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Sull'esaltazione del far-east

Molti hanno salutato la vittoria come miglior film agli Italian Online Movie Awards (www.ioma.it) di “Ferro 3” del coreano Kim Ki Duk come una prova di maturato approccio del pubblico cinefilo ad una visione di cinema che non sia legata solo ad una modaiola tendenza di gusto, critico e pubblico, come magari poteva esser visto, con comprensibile scetticismo, il trionfo di Tarantino del “Kill Bill 1”.
Si è arrivati a sostenere ed esaltare il film del cineasta coreano come una delle migliori pellicole degli ultimi anni, se non di sempre, elogiando il suo autore (che molti di questi elogi li merita) come uno dei più grandi cineasti in circolazione.
Mi permetto di sollevare qualche obiezione. “Ferro 3”, seppur un film girato con accortezza e passione, mi sembra lontano dallo sfiorare quei picchi di eccellenza a cui tanti lo ascrivono. Pieno di quell’afflato al dualismo “assenza/soffio vitale” tanto presente e pressante nella cultura estremo-orientale, il film di Kim si ferma su un piano ontologico. Un film manifesto. Manifesto di un modo di pensare, di concepire e concepirsi, che sembra però rifiutare di sporcarsi le mani con l’essere cinema, con la freschezza e l’importanza di raccontarsi una storia, di vivere lo schermo in quanto tale. Ferro 3 rifugge da queste logiche, per rifugiarsi in una (per carità, ottima) metafora della vita e dell’esistenza, ma evitando accuratamente di contaminarsi con un linguaggio che non sia quello del corpo e della poeticità (post-moderna) delle immagini. Il coreano Kim Ki Duk rappresenta sicuramente una ventata di novità e un ottimo veicolo pubblicitari (insieme al regista di Hong Kong Wong Kar Wai) del nuovo cinema orientale, portatore di un proprio valore cinematografico dell’immagine, più funzionale alla decodificazione dell’humus culturale del far east. Ma Ferro 3 estremizza quest’uso diverso della mdp, regalandoci un prodotto che cerca quasi di esulare da un giudizio che sia filmico, per raccontarci per immagini una “sensazione”. Non bastano a mio avviso i riferimenti carichi d’ironia presenti in tutto il film, volti a stemperare l’areiformità del tutto. Il film rimane un veicolo non filmico, slegato dal contesto in cui è fatto. Spesso un pregio, ma, a volte, anche difetto. Critiche entusiaste hanno parlato di purezza dell’immagine, della ridondanza di qualsiasi parola per descrivere un “pensare con il cinema”.
Ma al di fuori di una sua materialità il cinema smette di essere cinema per diventare un'altra cosa.
Lodevole, bello, notevole anche per certi aspetti, ma privo di quel cercato contatto con la “sostanza del cinema” che fa di un film un grande film.
E non vorrei che la rivalutazione di un troppo spesso dimenticato cinema extra-europeo ed extra-hollywoodiano porti a una sopravalutazione del girato che non si comprende di primo impatto, o che fa tendenza perché etnicamente e culturalmente distante da noi.
Così come dimostra, invece, l’attribuzione a Ferro 3 del riconoscimento come miglior film dei cinefili del web, frutto di una tendenza modaiola che vede oggi questo spalancarsi (intendiamoci, fatto di per sé molto positivo) al cinema del lontano oriente, così come fu modaiola l’anno scorso la pioggia di premi sul KillBill1 di Tarantino, a fronte di un volume secondo (superiore in tutto) scordato del tutto, perché non più, come ama dire qualcuno, cool.
Non servono commenti

.
Se c’è una cosa che impressiona in negativo nel cinema italiano recente, al di là della scarsezza di fondi o del poco coraggio e monocordia di un filone narrativo ormai stereotipato, è la disarmante pochezza d’idee.
“Non aver paura” presenta già un titolo che non apre ai migliori auspici, con il suo ammiccamento al già noto “Io non ho paura” di Salvatores. Angelo Longoni (in collaborazione con Massimo Sgorbani per quanto riguarda lo script) cerca di dare vita ad un’operazione innovativa, che sviluppi, facendoli intrecciare, parallelamente il filone del dramma familiare e quello del thriller all’italiana.
Il mix che ne esce non aiuta sicuramente ad approfondire e a compiere nessuno dei due, dando vita ad una sceneggiatura che finisce per affrontare superficialmente una storia che forse qualcosa in più avrebbe avuto da dire.
