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Un film in due parole: Il Corvo
Il film d'esordio di Alex Proyas (al quale recentemente è stata affidata la trasposizione cinematografica di "Io robot" di Asimov) è rimasto (ingiustamente) alla storia per l'accidentale, e per certi versi oscura, morte di Brandon Lee (figlio del leggendario Bruce) durante le riprese, che costrinse (uno dei primi casi nella storia del cinema) a ultimare il film facendo ampiamente ricorso al digitale.
Proyas mette in scena un film la cui spinta narrativa si esaurisce sostanzialmente nell'icipit. Per riempire i numerosi momenti morti di cui il film è gravido si ricorre ad un uso del montaggio sfrenato e spesso inconcludente. L'ennesima variazione sul tema dei non morti si distingue unicamente per un'ambientazione cupa e gotica (che forse deve qualcosa alla Ghotam city di Burton) e poco altro.
poco fumo per pochissimo arrosto
Quest'inverno imputavamo ad una sostanziale mancanza d'idee la sostanziale debolezza della gran parte del cinema italiano odierno. Ci consola un po' vedere che non siamo i soli.
Nato da una produzione prevalentemente francese, Saint Ange ci descrive una situazione sostanzialmente semplice: Una cameriera arriva in un orfanotrofio dimesso per la manutenzione e il disbrigo delle faccende quotidiane.
Perché di più il film proprio non racconta.
Inizia a tessere, al contrario, una complicata e inestricabile tela di allusioni, scorci d'inquadratura, artifici di montaggio per cercare di dare l'idea di una possibile lettura metafisica della situazione, tramite riferimenti più o meno espliciti a possibili torture e soprusi subiti dai bambini in quei luoghi
Nella magra offerta estiva delle sale italiane spicca, se non altro per l'insolita fattura del prodotto, George and the dragon, produzione per la quale la distribuzione non si è nemmeno premurata (fortunatamente?) di trovare una traduzione.
La combinazione di vari stili narrativi e di varie soluzioni di produzione rendono il film un unicum nel panorama cinematografico di quest'annata. La pellicola, infatti, per fattura e tecniche di ripresa, sembra di quelle destinate esclusivamente al mondo del piccolo schermo. Si avverte però, in questa sua piccolezza e semplificazione forse eccessiva, un più ampio respiro, che porta il film a tentare di ampliare il suo respiro.
Parlando de “L’orgoglio degli Amberson” in realtà si vorrebbe parlare di un altro film. Di quel film che Orson Welles aveva in mente e che mai potremo vedere sullo schermo. Le vicende che hanno portato al taglio di 33 minuti finali sono abbastanza note. Welles è al suo secondo film, all’apice della sua popolarità. Terminate le riprese, è costretto (gli scrive
rà Roosvelt di persona) ad andare a girare il carnevale di Rio, per quello che l’amministrazione americana concepiva come un documentario volto alla distensione delle relazioni panamericane. Il montaggio rimane in mano agli studi della Rko, la casa produttrice con la quale Welles inizia la sua avventura nel mondo del cinema, che, dopo una proiezione esplorativa dai riscontri non esaltanti, decide di mettere mano pesantemente al film, considerato troppo lungo e farraginoso. Finiranno dunque nel cestino 33 minuti di film, che Welles dal sudamerica proverà, senza successo, a salvare almeno in parte con un fitto carteggio di minuziose istruzioni.
Inizierà da qui, appena dal secondo film, la “leggenda nera” su Welles, sui suoi modi e sui suoi capricci, leggenda ampiamente infondata che segnerà, solo un anno dopo “Quarto Potere” (anch’esso un flop di incassi negli Stati Uniti) l’inizio della sua parabola discendente.
Ci piacerebbe qui affrontare quel film che è esistito per un brevissimo periodo nel 1942, ma che non ci è più possibile ricostruire. Il dato per certi versi eccezionale è che la pellicola, nella sua interezza, non ha smarrito affatto quella potenza (e prepotenza, per certi versi) visiva che faceva pensare a Welles che “sarebbe stato molto meglio di Quarto Potere”.
L’intento di fondo è sempre lo stesso. Far trasparire un’umanità profonda e complessa dietro la cortina fumogena dell’alta società, della ricchezza economica. Negli Amberson, in modo più larvato e, per questo, probabilmente più incisivo che in Citizen Kane, la sfera d’azione in cui i personaggi si muovono è quella del potere. Potere inteso come possibilità di prevalere, non necessariamente come imposizione obbligata. Welles parte da questa sovrastruttura sociale per introdurre i suoi personaggi (si pensi alla descriz
ione, finanche fisica, del piccolo Gorge Amberson sul carrettino). La ricerca di senso per i suoi personaggi va ben al di là di questo approccio iniziale.
