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giovedì, 21 luglio 2005

Un film in due parole: Batman Returns

Returns mostra sicuramente qualche pecca come costruzione fisica dello spazio e ridondanza nella diegesi che lo colloca mezzo gradino sotto il predecessore. Aspetti in gran parte bilanciati da una messa in scena "classicamente" ferma e risoluta e da una delle colonne sonore meglio calibrate del cinema degli anni '90 (bravissimo Danny Elfman).
Di sicuro, con il capitolo precedente della saga come non plus ultra, il meglio della produzione burtoniana fino ad oggi

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Pubblicato da: Xanadu |alle 10:51 | link | commenti (4) |
un film in due parole

mercoledì, 13 luglio 2005
Horror e politica: tentativi per uno schema interpretativo

Partiamo da una banalità. Il cinema horror è un cinema politico. Mai frase è stata più usata, in modi più o meno corretti e discutibili, per riempirsi la bocca con meta-letture di un genere, magari, o con l’intento di andare a definire una possibile modalità di fruizione di un qualche film. E mai definizione è stata più inflazionata nel tentare di dGeorge A. Romeroescrivere il cinema di Romero, uno che in fondo nella vita non ha fatto altro, dopo esser partito con tre soldi in tasca e una macchina da presa nella mano. Ma la genesi de “La notte dei morti viventi” è nota ai più, non staremo di certo qui a soffermarci su questo. E’ proprio Romero a definire il suo nuovo film, che riprende dopo vent’anni la famosa, terribile, saga, come un film propriamente politico: “Faccio film politici, Per me è la loro dimensione politica ad essere importante”. E continua dicendo che il nuovo film analizzerà la situazione americana attuale.
Tutto verissimo, ma tutto anche sentito e risentito. Non crediamo più oramai che a questo tipo di cinema serva un’argomentazione di tal genere per rigenerarsi. Di storie su capitalismo, coscienza di classe e supermercati ne abbiamo sentite fin troppe.
Rimane interessante, tuttavia, un altro tipo di approccio. Su quale sia l’impostazione Politica, questa volta con la “P” maiuscola, di chi cerca di dare al genere una sua autorialità, non accontentandosi di lavorare col primo funambolo dell’effetto speciale che passa. La descrizione della società attaccata dagli zombi presenta due diversi aspetti inseriti in due ambiti diversi. Le due fasi sono quelle della lotta, prima, e della coabitazione, poi.
A sua volta la fase della lotta può evidenziare alcuni momenti caratterizzanti: la percezione dell’accadimento, il periodo di reazione, la difesa individuale, le prospettive future.
Interessante è il tema della percezione di ciò che sta accadendo. Emblematico, e mi richiamo all’incipit del recente “L’alba dei morti viventi”, di Zack Snyder, è la mancanza di reattività di un tessuto sociale che è impossibilitato fisiologicamente alla reazione a un pericolo, dando tutto per scontato o La notte dei morti viventidistante. E’ tale l’abitudine a sentirsi bombardare da un determinato tipo di notizie che si stabilisce una barriera, un velo di Maya, che provvede inconsciamente all’impossibilità di definire un accadimento per quel che è. Tema che, ripreso con forza e irreversibile drammaticità, dall’horror, tuttavia viene fatto proprio di una gran parte della cinematografia attuale.
Strettamente consequenziale è la reazione al pericolo manifesto. L’organizzazione sociale crolla, non ci sono legami di vicinato o d’amicizia che tengano. L’unico legame che conta è la parentela, una parentela stretta. Lasciata allo sbando, dunque, l’impulso iniziale medio della società è quella di frazionarsi in una ricerca esclusivamente individualista del proprio benessere e della propria incolumità fisica. Un egoismo razionalista porta ben presto alla ricomposizione di aggregati micro-sociali in competizione tra loro, in quella che, nel momento stesso dell’attacco, non si riesce a codificare come una contrapposizione ferrea ad un qualcosa “altro da sé”, ma diventa un aggregarsi intorno ad una soluzione di comodo, una “razionalità limitata l’avrebbe chiamata il politologo Simon, volta alla difesa dell’interesse specifico.
