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venerdì, 27 maggio 2005
Sin city

Nel traboccare di bianchi neri rossi (e gialli), chi si accinge ad approcciarsi a Sin City, si trova di fronte ad una messa in scena sicuramente innovativa.
Un’attenta analisi della prima sequenza basterebbe ad inquadrare il mondo descritto nel film. Un incrocio di noir, pulp, amori senza futuro, bellezze mozzafiato e killer senza (o con troppo) cuore. Il tutto descritto con una meccanica che ricorda i grandi film d’un tempo ed insieme gli eroi perdenti di un certo cinema di trent’anni fa. L’omaggio palese ad uno stacco in negativo che ricorda tanto (l’inquietante) quiete prima della tempesta di un Nosferatu di tanti e tanti anni fa, dà quel tocco di cinico autocompiacimento che, appena partiti i titoli di testa, fa scorrere quel lieve brivido lungo la spina dorsale.
L’ultimo lavoro di Robert Rodriguez attinge a piene mani dal fumetto. Anzi, va oltre, fin ad arrivare ad affiancarsi alla regia proprio chi quel fumetto l’ ha ideato, Frank Miller.
Il connubio Rodriguez/Miller ha ottenuto l’effetto desiderato. L’effetto che, con quella prima sequenza, girata a proprie spese, il regista di “Spy Kids” voleva trasmettere al titubante fumettista, ma che è bastata per tirarlo totalmente addentro al progetto.
Sullo schermo vive quella (Ba)sin City che viene così sapientemente tratteggiata nelle pagine dei comics, fatta di vicoli bui e donne assassine, killer cannibali ed eroi perdenti. Dal punto di vista del mero impatto visivo Sin City è un prodotto notevolissimo.
Le perplessità sorgono a livello di narrazione, di tenuta d’insieme. Il film è costruito su tre storie diverse, accomunate dall’ambiente cupo e poco più, tre storie di tre antieroi diversissimi tra di loro, latori di messaggi e rimandi simbolici lontani e profondi. Questa bella (sulla carta) differenziazione dei punti di vista su una realtà che tanto aveva da rispondere, se adeguatamente sollecitata, viene notevolmente appiattita da scelte registiche e narrative assolutamente piatte e banali. La mancanza di coralità è evidente, eppure si ricercano richiami furbetti con assonanze di luoghi e personaggi, assonanze elementarmente costruite che il film di certo non meritava. A fronte di un fumetto interamente basato sui dialoghi, poi, lo script si adagia per una buona metà sulla voce narrante. Operazione che ha una resa sulla carta, tutt’altra sullo schermo.
Vero orrore da questo punto di vista è l’assoluta omogeneità di messa in scena dei tre microcosmi diversi, che adottano identiche soluzioni fotografiche e registiche, ma soprattutto che mantengono lo stesso stile e tono narrativo. In un film così disomogeneo, cantato a tre voci, un discontinuità narrativa sarebbe stata d’obbligo. Considerando che chi ci parla non è nemmeno una fantomatica “voce della città”, soluzione di compromesso che avrebbe giovato, ma i protagonisti in prima persona. Sin city, che ha visto anche la presenza di Tarantino come direttore di una sequenza, è dunque un gran film a metà. Visivamente sorprendente, costruito a partire da ombre, fisiche e spirituali, narrativamente mostra il fianco a una monotonia e una scarsezza di verve che ne minano la buona riuscita immaginifica. Un buon esperimento, un’ottima prova probabilmente, che alla fine dei conti, però, manca l’obiettivo.

 

 

 

 

Pubblicato da: Xanadu |alle 23:41 | link | commenti (36) |
recensioni

giovedì, 26 maggio 2005
La storia del cammello che piange

locandina originale

La Fandango crede talmente nella nuova tendenza espressiva del documentario, non più informazione televisiva, ma mezzo puramente cinematografico, da aver creato una società appositamente preposta alla scoperta e alla distribuzione nei circuiti nazionali dei migliori documentari in circolazione, la FandangoDoc.
E dopo il fracassone "Supersize me", arriva così in Italia questo strano connubio di una tesi di laurea di un italiano in Germania (Luigi Falorni), e l'amore di una mongola (Byambasuren Davaa) per il suo popolo....