La ripercussione del contrasto fra i genitori, una Laura Morante che mostra un nevrotismo alla “Ricordati di me” e
Alessio Boni, sul ragazzino protagonista viene esemplificata tramite l’espediente dell’”amico immaginario”. Il didascalismo e la linearità caratteriale che ne consegue giocoforza sui personaggi aiuta a consolidarsi l’immagine di un film che avanza pretese di analisi introspettiva e profondità di messa in scena, senza esaurire nessuna delle due. C’è, sotto sotto, la sibillina intenzione di incollare allo schermo il pubblico tramite l’espediente narrativo dell’aumento graduale della tensione, intenzione che viene vanificata da un uso eccessivamente ridondante e pompato della colonna sonora, che alla lunga ottiene l’effetto opposto.
Una maggiore umiltà e semplicità di script, ma anche di successiva direzione dei personaggi e tipologia d’inquadratura non sarebbe guastata. Si ricercano snodi narrativi ad effetto, ricadendo a tratti quasi nel ridicolo nel tentativo palese di forzare la mano alla realtà.
Ci si rammarica un po’ di come ultimamente il cinema nostrano sia costantemente alla ricerca della grande storia mancata, del grande climax fallito. E non guasterebbe di sicuro, almeno tentativamente, un approccio più minimalista.
Scoprendo Olivier
Marchal..
Trentasei è un film atipico.
Innanzitutto nel titolo. Titolo che pur bene inquadra l’intento vero del film. Titolo al di sopra delle parti, asettico, imparziale, topografico.
36, Quai des Orfèvres. Un indirizzo. L’indirizzo di una targa divelta dal muro nella prima scena del film. Scena che serve subito a disorientare lo spettatore. I due loschi individui armati si trasformano, dopo il primo stacco, in due bontemponi dal cuore d’oro, e l’impressione negativa data dall’impatto iniziale si scioglie in una bella bevuta.
Olivier Marchal, proveniente dal mondo della televisione, al suo secondo film, gioca tutte le sue carte qui. Nel continuo spostarsi del fulcro narrativo, nel continuo sfocarsi del nodo narrativo, che ricompare dopo poco in altri panni, sotto altre sembianze.
Così 36 ci parla della lotta contro una banda di rapinatori, ma anche della rivalità tra due poliziotti, della loro (ex) amicizia, del loro drammatico contrasto, della rovina di uno e del trionfo dell’altro, e pure della serenità dell’uno e della tristezza dell’altro, ma anche di morti che scottano, funerali che ustionano, passati che tornano.
La bravura del regista, ma soprattutto del regista-sceneggiatore, è di rendere una traccia che poteva risultare monomane e monotematica, un continuo rincorrersi di obiettivi, di mete sempre più vicine ma sempre più distanti. Accostamento con l’intrinseco di una vita vissuta da poliziotto. Marchal poliziotto lo è stato. E questo è positivo per l’agilità “pesante” del film. Ma anche negativo. C’è infatti una furbetta, nonché fastidiosa, tendenza all’enfatizzazione, alla ridondanza, soprattutto nella scelta e nella collocazione delle musiche. Colonna sonora controversa, che aiuta e accompagna splendidamente in momenti chiave dell’azione (“Tu già lo sai, Demì” “Cosa?” “Che non sarai mai quel gran poliziotto che avresti voluto essere”; fondamentale e toccante l’uso del sonoro che accompagna la chiave introspettiva di tutto il film) ma d’altro canto si fa trascinare la mano in momenti che, con un approccio un tantinello più minimalista, anche nell’enfasi del girato, sarebbero stati di grande cinema.
36 comunque non delude.
Anche per la partecipazione di due mostri sacri del cinema francese, Daniel Auteuil e Gèrard Depardieu, mirabilmente illuminati e divisi dal fascio di luce della locandina.
Il contrasto tra i due non esce mai allo scoperto, non deflagra. E’ sottolineato da battute sfuggenti, il l
oro contrasto, in amore e nel lavoro, è inciso da sguardi, da movimenti e mezze parole.
Il pregio di 36, l’introspezione al di là dell’azione, è proprio l’opposto di uno dei punti deboli di un altro recente noir: Collateral.
In 36 non c’è spiegazione, non verbosità, è la macchina da presa a scegliere e determinare l’andamento introspettivo dei personaggi, e quello emozionale del pubblico.
E il contrasto appare anche nel contrappasso della fisicità.
