti purtroppo non sono buonissimi, anche se una certa coerenza visiva è da riscontrarsi nell’opera.
Ma il texano compie un’altra svolta radicale di lì a poco, decidendo di dirigere a quattro mani con il fumettista Frank Miller “Sin City”, film tratto dall’universo dei comics statunitensi, riprendendo contenutisticamente i temi già trattati in passato, ma rinnegandone completamente la forma e gli stili di narrazione.
Quanto queste svolte siano dettate da una voglia d’esplorare episodicamente nuovi terreni di produzione, o da una ricerca di nuove forme per incanalare un giovane talento in espansione, ad oggi non è dato saperlo.
Possiamo dire a ragione che oggi, a tredici anni dal suo esordio, chi sia veramente Robert Rodriguez non possiamo ancora del tutto dirlo.

Confronta Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 21:35 | link | commenti (3) |
approfondimenti, castlerock

Desperado

Dopo l’esperienza di “El mariachi”, godibile action-movie realizzato con la miseria di qualche migliaio di dollari e pietra angolare ancor oggi della cinematografia del regista messicano, Rodriguez torna dietro la macchina da presa per quello che sulla carta (almeno su quella della distribuzione) è un sequel, ma in effetti è un vero e proprio remake del film sul menestrello di provincia.
Ottenuta fiducia da una majors, la Columbia, e un discreto finanziamento, Rodriguez mette in scena un film nervoso, teso, che qualcuno ha definito, a ragione, isterico. La storia dovrebbe essere quella della vendetta dell’ex timido mariachi ai danni degli assassini della sua bella. Il pretesto narrativo serve però a raccontare grosso modo la stessa storia, depurata da quell’ironia e quel divertissment che contraddistingueva l’equivoco dello scambio di persona del film precedente. Rodriguez, in poche parole, rischia di prendersi troppo sul serio. Ed è un peccato, perché la costruzione narrativa è poverissima è al contempo ricca e suggestiva. Il tessuto di scrittura sui cui si poggia l’architettura del film è ridotto all’osso, e così pure gli snodi della trama, che scorre semplice e lineare lungo la striscia di sangue che il protagonista si lascia dietro. Il tutto descritto in modo visivamente eccezionale (una lettura più attenta del film evidenzia come molte incongruenze visive siano risolte grazie ad un montaggio mozzafiato e un’ottima gestione della macchina da presa), attraverso scelte stilistiche quasi sempre azzeccate. Manca però di quell’ironia, di quel saper giocare con il genere che si va ad esplorare che avevano fatto la fortuna di “El Mariachi”.
L’ingaggio di una stella come Antonio Banderas, la presenza citazionistica degli amici Steve Buscemi e Quentin Tarantino, contribuiscono a offuscare la freschezza della costruzione scenica con una patina di seriosità che non giova di certo all’insieme.
I sette milioni di dollari della produzione sono, però, spesi benissimo, con accorgimenti tecnici e soluzioni che elevano a livello immaginifico dei grandi blockbuster di Hollywood il pur non ricchissimo film di Rodriguez.
Film ricco, comunque, che pone le basi di una successiva sperimentazione del regista messicano e che, insieme a “El mariachi”, si pone come paradigma di una poetica registica a tutto tondo, la saldezza della quale è stata minata da recenti lavori, estremamente sperimentali e altrettanto lontani dalla consolidata tendenza di Rodriguez.
Il quale, tra l’altro, è talmente giovane, che di solido nella sua carriera, per ora, ha avuto solo il successo.

Confronta Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 21:30 | link | commenti (6) |
recensioni, retrospettive, castlerock