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Pubblicato da: Xanadu |alle 22:30 | link | commenti (2) |
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martedì, 24 maggio 2005

Trailer "The Da Vinci code"

Pessimo come libro, "The Da Vinci code", come ritmo narrativo e tono epico si prestava molto per una sua trasposizione cinematografica. Subito realizzato da Ron Howard, il film dà alla luce il suo primo trailer, che, in verità, svela molto poco sull'effettivo contenuto della pellicola

Pubblicato da: Xanadu |alle 11:23 | link | commenti (2) |
news, anteprime

martedì, 17 maggio 2005
L'orizzonte degli eventi

Daniele Vicari

A Berlino venne presentato "Provincia Meccanica", film di rara bruttezza. Abbiamo (purtroppo) visto tutti come è andata a finire.
I distributori italiani sembrano essersi avveduti, e a Cannes, insieme al più blasonato film di Giordana, presentano questa piccola e interessante produzione della Fandango, "L'orizzonte degli eventi".
L'accoppiata Daniele Vicari alla regia / Valerio Mastrandrea sul set l'avevamo lasciata dopo la non esaltante prova di "Velocità massima", che pure si era segnalata ai David come miglior regia di un esordiente.....

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Pubblicato da: Xanadu |alle 20:26 | link | commenti (5) |
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Ancora su Star Wars