Un Auteuil roso, imbolsito, mai sbarbato, distratto, fa da contrappunto ad un Depardieu sempre perfetto, elegante, curato, eppur, umanamente, sfatto, roso dall’invidia e dalla commiserazione per se stesso.
La regia aiuta nella descrizione dei due personaggi, contrappuntati dalle rispettive mogli, la Golino e Francis Marchal, moglie del regista. Regista che si ricava un cameo, nella parte di un vecchio delinquente che ha ormai appeso la pistola al chiodo.
Tutto sommato, questo “Heat” alla francese non delude, e sotto una regia quasi sorprendente per questo non più giovanissimo autore, mostra una verve sapientemente mescolata ad un patos che fanno godere e apprezzare gli intenti ed il risultato.
...e solo una volta mi parlò e disse:"mamma, non voglio più imparare a parlare"...
Un pò di tempo fa scrivevo a proposito de "Il muro", di Simone Bitton (a chi interessasse è recuperabile qui ) sottolineando come la "soluzione all'americana" del documentario, portata in auge dai documentari di Moore e affermatasi ultimamente con "The Corporation" ma soprattutto con il recente "Supersize Me di Spurlock".
A questa tendenza, che io definirei "di montaggio", si contrappone una diversa linea, di stampo europeo, che chiamerei "d'immagi
ne". E' questa dicotomia, che spinge i documentari di primo genere a far uso a man bassa dei mezzi del montaggio nel costruire una tesi e quelli di secondo tipo a far lavorare di più la telecamera, le immagini, a caratterizzare oggi il mondo del documentario d'impronta "cinematografica". E paradigmatico del secondo genere, che mi affascina sicuramente di più per "filmicità", coerenza e onestà intellettuale, è "Apocalisse nel deserto", di Werner Herzog.
L'idea, carica di un'ironia drammatica, è quella di spacciare lo scenario di guerra irakeno come la superfice butterata di un qualche pianeta lontano. E' la metafora di uno scenario "dell'altro mondo" a reggere tutta la pellicola. E mai come in questo film si lascia parlare le immagini. La struttura di tutta la pellicola è costituita da piani e piani sequenza a volo d'uccello sui villaggi devastati, sulle colonne di fumo del petrolio. I contatti con il suolo sono ridotti al minimo indispensabile, così come anche le interviste a persone del posto. Anche il commento audio si limita a sottotitolare qua e là, a fornire una discreta chiave di lettura per poi ritrarsi in disparte.
La potenza delle immagini è sorprendente, così come anche l'intelligenza registica nel farle parlare. E in un certo senso c'è più cinema in "Apocalisse nel deserto" che in una buona metà del cinema recente
Un breve sguardo all'indietro
Dopo l’uscita de “La febbre” si potrebbe azzardare un giudizio sulla prospettiva passata e presente di un regista come D’Alatri, autore in un certo qual modo paradigmatico del cinema italiano odierno, o se non altro di una buona parte di esso.
“Americano rosso” e “Senza pelle” costituiscono un esordio che passa abbastanza in sordina. Ma soprattutto il secondo vede in embrione la traccia che il regista romano sta seguendo con i suoi “film della notorietà”. Ma ci ritorneremo. Si deve passare prima inevitabilmente per il film che ha sollevato D’Alatri dall’anonimato, un film per certi versi anticonvenzionale, ma riassimilabile in toto ad una poetica che richiama soprattutto certe movenze di “Americano rosso”, ma anche tutta la messa in scena successiva, quella che ha consacrato l’autore al grande pubblico. “I giardini dell’Eden” perché è di questo che stiamo parlando, si muove esplorando un contesto socio-politico, così come farà “Casomai” e in modo più netto “La febbre”, che poco si lega con l’ambientazione da vangelo apocrifo nella quale il film si muove. L’impostazione caratterizzante di “film sociale” che aveva assunto la filmica d’alatriana già con i primi due lavori, e che si confermerà negli ultimi due, passa per lo snodo cruciale del film con Kim Rossi Stuart.
Sembra quasi che il regista si voglia allontanare da un contesto a lui familiare per mettere ordine le idee, per confrontarsi con un materiale che può, per certi versi, essere sganciato da una lettura quotidianistica, per ergersi a cinema in quanto tale. Operazione riuscita e fallita allo stesso tempo. Riuscita perché centrato l’obiettivo di ordinare e ordinarsi le idee su un certo modo di fare cinema, fallita per il fallito tentativo di sganciarsi dal filo rosso che marchia i suoi film “contemporanei”, per involgersi in dramma storico-religioso che richiama fortissimamente tematiche e modi di altri contesti.