sabato, 29 ottobre 2005
Il mistero di Lovecraft

Il cinema italiano è assetato di prodotti che si sgancino dal solito percorso produttivo e distributivo, per esplorare nuove strade e percorsi che portino lontano dal classico filone di una drammaturgia tipicamente soft e minimalista che va per la maggiore di questi tempi.
Occorrono però registi, operatori, ma soprattutto produttori con un certo coraggio e una certa intraprendenza. Ne mostrano sicuramente Federico Greco e Roberto Leggio, imbarcatisi in un lavoro che sulle prime risultava incomprensibile agli stessi produttori. L'idea di trasformare quello che nasce come un documentario a tesi sullo scrittore americano H.P. Lovecraft, destinato a una distribuzione televisiva, in un film che esasperi alcuni passaggi dell'inchiesta per dare vita ad un climax narrativo che sia fruibile al pubblico delle sale.
Il risultato ricorda, per costruzione visiva e per impatto narrativo, quel The Blair Witch Project - Il mistero della strega di Blair fenomeno mediatico oltre che cinematografico di qualche stagione fa. Chi ne lamentava una disonestà intellettuale, oltre che una povertà narrativa, tenga presente che i presupposti che fondano Road to L. sono del tutto distanti e cinematograficamente diversi dal mediometraggio americano.
La passione e la fatica che stanno dietro la ricerca dei due registi (che appaiono in prima persona nel film) e del resto della troupe emergono nel film, a testimonianza del più ampio respiro dell'operazione.
Ma se si deve riconoscere il coraggio e la passione nel dar vita ad un'operazione del genere, innegabili sono i difetti che cinematograficamente privano d'ossigeno il respiro dell'opera.
Non si può non osservare come l'uso costante della telecamera a spalla, da un certo punto di vista, quello della coerenza "documentaristica" del film, obbligato, sia a tratti oltremodo fastidioso. La costruzione di un plot improvvisato, poi, spesso lascia interdetti sulla risoluzione di snodi narrativi, molti dei quali, non ultimo quello finale, risultano di non immediata comprensione.
In fin dei conti, tenute presenti delle difficoltà economiche e logistiche di una produzione totalmente al di fuori dei canali "ufficiali", si deve dar atto di un certo coraggio e di una certa intraprendenza ad un film che, in fin dei conti, non ha molto da dire.

Confronta Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 12:43 | link | commenti (1) |
recensioni, castlerock

giovedì, 20 ottobre 2005
Incontro con Wes Craven

In un'assolata mattinata di ottobre, abbiamo l'onore e il piacere di incontrare uno dei maestri del cinema horror e thriller, padre di due delle serie che di questi generi hanno segnato gli anni '90 come Nightmare e Scream. E' Wes Craven, che si presta volentieri a rispondere a domande sul suo ultimo film, "Red Eye", ma non solo.

Lei si è sempre divertito a giocare con il thriller. Quanto l'ha divertita portare un suo film all'interno di uno spazio chiuso, quello di un aereo, se è vero, come diceva Bertolucci, che lo spazio chiuso impone uno stile?
Wes Craven
: Era due anni che lavoravo duramente, non avevo nessuna intenzione di rimettermi su un film. Poi mi hanno sottoposto questa sceneggiatura, e ne sono rimasto veramente affascinato. Mi affascinavano proprio le costrizioni che uno spazio chiuso di un aereo comportava. La sfida era tenere sulla corda il pubblico con un film che per più di metà del tempo non esce da quella cabina di volo.

Nel cast c'è una forte componente femminile. Che ruolo pensa che la donna abbia, nel film e nella società?
Wes Craven: Io adoro le donne. Sono stato cresciuto da una madre vedova, quindi conosco bene la forza e il coraggio che una donna può avere. In questo secolo, il loro arrivare a una piena eguaglianza, rappresenta una svolta epocale....

Continua su FilmUP

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:52 | link | commenti (5) |
conferenze stampa, filmup

sabato, 15 ottobre 2005
Paradise now

Un certo tipo di cinema "politicamente impegnato", militante potremmo dire, soffre di solito di due ordini di difficoltà. Il primo concerne la fruibilità popolare, una capacità filmica di messa a disposizione delle chiavi di lettura e di comprensione dell'aspetto puramente cinematografico di un film che presenta un'impostazione sociale. Ultimamente il "Romanzo Criminale" di Placido/Di Cataldo si pone come sintesi classica ed insieme moderna di una problematica simile.
Il secondo riguarda modo più stretto la materia del cinema, non tanto nella sua semplice realizzazione tecnica, quanto nella sapiente miscela di un'etica della messa in scena e di uno script ben bilanciato e godibile.
Vicino alla composizione di quest'ultimo rebus va l'ultimo film di Hany Abu-Assad, che tenta di unire le esigenze di autorialità e d'impegno di un'opera d'impegno sociale, ad una coerenza etica ed estetica che per rendere il film cinematograficamente di ottima fattura...