George LucasCome la "saga dei padri" si lega all'epopea dei figli

Leggevo un’intervista rilasciata da Lucas al festival del cinema americano di Deauville. Mi pare interessante notare come Lucas definisca la sua saga “una confezione di popcorn movies”. L’analisi della mitologia cinematografica di Star wars, che va ben al di là del valore intrinseco di quest’ultimo episodio, ma anche di questa seconda saga conclusiva/iniziale, verte sul valore postumo di un’operazione del genere. La prima trilogia aveva il pregio di non raccontare una storia di fantascienza, ma di dipingere un vero e proprio “universo” autonomo e indipendente, inserendo le proprie storie in un contesto ampio, riconoscibile e col quale era facile immedesimarsi, agevole prendere posizione. Lucas veicolava quest’affezione ad un quadro ampio, disegnato con mano ferma, ad una serie di personaggi carismatici e predisposti naturalmente a fissarsi nell’immaginario comune. Non a caso Peter Jackson, che, seguendo una stessa metodologia (presa in questo caso a prestito dalla letteratura) ha dipinto il mondo della “terra di mezzo”, descrive “Luke Skywalker come quel che siamo, Han Solo come quel che vorremmo essere”. La forza della prima saga, dunque, si fondava su tre cardini.
Innanzitutto il mondo descritto, che, lungi dall’essere un semplice “luogo”, una cornice per incastonare gli eventi, imprime agli eventi una valenza del tutto particolare e affine al contesto in cui si svolgono, arrivando a condizionare atteggiamenti e rapporti dietetici a seconda del contesto in cui si ambienta.
Inseriti in questo contesto, ampio, in un certo senso nuovo (ma vecchio) per la fantascienza, c’erano storie che s’imperniavano su personaggi profondi e profondamente legati al proprio mondo, portatori di storie che nascondevano al pubblico lati oscuri, che in parte sarannEpisodio IVo svelati al pubblico, in parte rimarranno nell’ombra, ombra fugata in gran parte da questo prequel triadico.
Fondamentale, e siamo al terzo punto, il mezzo con cui questo mondo veniva descritto. Il grandissimo sforzo tecnologico che stava dietro allo Star Wars di due decenni fa, aiutò non poco le fortune del film di Lucas. I primi due (fondamentali) elementi si andavano a fondere in una realizzazione tecnica per l’epoca straordinaria e immaginifica.
Questo mix sapiente, e l’estrema fruibilità favolistica, scevra da contenuti e dietrologie intellettualistiche, ha reso Guerre stellari un punto fermo nel mondo della science-fiction, ma anche dell’universo cinematografico tutto.
Su queste basi s’innesta tutto ciò che concerne il fenomeno mediatico e idolatrico legato alla saga, che si lega profondamente alla descrizione di un mondo, più che alle vicende in sé, che pur hanno avuto, e hanno, una valenza del tutto particolare.
La seconda saga, questo gigantesco prequel, va a imbattersi con un contesto del genere. Non ci si può (sarebbe intellettualmente scorretto) fermare alla semplice analisi filmica senza fare i conti con un retroterra così radicato.
La progettualità nello svolgersi di questa avventura mi pare da Lucas bene disegnata. Si parte con un episodio alquanto soft, divertente e divertito, come è “La minaccia fantasma”. Approccio che mi ha lasciato un po’ perplesso, nell’eccessiva infantilità di una certa descrizione di ambienti e personaggi. Il secondo sviluppa meglio i temi del primo, ne rappresenta un’evoluzione in senso maturo ma caotico, caos rispecchiato dal carattere del protagonista, Anakin Skywalker, ma anche da una messa in scena che affastella e sovrappone suggestioni ed immagini. La conclusione, questo “episodio III”, chiude il ciclo, si pone in maniera cupamente brutale rispetto alle annunciate risoluzioni della trama. Del tutto “pEpisodio VIolitico”, tutto giocato “di testa”, poco col cuore.
Uno sviluppo quindi disegnato con attenzione, con solchi che progressivamente vanno a definire (ed inquadrare) ogni singola pellicola, ma che la rendono omogenea all’interno di un disegno progettuale.
La trilogia del nuovo millennio deve fare i conti (in positivo e in negativo) su ciò che è già stato, al di là del suo andamento armonico.
Innanzitutto si deve considerare il presupposto che il tutto sia costruito su un morboso aspetto vouyeristico del “vedere” quel che già è stato raccontato. Le vicende messe sullo schermo, gli snodi narrativi su cui s’imperniano, sono stati già tutti svelati, o per lo meno sono facilmente intuibili. Si riproponeva così il problema, la cui soluzione, per quel che abbiamo detto, era già pronta in partenza, di ricontestualizzare la narrazione.
Sostanzialmente, dunque, il successo di questo grande popcorn pictures era, ed è, legato alla sua magnificenza immaginifica, unita alla tensione di vedere quel che già si conosceva per sentito dire. Operazione, dunque, non così scontata, né facile. Ma, da questo punto di vista, la promozione è piena. Ed il successo, almeno per metà, è dovuto al profondo radicamento della saga nell’immaginario del comune fruitore di sala cinematografica.
Il problema, o meglio, la problematica, nasce da un confronto del tutto cinematografico con la saga “dei figli”. Il contenuto, la valenza corporale della vicenda, è la stessa. Si veicola, questo sì, tramite modalità qua e là differenti (ma non troppo). Ma sostanzialmente resta quell’approccio favolistico e, per certi versi, moraleggiante della prima avventura. L’esigenza di stupire attraverso la forza delle immagini o, meglio, degli effetti speciali, per raccontare una vicenda priva di colpi di scena che non siano quelli che s’esauriscono nell’arco di una sequenza, condiziona tutta la saga “dei padri”, e ne riduce un po’ la portata. L’unico appiglio per fondare una serie di film sulla potenza delle immagini era quello di richiamare proprio quel “già visto” su cui si fondava tutta l’operazione. Cosa che avviene in pochissimi punti, in pochissime sequenze (che poi sono anche le migliori). I punti identitari, il suscitamento di sentimenti già di per sé radicati nell’immaginario collettivo si riducono all’osso. E mentre ne “L’attacco dei cloni” l’impianto filmico regge la botta di una trama lasciata a sé (concludendo, tra l’altro, con quella visionaria e tremendamente bella inquadratura sulla parata delle truppe del nuovo esercito), gli altri due capitoli non riescono a sfruttare una propria, cercata, indipendenza, finendo, per motivi opposti, per annoiare.
In sostanza la scelta, quasi obbligata, di fEpisodio Iondare la seconda saga sulla potenza e bellezza delle immagini, fallisce laddove le immagini vengono lasciate a sé, senza un effettivo richiamo ad un livello percettivo già conosciuto, e senza lo stimolo ad un ricordo affettivo ormai radicato.
La saga “dei padri”, dunque, sembra zoppicante in misura di due parametri. Il primo secondo un’ottica prettamente legata al dipanarsi del film stesso, inserito nella logica di un rapporto triadico, che mostra pecche, indecisioni e debolezza di script soprattutto nel primo e nel terzo.
In secondo luogo nel rapporto/confronto con la saga madre, per tutta una serie di motivi che abbiamo sopra esposto.
Detto questo, non si può non considerare che a tal punto l’epopea di Star Wars ha segnato intere generazioni di spettatori, che non si può liquidare un’operazione del genere in modo tranquillamente sbrigativo. Al contrario, va soppesata in ogni suo aspetto e declinazione. Perché in fondo vale la regola aurea che “c’è una cosa peggiore del fatto che si parli male di me.E’ che non se ne parli affatto”.
E nel cinema, appare una regola imprescindibile.

Pubblicato da: Xanadu |alle 17:33 | link | commenti (6) |
approfondimenti

sabato, 14 maggio 2005

Script Star Wars

Per chi fosse interessato, in attesa del 20 maggio, il link con lo script originale de "La vendetta dei Sith"

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:54 | link | commenti (1) |
news

venerdì, 13 maggio 2005
I colori dell'anima - Modigliani

Quando partono i titoli di coda di un film come "I colori dell'anima" viene da pensare subito che sarebbe tranquillamente potuto finire con venti minuti di anticipo. Subito dopo ti rincorre il pensiero che, in effetti, sarebbe potuto terminare anche 127 minuti prima (tanto dura il film).
E capisci che, magari, proprio un gran bel film non era.
La moda del biopic investe anche il mondo della pittura, finora, a mia memoria, non ancora sfiorato...

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Pubblicato da: Xanadu |alle 09:53 | link | commenti (9) |
recensioni, filmup

sabato, 07 maggio 2005
Star Wars - La vendetta dei Sith

Si chiude un'era. Vediamo in che modo

La vendetta dei Sith è un film sbagliato in partenza. Non ha una fine, i momenti conclusivi sono comunque catastrofici, riallacciandosi a un non-inizio di trent’anni prima. L’ultimo di casa Guerre Stellari si tiene in piedi solo perché figlio di quella storica monumentale e immaginifica vicenda che prende il nome di Star Wars. Onore delle armi a Lucas e al suo cinema, che avevano avuto il coraggio di lanciare un film presentandolo da subito (con tanto di testo scritto nei famigerati titoli iniziali che contraddistinguono tutta la saga) come un “episodioIV”. E mantiene lo stesso coraggio con la chiusura del cerchio, esattamente ventotto anni dopo, con quest’episodio III che mostra tutte le fascinazioni di questo pezzo di storia del cinema ma allo stesso tempo tutte le pecche di questa seconda trilogia, assommate alle difficoltà cui già accennavamo.
Il contenitore rimane lo stesso, i contenuti anche. Interessante però notare come ci sia una certa evoluzione del contenuto veicolato dall’immagine anche nel contesto politically correct del mondo di Lucas. La vendetta dei Sith si adegua ai tempi. Si pensi soprattutto alle immagini dei bambini uccisi, piuttosto che all’ultimo devastante duello tra Anakin ed Obi Wan. Tanto che l’ultra-bigotta America ha reso il film inaccessibile per i minori di 14 se non accompagnati. Ci sono sprazzi di una tendenza a seguire la linea evolutiva del cinema, dalla metà dei ’70 ad oggi. Ma sono solo inserti in un tutto piuttosto tradizionale. Lo schema classico della saga, che vede confrontarsi (meglio se a due a due) i protagonisti, alternando con scene di battaglia complessive, viene rispettato in pieno. Si perde la spensieratezza che aveva contraddistinto La minaccia fantasma, per dar vita ad un film incentrato per di più sulla politica, sull’intreccio che segue quasi le orme di una fantascienza asimoviana.
Tendenza comunque smentita dagli effetti speciali straordinari, fondamentali a rendere credibile tutta l’impalcatura. Effetti speciali subito messi duramente alla prova (e valorizzati) da un inizio in medias res che ha il merito di rendere l’inizio del film esaltante, ma il demerito di saturare sin da subito l’attenzione dello spettatore, che nel resto del film non troverà nulla di più né nulla di meno. Questo continuo tendere la corda della tensione non aiuta di certo a mantenere viva l’attenzione, tanto più se si considera che i pochi momenti morti del film annoiano in modo terribile. Anche l’evoluzione dei personaggi sembra un po’ improvvisata. La senatrice Padme Amidala (Natalie Portman), che avevamo conosciuto nei primi due episodi come una donna forte, risoluta e politicamente determinatissima, si trasforma improvvisamente in fragile (e lamentosa) donna da focolare, costantemente in preda a lucciconi ed attacchi d’ansia per il suo amato. Anche il passaggio di Skywalker al lato oscuro non sembra circostanziato né pienamente giustificato.
Su tutto prova a mettere una pecca (e in parte ci riesce) la cornice, ormai entrata nell’immaginario collettivo, di Star Wars, fatta delle musiche di John Williams, di wookie, del maestro Yoda, del casco di Darth Fenere, di pistole, di jedi, ma soprattutto di spade laser.
(Fatevi) forza, e una scappata al cinema fatevela lo stesso.

Pubblicato da: Xanadu |alle 11:12 | link | commenti (17) |
recensioni

venerdì, 06 maggio 2005
Old boy

Dalla Corea con furore. Furore (probabilmente) esagerato. In questi due brevi periodi si potrebbe sintetizzare l'essenza del film di Park Chan-Wook, esaltato in patria e sdoganato l'anno scorso a Cannes dal premio della critica. Al regista gli si deve riconoscere coraggio e maniera, nel mescolare le carte di un insieme che riecheggia in salsa tarantiniana le sacralità e le pulsioni profonde di tematiche che hanno radici nei miti della classicità. Come non leggere nel ghigno di Oh Dae-Su, il protagonista interpretato da Choi Min-Sik, una rilettura socialmente attualizzata e distorta del mito/tragedia di Edipo......

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Pubblicato da: Xanadu |alle 08:06 | link | commenti (12) |
recensioni, filmup

martedì, 03 maggio 2005
Be cool - due (re)visioni a confronto

Alessio Guzzano: Si dice che sullo schermo nulla risulti più noioso del sesso. C’è invece una pantomima assai più tediosa da seguire: quella degli attori che si compiacciono di si stessi in script su cui si lavora di pialla e di belletto per metterli al servizio della passerella hollywoodiana auto-referenziale. Sono i film in cui ogni membro del cast, finite le allegre riprese, dichiara di essersi divertito come un matto. La ricetta prevede una macedonia di facce ultranote (qui: Travolta, Thurman, Vaughn, DeVito, Keitel) che – nella trama – si cimentano in una galleria di ruoli che ammiccano al proprio personaggio fuori di essa. Titoli di coda in cui si confondono interpreti e produttori. Luoghi e situazioni della Los Angeles più in (oggi cool, da cui il titolo) percorsi con l’aria di chi la sa lunga nel fare la sgrammaticata parodia di se stesso credendola divertente. Il tutto fotografato con stile finto noir e musicato con il criterio accalappia pubblico di cui sopra (qui: vecchie glorie come Steven Taylor gomito a gomito con un paio di idoli dei teen-ager).
La storia, seguito del già sopravvalutato Get Shorty, è quella dell’ex gangster che si risciacqua il curriculum esportando gli antichi metodi nel mondo del cinema e della musica californiani. Il regista di The italian Job ci fa sapere di aver voluto fare <una versione hip hop della Dolce vita>. Ma rivedendo Uma Thurman e John Travolta ballare sexy, ascoltando monologhi seriosi uscire dalla bocca di improbabili colossi, la sensazione è che dal suo film trapeli solo una gran voglia di ricalcare Tarantino. Senza averne il passo. Né la partitura.

 

Così Alessio Guzzano ( www.alessioguzzano.com) affronta e smonta il recente Be cool, di Gary Gray. Sinceramente non me la sentirei di liquidare un prodotto del genere come atto di puro manierismo cinematografico. La sostanza, al di là dell'attenzione auto-vouyeristica che il mondo di Hollywood e dintorni ultimamente prova per se stesso, è ben presente in un film che stravolge in modo preciso e sistematico topos e canoni naturali di un certo modo di fare cinema reinserendoli in una cornice perfettamente ordinaria e omologata. Un'attenzione al divertimento, all'autoironia, che va al di là del semplice autocompiacimento. Si, troviamo un ritorno piuttosto sdolcinato del momento del ballo Thurman-Travolta, troviamo atteggiamenti tipicamente yankee nel risolvere il climax cinematografico, ma troviamo anche e soprattutto una seriamente gioiosa voglia di prendersi in giro, non discostandosi nè rendendo grotteschi i "tipi" cinematografici che si vogliono mettere alla berlina (pensiamo ad un The Rock splendidamente e omosessualmente gigolò, o alla ridicola macchina, laddove l'automobile è paradigma del potere, su cui gira Travolta per le vie di Los Angeles).
In giro per la rete, risponde, in modo assai circostanziato e circostanziale, Mattia Matteucci, su PickPocket (www.pickpocket.it)

 

Mattia Matteucci: Ironia. Anzi, autoironia. E pure selvaggia, scriteriata, incessante. Sta qui la cifra di Be Cool. Qui, nel continuo ripiegarsi convulso del film su se stesso, in una forma cinematografica che si avvale del riciclo e del citazionismo metalinguistico, del riutilizzo di attori e personaggi, di figure che rubano alla vita, che mischiano la realtà con la finzione, che vengono offerte e slittano continuamente nella celebrazione di un cinema che forse non è più solo cinema e che sfonda sulla commistione più sconsiderata. Be Cool è molto più sofisticato di quanto si possa credere e di quanto verrà creduto. Si prende un po’ di tempo prima di partire, ma lentamente, mettendo in gioco tutto quello che il film comprende – disvelando quindi i personaggi, la loro diretta provenienza da un reale, il loro stretto rapporto con una finzione filmica cucitagli appositamente addosso – Be Cool inizia ad esplodere in tutte le direzioni. E Gray questa esplosione la sa direzionare, guidare e usare con intelligenza.

Una delle cose più interessanti di Be Cool ci pare essere proprio la congiunzione degli eventi biografici con la finzione filmica. Abbiamo un rapper che scimmiotta se stesso, una cantante che sta emergendo nel panorama musicale che interpreta una cantante che vorrebbe emergere nel mondo della musica, un regista (Gray) che ha da sempre lavorato nel mondo dei videoclip che fa in finale di film un videoclip (tra l’altro anche ironicamente premiato agli Mtv Music Awards ), The Rock attore macho di un certo piatto, ma serio, cinema d’azione che si trasforma in guardia del corpo gay e rammollita, Travolta e la Thurman, che si erano lasciati in Pulp Fiction, tornare a ballare assieme (e non a caso) e finalmente baciarsi con 11 anni di ritardo. E poi ancora Steven Tyler e gli Aerosmith, i Black Eye Peas.
Citazioni cinematografiche e metacinematografiche (si pensi a quel gioiello che è Il negoziatore, dove il vero protagonista è il Cinema al lavoro…), personaggi che interpretano loro stessi, che re-interpretano personaggi già interpretati (John Travolta-Chill Palmer è al centro del triangolo Tony Manero, Vic Vega, James Bond) il tutto restituito da una regia volutamente giocata sui movimenti avvolgenti e a sè stanti, ridondanti, continui e ripetuti appartenenti ad una pratica opaca e frontalizzata, che spesso gioca con l’improvvisazione degli attori e della messa in scena (la sequenza girata alla stadio di basket) e che affoga all’interno della solita e solida costruzione narrativa ad incastro alla Elmore Leonard.

Dopo aver osteggiato per tanto tempo quella forma stilistica di mezzo giocata tra le componenti significanti del video musicale e quelle significative del cinema, ora che i film hanno inevitabilmente (come è inevitabile l’evoluzione in un determinato ambiente) assunto una forma spudorata, seppure con ironia e coscienza, è indispensabile ammettere di essere entrati in una nuova dimensione culturale del cinema. Un cinema dove la struttura viene messa in gioco e mostrata, portata in superficie spudoratamente senza nessuno tentativo velleitario di tenerla nascosta. Lo dimostra l’inizio fulminante, in quella fase ancora incerta delle percezione filmica, in cui non si è in grado di stabilire ancora dove il film si muoverà. La sequenza iniziale si apre con una serie di inquadrature ripetute su un’automobile in movimento. Pare di trovarsi di fronte ad una pubblicità, ancora una volta di fronte al cinema di segno, frontale e opaco. Eppure in questa scelta, che per tutto il film verrà ripetuta in forme disparate, sono presenti tutte le caratteristiche del cinema di Gray e soprattutto risiede la necessità di mostrarsi con onestà, senza subordinazione.
Be Cool è un film capace di giocare psicologicamente con tutti i nuovi paradigmi stilistici, mischiandoli in una continua ridefinizione dei ruoli, interni (della narrazione) ed esterni (quindi in relazione con le fonti più disparate che convergono nel cinema e nel processo di realizzazione di un film) dove è proprio la volontà di coincidenza tra quello che viene mostrato e quello che semplicemente è a fare di questo film un’autentica prova di rara onestà intellettuale.

Pubblicato da: Xanadu |alle 17:44 | link | commenti (11) |
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