Ogni Amberson ha una sua “Rosebud”, una sottotraccia che scardina la patina di invincibile borghesismo della quale sono ammantati. Welles da subito descrive un mondo con precise scelte registiche. La macchina da presa è posta nella maggior parte dei casi più in basso di quella che potrebbe essere un’ipotetica soggettiva degli attori. Doppia la valenza, una etica e una funzionale. Quest’ultima è quella di ampliare gli spazi, di rendere “magnificent” le scenografia in cui gli attori si muovono, allo scopo di presentare in tutta la sua grandezza la cornice in cui gli Amberson vengono dipinti. Ma anche un fondamento etico, si diceva. Quello di una posizione di prenne sottomissione, in cui si è quasi costretti ad alzare la testa se si vuol cogliere espressioni e movimentii dei protagonisti.
E così, a dispetto della sovrastruttura scenica nei quali li si vuol collocare, gli Amberson sono intimamente umani, con tutti i difetti ei pregi che ciò può comportare.
“Lo odiavano tutti, ma nessuno riusciva a sostituirlo in mezzo alla comunità”. Questo il giudizio netto, conciso, che Welles ci offre su Gorge Amberson, come anche sull’intera famiglia.
Una storia, come praticamente tutte del Welles regista, che dipinge con agili plan e inquietanti campi lunghi la parabola discendente di un grand’uomo, di una grande famiglia., che cade in rovina per non essere riuscita ad adattarsi ad un mondo che cambiava In fondo Welles ci indica chiaramente tutto nel serrato incipit (che nella versione originale vedeva lo stesso Welles come narratore). Un mondo che cambiava in fretta, nel quale una secon
da possibilità era dura da ottenere. Le occasioni sprecate saranno la tara della potente famiglia, che nei modi e nei tempi cinematografici tenderà a ribadire costantemente lo sprezzante distacco tra “un Amberson” e il resto del mondo.
Ma nelle ultime sequenze la macchina da presa si eleva ad altezza volto. Segno che Gorge Amberson ha iniziato a dare del tu alla vita. Segno che noi possiamo iniziare a dar del tu a Gorge Amberson.

Werner Herzog torna sugli schermi da venerdì 12 negli States, con un docu-film, "Grizzly man", incentrato sulla storia di un naturalista amante degli orsi, che per ironia della sorte finirà divorato proprio da uno di loro.
A voi il trailer

Del west s’è ormai detto tutto. Tutte le storie si somigliano in definitiva, le grandi epopee sono tutte state emulate, le grandi storie riprese e mescolate.
Come “ambientazione”, come descrizione scenografica dello spazio cinematografico, il west parrebbe aver dato tutto. Ma ci si accorge che non è così quando, sporadicamente, qualche coraggioso (kamikaze del botteghino) decide di sfruttare la leggenda del lontano ovest e i suoi miti per fare del buon cinema, attraverso una storia dalle radici profonde ed antiche.
Costner (ri)costruisce il western partendo da John Ford, da dove avevamo lasciato i tratti del grande cinema classico della trasparenza, piuttosto che dalla (splendida) destrutturazione anni ’70 di Peckinpah, portata a termine da quel gran lavoro che è Gli intoccabili. Ripartiamo dunque da un’etica della costruzione, abbandonando quella latente demolizione (anche visiva) che aveva caratterizzato gran parte del western del dopo anni ’60. La costruzione di spazi scenici e del sostrato diegetico del film si basa su un lineare dipanamento di traiettorie della mdp e su un montaggio lineare ed essenziale. Proprio intorno a questo aggettivo si racchiude e allo stesso tempo si svela tutta la pellicola. L’ordine
e la descrizione delle singole sequenze s’imprime su un’essenzialità di dialoghi e inquadrature a volte perfino disarmante. L’ampio respiro degli spazi e della vicenda, viene in realtà compresso da un’essenzialità di messa in scena e composizione d’insieme che ricorda il west di un tempo. Straordinariamente simile, per tempi e temi filmici, a Balla coi lupi (ottima, in questo frangente, la coerenza di Costner), Open Range prende qua e là spunto da Malick, sfruttando le sue “lezioni” sul campo aperto per centrare meglio lo sguardo sul singolo. Un cinema che (ri)torna ad una compostezza strana e irriverente per il cinema di oggi. Forse la ricerca in questo senso è a tratti esasperata. Qualche scivolone nell’arcadica pastellosità della fotografia qua e la lo si scorge. Ma sono piccole (umane) pecche di fronte al tentativo di tentare di ripartire dal cinema di una volta, dal classico bianco e nero di una Hollywood ormai sorpassata, saltando con coraggio e impertinenza tutto quel che nel frattempo è (fragorosamente) passato.
Operazione dunque splendida, ma forse per questo (anche per questo) destinata nel tempo a fallire.
Chi si cura più, al giorno d’oggi, di un film in bianco e nero come Terra di confine?
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