Cruciale e per molti versi esaustivo, “I giardini dell’Eden” apre le porte alla seconda, forse più importante, fase registica di D’Alatri, quella della collaborazione con Fabio Volo. Fase questa che non rinnega una virgola del D’Alatri degli esordi, ma al contrario conferma pregi e lacune del regista.
Rimane fondante e motore primo il tema sociale, che si insinua però in modo più soffuso e a tratti metaforico, riscoprendo però a volte una verbosità retorica e spesso fuori luogo. Sia in “Casomai” che ne “La febbre” si avverte questa necessità di spiegare, di illustrare con le parole anziché che con il cinema il messaggio di fondo del film. E in entrambi i casi l’operazione viene portata avanti da figure in un certo senso “estranee” al film stesso (rispettivamente il parroco e il Presidente), e al tempo stesso motore della vicenda, in un’incongruenza di fondo che lascia un po’ spiazzati.
Difficoltà maggiore di un D’Alatri che si fa forte dell’innegabile personalità di Volo, è quella di non rendere artefatte, false, le sue sceneggiature, e di mantenere una coerenza e un’unità di fondo che spesso viene a mancare. Questa fatica, già intravedibile in Casomai, emerge, in modo purtroppo decisivo per il film, con La febbre, che risente pesantemente di una diffusa mancanza d’unità dello script e di passaggi spesso raffazzonati se non infantili. Tentativamente l’obiettivo del regista è quello di mettere in luce in maniera bonaria, ma mai buonista, le pecche di una società secondo lui disastrata. E da questo punto di vista D’Alatri fa un cinema che non può non essere definito “politico”. Seppur non riuscendoci, gli va ascritto il merito di aver provato a dare un’alternativa a Muccino nel cinema mainstream italiano, con risultati che però finora hanno lasciato a desiderare. Si intravedono tuttavia le potenzialità di un autore che ha il non indifferente vantaggio di essere inserito nello star system del cinema italiano, e di poterne sfruttare appieno i mezzi.
Aspettiamo dunque (ancora) il miglior D’Alatri.
Rafael è un playboy, un uomo che potrebbe avere tutto nella vita, è che in realtà nulla possiede, idolo dei clienti del suo “reparto donna” dei supermecati, a sua volta adorante nei confronti dell’idolo del successo, dell’eleganza e delle belle donne.
L’ostacolo fra lui e la chiave per sbloccare le porte di quel mondo è nell’eterno rivale, Don Antonio, da anni direttore del “reparto uomo” degli stessi magazzini.
E quando sco
ppierà un violento alterco in cui l’eterno rivale verrà accidentalmente ucciso, Rafael scoprirà a sue spese cosa vuol dire se, come unico testimone, ci si ritrova a fare i conti con l’unica megera che lavora nel tuo reparto: Lourdes.
Lo spagnolo Alex de la Iglesia mescola in modo abbastanza accorto gli stilemi della commedia all’americana con quelli di una tradizionale commedia nera, creando un mix che sicuramente non stanca, e che offre anche punte di divertimento notevole. Al contempo il film si porge come vivido portatore di un messaggio etico/morale che va al di là di una prima lettura dell’immagine.
Il mondo descritto da de la Iglesia è un mondo poco rassicurante, incerto. Ogni personaggio si rivela portatore di un cancro interno, di una frustrata ambizione o di istinti animaleschi sopiti e repressi. In pieno e maieutico contrasto si pone il luccicante ambiente, le sfavillanti scenografie prestate al film dal mondo del consumismo sfrenato, che viene idolatrato, assurto ad ambizione e termine ultimo di vite così senza speranza.
La mordace critica sociale viene portata avanti in modo sotteso e gustoso, non influendo minimamente sulla messa in scena, anzi, gratificandola e accompagnandola all’unisono.
Certo è che, al di là della buona interpretazione del cast (Monica Cervera su tutti), la coerenza globale del film e la tenuta della sceneggiatura si devono spesso rifare a convenzioni e facilitazioni che ne appannano un po’ lo smalto. Figure quali il fantasma di don Antonio poco hanno a che fare con lo svolgimento del tutto, e si riducono a presenze fini a sé stesse.
Non si può dire d’altra parte che de la Iglesia non abbia confezionato un prodotto che, seppur con poche pretese, risulta a tratti spassoso e mai noioso. Anche se sui “modi” ci sarebbe abbastanza da dire.
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