Il genere, così come se lo immagina e lo realizza visivamente Romero alla fine degli anni ’60, porta in sé una forte sottotraccia di analisi (critica) socio-culturale, più che politica in senso stretto. L’indagine sui vuoti di potere, la derivazione della legittimità localizzata, le interazioni dei reticoli sociali di una comunità che subisce un attacco del quale non si può autoaccusare in nessun modo, del quale tanto meno non può né sa darsi spiegazioni, indirizzano così in un primo momento questo determinato piano di lettura verso un’impronta più “socialmente accattivante”.
Non bisogna scordare, in effetti, che la genesi dell’horror moderno avviene in un periodo di pulsioni e tensioni che investono il mondo politico solo in seconda battuta, per rivolgersi direttamente alla società civile, per andare a colpire i network di raccordo che fungevano da sfogo e rivoluzionarli.
In un secondo periodo che, sempre per seguire la grande linea guida del “genere zombi” posta dalla quadrilogia romeriana, coincide con il terzo episodio “La notte degli zombi”, pone le basi per uno spostamento del baricentro dell’analisi. Esaurita la carica di dirompente e lucidissima indagine di tipo sociologico per la coincidenza del crollo di un immenso movimento di pensiero come quello generato dal ’68, il tipo di approccio e le sottotracce che si vanno a delinearL'alba dei morti viventie nel cinema di genere si rivolgono ad un aspetto più prettamente politologico.
Parlavamo prima di una seconda fase, quella coabitativa. La traccia filmica di cui si appropria il genere esaurite le potenzialità iniziali, è quella di una sostanziale sconfitta, una rassegnazione delle strutture sociopolitiche a rispondere in modo definitivo alla minaccia dei non morti, per cercare una soluzione che consenta una navigazione a vista in una realtà che più non si possiede più appieno.
Al di là di quella che potrebbe essere una facile lettura pragmatica di uno scenario da tarda guerra fredda negli anni ’80, per giungere poi fino a oggi a uno schema di base della politica interna ed estera statunitense nel recentissimo Land of the dead, gli orizzonti che schiude questa seconda fase interpretativa sono ampissimi.
La descrizione di un tentativo riorganizzativo a tutto tondo di un modello simil-capitalistico come quello che poteva essere uno schema socio-politico pre-apocalisse, accentua in modo drastico una lettura della società che sembra attingere molto ad una lettura elitista del sistema politico. Il riassetto sociale di stampo piramidale che si va a ricostruire nel mondo in coabitazione sembra infatti paradigmatico di una naturale tendenza, accentuata in una scala ridotta, del sistema ad adagiarsi su un sistema politico che pare avere come assunto fondamentale quella che in scienza politica viene definita la “legge ferrea dell’oligarchia”.
Una visione di stampo comportamentista dunque, tesa alla riproduzione di un unico modello inevitabile (e inevitabilmente criticato) che lascia spazio ad un unico possibile schema interpretativo. La risoluzione presa dai sopravvissuti dell’ultimo Romero di partire verso un ignoto, non può risultare una scelta interpretativa o razionale, ma più che altro il rivolgersi ad una utopistica speranza di un mondo migliore; il che ,ad un osservatore esterno, pare sostanzialmente impossibile.
Appurata una lettura della società che pare riprendere un approccio elitista, l’ultimissimo periodo apre anche una problematica altrettanto interessante, legata alla capacità di apprendimento come nuova, cruciale, caratteristica dei non morti. L’apertura alla possibilità di abbozzo di organizzazione sociale da parte degli zombi, e quindi alla strutturazione a livello elementare di un tipo di comunità basata su una legittimità di tipo carismatico, richiama fortemente le teorizzazioni di un vero e proprio cozzare tra mondi socio-culturali estremamente diversi tra loro, e, in fin dei conti, rispecchianti le caratteristiche (semplificate) dei modelli portati sullo schermo di recente.
Come si può capire dunque, l’imprinting socio-politico operaRomero al lavoro sul set di "Land of the dead"to su una cinematografia di questo tipo, è condizionato e risponde fortemente alle problematiche che il sistema politico in cui si va a sviluppare pone di volta in volta. Al di là di facili letture strumentali, si scopre una polisemia di senso che varrebbe la pena approfondire al di là di questo breve schema che ci viene qui offerto.
Certo è che un tentativo interpretativo di questo genere non può che rendere più affascinante ed aperto un tipo cinema che, per tanti motivi, rischierebbe altrimenti di rimanere di nicchia.