continua su FilmUP

Conferenza stampaLubna Azabal nel film

Hany Abu-Assad è a Roma per presentare il suo nuovo film, che ha ricevuto ovazioni e tributi all'ultimo festival di Berlino. Poche le domande a cui risponde, ma in tutte mette una passione e un impeto comunicativo ammirabili. Lo accompagna Mike Corradi, responsabile del settore medio-orientale per Amnesty International, associazione che ha patrocinato il film, che introduce il film.

Mike Corradi: Abbiamo deciso di patrocinare il film perchè è un vivo esempio di come sia importante la sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul grave problema dei diritti umani....

continua su FilmUP


 

Pubblicato da: Xanadu |alle 15:21 | link | commenti (1) |
recensioni, conferenze stampa, filmup

sabato, 08 ottobre 2005

Un film in due parole: Confessioni di una mente pericolosa

Sorprendente, alla luce dell'uscita dell'opera seconda, registrare in netto e marcato miglioramente del Clooney regista. Lo troviamo, nell'opera prima, assolutamente approssimativo e ridondante, cercando di infondere al suo film quell'aria "cool" e drammatica allo stesso tempo che tanto piace al suo sodale Soderbergh. E mentre alcuni momenti nelle combinazioni di scenografia e fotografia si rivelano azzeccatissimi, a fronte di pause e abbinamenti improbabili, in una disomogeneità e frammentarietà del tutto davvero disorientante, la sceneggiatura, non aiutata da scelte registiche incomprensibili, fa acqua da tutte le parti. Con qualche pretesa in meno magari sarebbe stato un buon film. Al contrario si rivela purtroppo un miscuglio di scelte e di generi che non esaurisce appieno neanche uno degli spunti messi sul piatto.

Pubblicato da: Xanadu |alle 19:19 | link | commenti |
un film in due parole

lunedì, 03 ottobre 2005
De Benignitate

In vista dell'uscita del nuovo "La tigre e la neve", un breve sguardo all'indietro sulla carriera del toscanaccio