Pubblicato da: Xanadu |alle 08:34 | link | commenti (3) |
approfondimenti

mercoledì, 06 luglio 2005
Blade runner: una questione aperta

A Bologna si sta tenendo un'interessantissima rassegna di cinema, di cui stralci e impressioni potrete trovare sul blog del giovanecinefilo.
Nell'ambito della rassegna, è stato trasmesso Blade Runner, storico film di Scott. Cofferati, in una lunga intervista al Corsera, spiegava i motivi della scelta della proiezione della "director's cut", privilegiata rispetto alla versione con il "lieto fine".
Lo scrittore Giovanni Mariotti gli risponde dalle colonne dello stesso giornale:Sergio Cofferati

"Consolatorio": c’è stato un periodo in cui si poteva trafiggere un libro, un film, una canzonetta, con questo temibile aggettivo che significava insincero e kitsch, dunque senza valore estetico. Sul Corriere del 30 giugno l’antico aggettivo è riapparso, severo come ai bei tempi, all’interno di un’intervista a Sergio Cofferati. Tema dell’intervista, il film Blade Runner , proiettato a Bologna col sindaco come introduttore e padrino. «Presenteremo la versione dell’autore», ha dichiarato non senza una sfumatura d’orgoglio Cofferati, «non quella consolatoria» voluta dai produttori, col suo incongruo happy end. Peccato! Blade Runner mi piace quasi tutto, ma il lieto fine cui accenna Cofferati è fra le cose che preferisco e ricordo più spesso. Non ho né lo spazio né la possibilità di raccontare quella memorabile scena (mi trovo in una casa di montagna, senza cassette a disposizione), ma mi basterà citare a memoria le ultime parole perché chi l’ha vista se la ritrovi davanti: «Non so per quanto tempo vivremo insieme, ma chi è che lo sa?».
Lo diceva la voce fuori campo di Rick, sullo sfondo di un cielo azzurro (il primo in tutto il film), fuggendo dall’inferno di Los Angeles con Rachel, la bellissima «replicante» programmata senza data di scadenza. Forse non era un pensiero «profondo», ma un bel film o un bel libro non hanno l’obbligo della «profondità»: conta di più la cosa giusta al momento giusto. Fuori dalla prigione delle loro «identità», e senza più curarsi di chi era uomo e di chi era macchina, Rick e Rachel si amavano perché si scoprivano ugualmente effimeri e ugualmente all'oscuro del proprio destino. Chi di noi non ha pensato, a proposito del proprio partner, la stessa cosa che Rick, il cacciatore di androidi, dice con parole semplicissime?
Certo, la scena poteva apparire ingenua e idilliaca (perché mai l’idillio dovrebbe scandalizzare?), ma conteneva anche un sottinteso perfido: le inattese immagini di cielo azzurro e montagne erano le stesse che appaiono all'inizio di Shining di Kubrick, film che difficilmente potrebbe essere definito idilliaco. Per me quel finale resta un colpo d’ala; altri, incluso quel parziale «autore» che è il regista («parziale» perché un film ha sempre molti autori), lo hanno trovato insoddisfacente; Cofferati lo giudica incongruo e «consolatorio».
Pazienza! La verità è che molti giudicano ancora il «lieto fine» un perverso espediente messo a punto a Hollywood per assopire le masse. Ma non è così: già Dante e lo Shakespeare delle commedie lo praticavano da maestri. Per quanto mi riguarda, gradisco e mi sembra civile che l’autore o gli autori mi accompagnino alla porta dell’edificio che ho visitato, e si congedino da me con un sorriso cortese, possibilmente non privo di qualche indefinibile intesa ironica; e se vogliono «consolarmi», che mi «consolino» pure. Sono per i finali morbidi, non claustrofobici.

Alle interessanti argomentazioni di Mariotti verrebbe da rispondere d'istinto con il celebre scrittore/sceneggiatore Durremat, che sosteneva che (cito a memoria) "la storia migliore è quella col peggior finale possibile". Ma a parte la boutade, che poi tale non è affatto, credo che una polemica sul "giusto finale" sia inutile oltrechè dannosa in generale, ma anche esportata al caso di Blade Runner. Non penso che vi sia una versione "giusta" se non nel senso del rispetto della volontà del regista nei confronti della sua opera. A parte questo, alla storia resteranno le due versioni del film, che racchiudono nel taglio piuttosto che nell'inserimento di qualche minuzia, un totale stravolgimento di senso. Mi pare a proposito più giusto parlare di due film diversi (compatibilmente all'accezione che il termine "diverso" può avere in questo caso), ognuno dei due rivolto ad una ricerca di significato filmico profondamente diversa dall'altro. Su quale sia quello più corretto o ficcante non saprei pronunciarmi. Nè mi interessa una disputa in tal senso. Tendenzialmente rispetterei il regista nelle sue decisioni e nella sua libertà d'azione. Ma una discussione sulla "giustezza" del lieto fine anzichenò, mi pare del tutto antistorica (rispetto a Blade runner) e anticinematografica.

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:26 | link | commenti (17) |
approfondimenti

lunedì, 04 luglio 2005
Blueberry

Seguendo una moda della quale oggigiorno pare non si possa fare a meno, anche lo sceriffo francese Mike Blueberry si appresta a sbarcare sul grande schermo. Il cowboy, partorito dalle matite e chine del celebre fumettista francese Moebius, ha affascinato il franco-olandese Jan Kounen, alla sua opera seconda, dopo "Dobermann", che ha richiamato con se Vincent Cassel ad interpretare un suo personaggio. E pare che dal "padre" della saga, affascinato dalle possibilità del grande schermo, il regista abbia avuto completa carta bianca, andando a realizzare quel che, secondo lui, dovrebbe essere un "episodio mancante" dell'epopea western.
Il cast che assembla si rivela in effetti interessante. Insieme a Cassel, Kounen si avvale della rediviva (e ormai avviata cantante) Juliette Lewis, del sempre ottimo e gigone Michael Madsen, e del mitico Ernst Borgnine, leggendario interprete dell'ormai lontano "Mucchio Selvaggio", e del più recente "1997 Fuga da New york", solo per citarne alcuni.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:50 | link | commenti (4) |
recensioni, filmup

domenica, 03 luglio 2005

E' già online il trailer dela nuova fatica di Peter Jackson, King Kong. Nel cast figurano Black Jack, Naomi Watts e Adrien BrodyPeter Jackson

Il regista con il cast

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Pubblicato da: Xanadu |alle 16:21 | link | commenti (9) |

venerdì, 01 luglio 2005
La terra dei morti viventi

A distanza di vent'anni tornano gli incubi romeriani, scenari di un'apocalisse di genesi tutt'altro che umana, nè autoctona al genere. Gli zombi, i morti viventi, continuano a camminare sulla terra. Anzi. Sono a pieno titolo detentori di una larga fetta di quel che prima era ricordata come una multicolore e formicolante metropoli.
New York, scenario per eccellenza di sequenze epico-apocalittiche (Vi ricordate Vanilla Sky?) è per l'80% ad appannaggio delle mostruose creature dell'oltretomba (gli "walker", come vengono cinicamente e inquietantemente definite nella versione originale). La popolazione sopravvissuta all'ondata di questo strano morbo è arroccata all'interno di Manhattan, dove cerca di tessere trame sociali e rapporti umani che ricalchino la serenità e la normalità della vita di una volta.
La struttura sociale che si riforma all'interno della fascia protetta è paradigmatica della sottotraccia di critica sociopolitica di tipica appartenenza al cinema horror.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 13:32 | link | commenti (5) |
recensioni, filmup

4 Corti

Bara Prata Lite
(Facciamo due chiacchere)
Lukas Moodysson

Il Moodysson di Fuking Amal e di Lilya 4-ever si può dire nasca da qui. Da questo piccolo puntoBara prata lite-Moodysson di partenza, che scatenerà quella reazione a catena che porterà a far conoscere l'autore svedese al grande pubblico. Ferocissima critica alla perfetta welfare society scandinava, dove tutti hanno il proprio posto e lo stile di vita è aiutato e coadiuvato dall'orologio perfettamente sincronizzato dello schema sociale, il corto vede come protagonista un uomo sulla sessantina. Non sappiamo se è stato licenziato o sta andando in pensione. Fatto sta che ci ritroviamo a fare i conti con la sua ossessione di cercare in tutti i modi di rimanere legato al posto di lavoro, prima, e di comunicare con qualcuno, poi. La solitudine agghiacciante nella quale è relegato, lo porta a sfogliare l'elenco telefonico, e a chiamare persone a caso. Fatale per una ragazza buddista sarà la vendita porta a porta del suo libro di spiritualità. Entrata nella casa del nostro, non ne uscirà più, uccisa dal terrore di vederla andare via.
Morta, sdraiata sul letto, il nostro protagonista le dirà, rispondendo a una domanda interiore "Come?....Ah, ti voglio bene anch'io"

Le batteur du Boléro
Patrice LeconteLe batteur du Boléro-Leconte

Splendido esercizio di uno stile-non-stile da parte di Leconte. Un corto che viene racchiuso in un unico e semplicissimo piano sequenza. La macchina inquadra una piccola orchestra, che si accinge a suonare il Boléro di Ravel. Un lento movimento circolare a scendere, ci porta ad avere un'inquadratura fissa di tre quarti del "batteur", il suonatore di tamburo. Da qui, per oltre sette minuti. la macchina non si schioderà. Sorprendentemente, strizzando l'occhiolino al patrimonio francese della nouvelle vague, il suonatore si accorgerà dell'occhio indiscreto. Emozionato, in difficoltà, cercherà in tutti i modi di, come si dice, fare il vago, con pessimi risultati. Un film muto, quasi una dimostrazione di quanto al cinema basti un dosato connubio tra bravura degli interpreti e possente forza dell'immagine per essere pienamente sè stesso.

Charlotte et Véronique, ou tuous les garcons s'appellent Patrick
(Tutti i ragazzi si chiamano Patrick)
Jean-Luc GodardTous les garcons s'appellant Patrick-Godard

Inconsueto esempio dei lavori iniziali del grande cineasta francese, l'unica occasione in cui lo si può vedere lavorare su una sceneggiatura non sua. E' Rohmer a scrivere quello che sembra quasi una messa alla prova in una commedia degli equivoci. Charlotte e Veronique, infatti, due studentesse coinquiline, vengono abbordate dallo stesso ragazzo nella stessa mattinata parigina. Spassosi i due colloqui, nei quali gli stessi elementi di discussione vengono ripresi e ribaltati a seconda dei "punti deboli" delle rispettive ragazze. Le quali tornate a casa, si prenderanno in giro raccontandosi le avventure, salvo poi cogliere in flagrante il bel Patrick in compagnia di un'altra fanciulla. Divertente esercizio di stile di quel che sembra quasi una prova, un materiale di studio e di lavoro, per dar vita di lì a poco alla concretizzazione sullo schermo del movimento dei giovani turchi. Già si notano un montaggio nervoso e tutt'altro che coerente, scelte d'inquadratura ancora legate ma già in contrasto con la tradizione "classica" del cinema. Un Godard in embrion, divertente e mai banale

Copy Shop
Virgil WidrichCopy Shop-Widrich

Copy Shop è un film, per certi versi geniale. E' un film che non si può raccontare in nessun modo a livello d'impatto; va visto e basta. Un uomo, titolare della copisteria del titolo, inizia a riscoprirsi "fotocopiato" in tutti i momenti della sua giornata (giornate che, si badi bene, sono esattamente uguali l'una a l'altra). Questo lavoro di fotocopia lo coinvolge direttamente, andando a creare più e più copie reali di sè stesso, in una mescolanza tra mondo cartaceo e realtà senza soluzione di continuità. Quel che soprende del corto dell'austriaco Widrich, candidato agli Oscar 2001, è la perfetta coerenza di contenuto, messa in scena e tecnica che permea il suo lavoro. Tutto ruota in funzione delle fotocopie e, in ultima analisi, della ripetitività, della riproducibilità. Tutto concorre a questo. Le giornate che si ripetono tutte allo stesso modo, l'occupazione del protagonista, la messa in scena (vengono mantenuti e ripetuti gli stessi angoli di ripresa, gli stessi stacchi di montaggio), la fotografia, sporca e disturbata, il cui bianco e nero ricalca quello della macchina fotocopiatrice. Anche la realizzazione tecnica rispetta quest'assoluta unità d'intenti. Il film consiste effettivamente di più di 17.000 immagini digitali fotocopiate, animate e riprese attraverso una 35mm.

Pubblicato da: Xanadu |alle 09:30 | link | commenti (7) |
retrospettive



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