L’esordio cinematografico dell’istrione italiano per eccellenza dello spettacolo italiano risale ormai a quasi trent’anni fa, nel lontano 1977, con l’irriverente “Berlinguer ti voglio bene”, sotto la regiadi Giuseppe Bertolucci, fratello del più noto Bernardo. Da allora si contano più di trenta partecipazioni a vario titolo in lavori per il grande schermo, fino ad arrivare al recentissimo “La tigre e la neve”, in questo periodo nelle sale.
Affrontare a tutto tondo la carriera di un personaggio così poliedrico sarebbe quasi impossibile. Ci limiteremo ad una breve carrellata del suo percorso artistico sul grande schermo, che è, d’altra parte l’aspetto che più ci interessa.
Gli inizi della sua lunga carriera vengono profondamente segnati dalla sua opera prima. In “Berlinguer ti voglio bene” sono delineati tutti gli stilemi della nascita cinematografica di Benigni. Una tipica mordacità, un’assurdità di luoghi e situazioni, una recitazione tutta al di sopra delle righe, sono le caratteristiche portanti di questo primo periodo, che rimarranno caratteri tipici dell’uomo, prima che del personaggio, per tutto il seguito della sua produzione. Ad esse vanno ad aggiungersi una fortissima carica di satira sociale e civile ed un sostanziale disinteresse per le “forme” cinematografiche. L’interesse principale, così, si volge verso una modalità diversa di possibilità di critica e di satira nei confronti della condizione dell’italiano medio. Basti pensare alla figura, ormai mitizzata, di quel Mario Cioni, ardente (a modo suo) militante comunista, con una passione viscerale per tutto quel che è sesso e politica, ma ancorato carnalmente ai tessuti sociali della piccola borghesia italiana: mammone, insicuro, bisognoso, più che di punti di riferimento, di avere la strada segnata da qualcuno, impossibilitato altrimenti a venir fuori nella sua interezza.
Il tutto con una certa noncuranza rispetto all’”estetica” del cinema, alle forme, dunque, con cui alcune particolari tematiche emergevano. E così fino alla metà degli anni ’80, con tutta una serie di lavori tra cui spicca, come termine ultimo e paradigmatico di tutto il primo periodo, “Tu mi turbi”, datato 1982.
Una prima svolta nel “sentir di cinema” dell’attore toscano è datata 1984. E’ in quella data che vede la luce quel lavoretto cinematograficamente quasi insignificante, ma visceralmente legato all’immaginario collettivo italiano, che è “Non ci resta che piangere”. Il “quasi” è ovviamente legato allo splendido duetto a cui dà vita la coppia Benigni/Troisi, sulla quale e per la quale il film è costruito e orchestrato. Film che di per sé non ha alcun valore (se non quello già accennato), ma che consente al nostro di essere, per così dire, folgorato dal mezzo cinematografico come medium personale e collettivo, fino a una presa di coscienza delle sue enormi potenzialità e capacità espressive.
E’ di quel periodo (1986) la prima collaborazione (la seconda nel recente “Coffe&Cigarettes”) con il regista indipendente Jim Jarmush, nel piccolo e delicato “Daunbailò”, in cui tutta la potente carica satirica e la capacità di sintesi nella critica socio-politica (basti pensare che il titolo è in realtà il fonema semplificato dell’americano “down by law”, ovvero inadatto, non abile, a giudizio della legge) di Benigni, vengono incardinate nella sommessa(e spigolosa allo stesso tempo) poetica del regista americano.
Viene dato il la al primo periodo d’oro dell’attore toscano, che lo renderà celebre al grande pubblico, delle sale e non, e che vede coronato il percorso di presa di coscienza cinematografica dello showman con il debutto dietro la macchina da presa.
Sono i tempi de “Il Mostro”, de “Il figlio della pantera rosa”, ma soprattutto di “Johnny Stecchino”. Benigni conserva tutte le caratteristiche sue peculiari fin dall’esordio (la mordacità, un aspetto di dura critica sociale, la recitazione sempre al di sopra del registro dello script), ma con una consapevolezza nuova, che lo porta ad orchestrare film di genere costruiti su solide basi tecniche e registiche (qualche perplessità in più l’abbiamo su “Il mostro”, forse vero e proprio flop da questo punto di vista).
Punto più alto di questo secondo periodo, e insieme parziale superamento, verso un rientro, comunque particolarissimo, nel filone più classico della commedia amara italiana, è il celebratissimo “La vita è bella”, coronato da tre Oscar (di cui due direttamente al toscano, come Miglior attore e Miglior film straniero, e uno alle musiche di Vincenzo Cerami). Oltre a lanciare una nuova consapevolezza nell’estetica cinematografica (un uso più maturo del montaggio, l’esigenza di una certa precisione dovuta alla ricostruzione storica inscenata, una gestione attenta degli attori) della produzione di Benigni, il film si sgancia, forse per la prima volta, dal solito macchiettismo tipicamente benignano, a favore di una maggior compostezza di forme e di vedute, consegnandoci un regista più consapevole, ma forse privo di quella fresca innocenza e baldanza che ne aveva segnato la carriera per due decenni. Rimane intatta la carica comunicativa (immenso il successo mediatico e di botteghino del film); si perde, spalmato e stiracchiato sullo schermo, un bagaglio d’irriverenza e di salacità quasi necessarie per identificare uno dei personaggi chiave della contemporaneità italiana.
A conferma di ciò, il tentativo ridondante e presuntuoso di rifacimento di una delle favole italiane per eccellenza, quel “Pinocchio” che soccombe sia a una qualsivoglia lettura meta-testuale, sia all’impietoso confronto con la miniserie di Comencini.
Fino ad oggi, a quel “La tigre e la neve” che sembra voler essere un ragionevole connubio tra le due anime di un autore, che comunque rimane indiscutibilmente uno dei più istrionici e fecondi autori/attori del panorama nostrano.

confronta Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 17:56 | link | commenti |
approfondimenti, retrospettive, castlerock



Eccomi

Blogger: Bonekamp

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami