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giovedì, 31 marzo 2005

Orrori della carta stampata

Loro sono i "critici" quotidianisti. Rei, a nostro parere, del disamore dello spettatore nei confronti della critica cinematografica

Così Pickpocket.it, web rivista di critica cinematografica, introduce una selezione di articoli tratti dalla carta stampata.
Ora fa piacere vedere che il Corsera, scrivendo un trafiletto su "La febbre", parli del protagonista come frustrato dal suo sogno di aprire una "tabaccheria". Esempio più volte citato da D'Alatri in conferenza stampa, ma totalmente inesistente nel film.
Segno del profondo disamore e della profonda superficialità con cui un certo tipo di giornalismo si preoccupi solo di curare bene "il pezzo", senza interessarsi minimamente dell'oggetto su cui scrive.
Bah

Pubblicato da: Xanadu |alle 20:03 | link | commenti (2) |
news

lunedì, 28 marzo 2005
Primo Amore

Su Garrone e un'idea di cinema

Arrivo a Garrone "vergine" dal suo precedente Imbalsamatore, non vorrei delineare la panoramica di un regista, a mio avviso in potenza un autore. Ma è proprio ciò che mi spinge ad azzardare quest'ultima considerazione che spinge altresì a scrivere di Primo Amore.
Già tanto è stato detto, ribadito e contestato, che non mi permetto di entrare in una discussione generale. Mi preme però sottolineare come ci sia, al di là dello svolgersi della storia, di uno "strano neorealismo" attoriale e situazionale, di come ci sia, dicevo, uno straordinario (per i nostri tempi) rispecchiarsi di forma e contenuto, di sceneggiatura e messa in scena, fattore degno di essere sottolineato proprio perchè rarissimo nel panorama cinematografico italiano odierno (assimilabile forse solo a "Le conseguenze dell'amore" di Sorrentino). un immagine del film
Garrone parla di mancanze, di una materia che, al pari dell'oro, viene cesellata, scolpita, di una materia carnale che diventa oggetto. Proprio la non corrispondenza corpo/testa, sottolineata nel film, porta l'orafo a non valutare, a non dar credito alla testa che c'è dietro al corpo che tenta così voyeuristicamente di disegnare. Allo stesso modo ogni singola inquadratura rispecchia questo scavo, questa cesellatura. Garrone inserisce macchie vivissime di colore su sfondi neri, sprazzi di luce su una tela che sprizzano vita, e al contempo la racchiudono nell'esiguo spazio di un angolo dello schermo. Allo stesso modo mantiene sempre un distacco del tutto "materiale" dai propri attori, inserendo e frapponendo nelle inquadrature di volta in volta stipiti di porte, alberi, fogliame, oggetti, dando sempre un impatto estremamente concreto alle sue inquadrature. La sintesi di questi due modi di vedere la realtà, unita a una recitazione, come già accennato, molto realista, dà un impatto molto concreto, serrato, più di corpo che di mente, per tornare al contrasto che il film esplicita. Una carnalità del visto che viene macchiata, stranita dal ricorrente utilizzo di spazi scuri che circondano sprazzi di colore o, viceversa, di questi colori che scavano tentativamente in un buio quasi immateriale, il tutto aiutato da una fotografia che esalta la lucidità dei toni e dei riflessi.
Sottilissima e altrettanto geniale immedesimazione del regista nel punto di vista del suo protagonista, senza per questo influire in modo palese e caratteristico nella propria messa in scena.
Se non altro per una profonda e coerente idea di cinema mi pare opportuno ricordare Martone regista, forse autore, al di là dell'impatto disturbante, e forse per questo accattivante, di un film come Primo amore"

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:42 | link | commenti (2) |
recensioni

sabato, 26 marzo 2005
The Jacket

Abbozzo di recensione

Che succede se perdi la percezione di ciò che sia reale e quello che invece è frutto della tua fantasia, e ti ritrovi rinchiuso con l’accusa di aver ucciso un uomo, ma al contempo ti ritrovi nel 2007 a parlare con quella che credevi solo una bambina ed invece è già donna?
Lo stereotipo della mente confusa è attinto a piene mani da John Maybury, alla sua prima esperienza con un lungometraggio ampiamente distribuito, ma in modo intelligente e mai pesante.
Il tema della guerra, della confusione e in un certo senso manipolazione del pensiero, ma anche alcune atmosfere sembrano rievocare il recente “The Manchurian Candidate” di Demme. E il tema riproposto in effetti è un po’ liso nell’ambiente cinematografico. La macchina della società che tritura, che emette sentenze definitive rispetto alle quali il singolo nulla può fare, non può reagire. Questo è tanto vero quanto il continuo gioco a rincorrersi di una sceneggiatura che si trastulla nel e col tempo risultando a tratti consolante, a tratti dura, facendo perdere la bussola spazio-temporale allo spettatore senza per questo incardinare su sterili virtuosismi di scrittura l’economia del film.
Il trip mentale (o presunto tale) non diventa così il fulcro di un film che tende per lo più a esplorare i propri personaggi, anche se forse sarebbe meglio dire il proprio personaggio. La regia è funzionale allo scopo, e al contempo creativa e non banale. Maybury sta addosso a Brody, ma agli attori in generale, non li molla un secondo, sottolineando con una fotografia traslucida i giochi d’ombra che si formano sui volti, sui corpi. La telecamera esplora il corpo dell’attore, metafora della ricerca del protagonista all’interno della sua mente.
Il tutto contribuisce a creare quella coerenza interna che dovrebbe essere requisito fondamentale per ogni film.
Peccato per un finale un po’ stiracchiato, che molto concede ad un sentimentalismo amaro alla “Eternal Sunshine”, ma che tutto sommato non è sufficiente per mutare un giudizio che non è comunque negativo, nonostante la portata e le ambizioni del film non siano sicuramente di alta caratura

Pubblicato da: Xanadu |alle 18:24 | link | commenti |
recensioni

lunedì, 21 marzo 2005
Gli Spietati (e qualcos'altro)

Quando il cinema di frontiera viene interpretato da chi ha contribuito a formarlo, e, in un certo senso, a farlo morire, nascono film come Gli Spietati. locandina de "Gli Spietati"
Film che rivelò Eastwood dietro la macchina da presa, e servì a sdoganarlo da una certa idea di interprete sotto certi aspetti monomane e monolitico, idea trasportata per osmosi all'Eastwood di dietro la macchina da presa.
The Unforgiven ha in embrione tutte le idee di senso di cinema che Eastwood ha coerentemente trasportato in due suoi ultimi, grandi film, Mystic River e Million Dollar Baby. Si muove su un terreno a lui amico, a lui congeniale, seppur ma così stravolto nei topoi e nelle forme quanto fatto da lui.
Cade la forza espressiva della categorizzazione del west, che tanta forza aveva dato a un certo tipo di cinema western, il cinema delle origini, della trasparenza. Basti pensare solamente alla diligenza di Ombre Rosse, all'esercito de Il massacro di fort Apache, per avere un'idea di quanto il west, come caratterizzazione leggendaria, aveva fatto gioco nell'immaginario filmico.
Chi, prima di Eastwood, aveva cercato di scardinare le trame diligenti di quel tipo di west, ormai logoro dopo i fasti abbaglianti degli anni '40 e primi '50, era stato quell'indimenticabile Sam Peckinpah, autore dei memorabili "Mucchio Selvaggio" o "Pat Garret e Billy the Kid", solo per citarne un paio. E proprio quest'ultimo è sintomatico di una patologia/cura che lo porta ad abbandonare il mondo dei pellerossa, che lo porta ad abbandonare finanche i suoi eroi, uno ammazzato, l'altro ormai arrivato ad incarnare, seppur con uno stile inconfondibile, l'antieroe per eccellenza.
Peckimpah, l'immenso Peckimpah, lavora e giostra ancora in un mondo rassicurante, seppur dia la spinta necessaria, e forse conclusiva, per lo scardinamento di quel mondo. Poste queste basi, a oltre dieci anni di distanza irrompe Eastwood, con un film che scavalca la nozione filmica di Peckinpah, scavalca il suo "senso" di west.
La differenza fondamentale sta nella contestualizzazione dei fatti. Il west per Eastwood è solo un pretesto (termine da non leggere nella sua accezione negativa) per raccontare una storia, la sua storia. Per Peckinpah il west è imprescindibile dai suoi lavori. Provate a mettere Billy the Kid in un contesto che non sia il suo, perderebbe tutta la potenza espressiva che mantienSam Peckinpahe sullo schermo se ben contestualizzato.
Eastwood sgancia la storia dal contesto, rendendo l'ambiente della frontiera la degna cornice di un gran quadro. Ma la demitizzazione che compie va al di là del contesto in cui si muove. Si parlava di epicità. Ecco, non c'è nulla di epico nei personaggi che il regista mette sulla scena. La loro umanità è un vissuto talmente contrastato e poco lineare che la percezione di chi si ha davvero di fronte varia in continuazione. E così scopriamo il brutale sceriffo ad avere gli occhi lucidi, e a mormorare "..mi stavo costruendo una casa..." e al mite Bill Munny scappa di assentire ad un invito di incontro all'inferno in quella che è la scena chiave, forse, di tutto il film.
Eastwood scorda il phatos, scorda le musiche incalzanti, le percussioni rimbombanti. Scorda perfino un montaggio più dinamico che, in certe occasioni, servirebbe ad aumentare l'impatto emotivo di determinate sequenze. Il regista e attore si limita a seguire con gli stacchi il naturale dipanarsi della storia, non esimendosi tuttavia dal dare un giudizio morale alle sue inquadrature. Non ci dice dove guardare, si potrebbe dire, ma ce lo consiglia caldamente.
Eccezionale a mio avviso una fotografia che sottolinea la naturalità di un mondo vasto e incontaminato come poteva essere quello del west tanto caro a Eastwood.
E sotto sotto, vien da pensare alla sporca periferia delle sponde del Mystic.

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retrospettive

sabato, 19 marzo 2005
Evoluzione naturale

Una risposta all'affeCasablanca, 1942rmazione "non si vede più il buon cinema di una volta"

Che il cinema oggi si discosti da canoni e forme espressive più o meno consapevolmente perseguite nel passato è indubbio. Ma non è questo di certo un sintomo di una parabola qualitativamente discendente.
Ogni "epoca" cinematografica ha i suoi modelli, ma anche i suoi "esploratori", coloro i quali cercano nuove modalità d'espressione attraverso l'occhio meccanico. Il muto ha segnato la prima di queste "epoche", e la "perfezione" di determinate opere all'interno di un periodo in cui il sonoro era impossibile in sala non viene minimamente scalfita dalla successiva introduzione del parlato. Altro grande salto, uno dei più evidenti e riconoscibili, è stato quello dal bianco e nero al technicolor. La successiva introduzione del colore non ha per questo sminuito il valore di film concepiti, nati e vissuti in una logica bicromatica.
Si sposta la frontiera delle possibilità espressive, ma non per questo incrementa o decrementa la coerenza di ogni film con se stesso, di ogni film con il contesto in cui nasce.
Viceversa, pur partendo da un background di lavori del passato che hanno contribuito a codificare tecniche espressive e a L'alba del giorno dopo, 2004sdoganare temi e sensazioni tipicamente legati al "visto" del cinema, non si può di sicuro rimpiangere il passato come un'epoca d'oro inattaccabile. Il progresso e l'apertura a nuove modalità, ma anche un cambiamento della fruizione (che io non percepisco così nettamennte, il cinema cambia, se cambia, seguendo la società, noi dunque, sia intesi come filmaker che come fruitori, e non viceversa. E' il cinema che si adatta a noi, non siamo noi che adattiamo il cinema) modellano il cinema su diverse infrastrutture socio-culturali, ma non per questo ne smontano una coerenza prettamente interna e contestuale all'humus da cui scaturisce.
Poi è evidente che ci siano film qualitativamente superiori di altri, film tecnicamente belli ma freddi, film rozzi ma pieni di phatos, ma questo è un discorso vecchio come il cinema. Una tesi su quale sia il cinema da assurgere come modello, se quello della trasparenza, quello delle origini, quello dei grandi maestri, mi pare reggersi principalmente su una posizione ideologica. Sganciare la pellicola dell'ideologia mi pare un'ottimo modo per dare una lettura serena e, per quanto possibile, distaccata al cinema di oggi

Pubblicato da: Xanadu |alle 11:23 | link | commenti |
approfondimenti

Hostage

Florent Siri l’avevamo già visto all’opera con “Nido di vespe”, produzione francese coraggiosa per essere un’opera seconda ma che poco o nulla aveva da aggiungere al mercato del triller/action, anche se si installava tranquillamente nello standard medio di produzioni del genere.
Il suo primo film distribuito al grande pubblico, però, se non faceva gridare al capolavoro, gli è valso l’interessamento della grande produzione, in particolar modo di Bruce Willis che, appoggiato dalla potentissima Miramax, ha contattato il regista proponendogli una collaborazione.
E’ nato così Hostage, un film piuttosto “classico” nell’accezione negativa del termine, poco dotato di vita propria e molto costruito su un genere. Genere che si identifica nell’uso dello stereotipo dell’uomo disilluso e senza più ideali, ce si riscopre di fronte all’evidenza di un avvenimento drammatico. E corrisponde esattamente a questo identikit lo sceriffo Jeff Talley/Bruce Willis, gravido di ricordi e di rimorsi, ma altrettanto risoluto a non lasciarsi dietro altri morti allorché tre sbandati prendono in ostaggio l’uomo sbagliato.
I titoli di testa ci introducono da subito in un mondo che ricorda abbastanza quello dei videogiochi. Un Max Payne protetto dal distintivo, verrebbe da dire.
Siri gestisce abbastanza bene i primi cinque minuti, seppur sin da subito si lascia prendere la mano da piani tanto arditi quanto già visti.
La svolta dopo il breve incipit contribuisce ad abbassare il livello dopo un avvio tutt’altro che malvagio. La storia scorre via banalotta e non senza qualche smagliatura nella sceneggiatura tendente un po’ al forzosamente drammatico, aiutata in questo, e non poco, dalla scelta delle musiche.
Siri tuttavia si diverte, e passa di sfuggita con la sua macchina da presa omaggiando il suo attore con un paio di riferimenti ad “Umbreakable” di Shyamalan (che vedeva lo stesso Willis protagonista), e ricostruendo un rapporto carnefice/vittima che, nel momento dello scioglimento, sembra rimandare al “Frankenstein di Mary Shelley”, di Kennet Branagh.
Solita (e intendetela con l’accezione che volete) interpretazione di Bruce Willis, affiancato da comprimari piuttosto anonimi, Hostage si caratterizza come film più che altro “di cassetta”, nonostante presenti spunti di riflessioni interessanti, e chiuda la porta in faccia al pubblico con un finale non del tutto rassicurante

Pubblicato da: Xanadu |alle 09:08 | link | commenti (2) |
recensioni

giovedì, 17 marzo 2005
Cinema oggi?

Qualche riflessione sulla possibilità di approcciarsi con il mondo della pellicola

Se guardiamo bene, la proposta d'approfondimento cinematografico è piuttosto ampia.
Anche per un totale profano, oggi l'edicola è diventato un paradossale/interessante punto d'aggregazione di conoscenza innanzitutto cinematografica.
L'offerta che questa fittissima rete capillare offre è tutto sommato tale da poter dare la possibilità a chiunque di farsi un minimo d'idea su cos'è il cinema, su come si guarda un film senza semplicemente vederlo.
Tutto questo per fenomeni, che inizialmente erano anch'essi di massa, e che ora non lo son più, non succede di certo.
Pensiamo ai grandi della musica boema. Il successo dei vari Smetana, Brahams, ma anche degli stessi consanguinei Strauss, veniva, oltre che dalle orecchie raffinate, ovviamente, dal loggione, che puntualmente si riempiva, pronto a fischiare o acclamare.
Se vogliamo azzardare, un pò la differenza odierna tra critica e pubblico.
Allo stesso modo il teatro (menziono di sfuggita Goldoni, o le opere teatrali di Mozart) subì questa doppia influenza.
Il limite strutturale del teatro, e per certi versi il carattere fondante, dell'opera e non, era la struttura stessa. L'esiguo spazio impiegabile, la non riproducibilità, o una riproducibilità comunque limitata.
Questa era, è stata, ed è la grande fortuna-miseria di un "cugino" del cinema come il teatro.
Il cinematografo ha esteso tentacolarmente le sue ali, diventando in brevissimo tempo insieme fenomeno di svago e di studio, di piacere e di lavoro. E l'approccio al cinema è destinato ad essere stravolto dalla sua riproducibilità al dettaglio.
Riproducibilità estrema e caratterizzazione come fenomeno di massa sono ancora oggi le due più grandi costanti del mondo della critica. Alle quali si accostano due variabili altrettanto importanti, che s'identificano nel valore "artistico" di un prodotto cinematografico, e il suo relativizzarlo ad una fruizione di massa. Variabili che, soprattutto ultimamente, non spesso coincidono, anzi.
Nasce da quest'incrocio di caratteristiche così peculiari dell'"arte cinematografica" l'esigenza, da una parte della voglia del "loggione" di sapere di più sul suo ballerino preferito, o  su quel signore che è caduto dalle quinte mentre l'attore cantava. Dall'altra quella di rispondere all'esigenza di conoscenza e possesso nei confronti del mezzo da parte di un pubblico più (usando un termine fondamentalmente scorretto) colto.
Oggigiorno, la critica così come poteva essere ancora intesa da Truffaut, ha lasciato il posto ad un significato del termine stesso più generalizzato e generalizzante, andando ad inglobare termini come gossip, cool, news, flash, che di "sguardo critico sul reale" hanno ben poco.
Esiste dunque un vasto mondo di produzioni di più vario genere che rispondono soprattutto alle leggi del mercato.
Così riviste sgargianti e golose come Ciack proliferano (pensiamo a Hotdog, per esempio, o a Best Movie), mentre sguardi più "elitari", se vogliamo, sul girato odierno annaspano in cerca di un pò d'ossigeno (Duellanti, Segnocinema, ecc.).
Nel mezzo si cercano di collocare ibridi (La rivista del cinematografo) che, a trovare una miscela adatta, potrebbero alla lunga anche resistere.
Ma anche no.
A latere di questo comunque vasto mondo "edicolaio" da un lato troviamo il web, perdente in partenza perchè destinato esclusivamente alla morbosa curiosità su ciò che sarà, piuttosto che sul film che è uscito ieri, piuttosto che su gossip più o meno privato.
Ma proprio per questo, anche vincente, in quanto dinamico, attento, in linea coi tempi e al passo con le notizie, una sorta di calderone tritatutto (perchè tutto è destinato ad esaurirsi, estinguersi), ma che svolge un servizio e regge un sistema impagabile.
Dall'altra le pubblicazioni di piccoli libri documentatissimi, ricerche approfondite su autori e su grammatica cinematografica, ma che hanno la sventura di passare sotto silenzio perchè non tutti i loro autori sono autori di dizionari del cinema, e perchè ormai chi fruisce di cinema si accontenta generalmente di utilizzarlo come mero oggetto di svago.
Un mondo dunque che, più che non offrire più nulla, si è adattato ai tempi e alle circostanze, per rispondere sempre più ad un certo tipo di richiesta. Richiesta che d'altra parte si modella sempre più su un certo tipo di cinema.

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:44 | link | commenti |
approfondimenti

mercoledì, 16 marzo 2005

Devo ringraziare ufficialmente l'amico Matt che mi ha aiutato nell'impostazione del blog, data la mia conclamata incapacità nell'effettuare operazioni del genere.
Una menzione d'onore per chi individua correttamente le tre immagini della copertina! ;)

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:33 | link | commenti (15) |

Alien(s)

Il secondo episodio della saga doveva essere anche l'ultimo: "Scontro finale", appunto.
Sappiamo tutti com'è andata a finire.
Mi piace però soffermarmi, in relazione alla saga completa, al microcosmo composto dai primi due episodi.
Rimane intatto l'impatto scenico, cambia quello emotivo.
Mi spiego.
Cameron non cede(fortunatamente) alla tentazione di innestare nella saga un personaggio maschile forte, ad affiancare, o magari anche a sostituire, l'algida Weawer.
Tanto di guadagnato.
La presenza femminile e la sua intrinseca delicatezza messa nel posto chiave del castello filmico contribuisce ancora una volta a dare quel tocco di suspence e di "affezione" in più che fu vincente nell'originale.
Non si cambia nemmeno la struttura scenografica, o meglio si cambia eccome.
In entrambi sono presenti due ambienti claustrofobici: l'astronave e la base terraformante.
Ma nel primo l'ambiente s'inserisce prepotentemente come protagonista, plasma e indirizza l'andamento del tutto.
Nel secondo si limita a rientrare nei ranghi e a fare da splendida cornice all'azione.
Ed è proprio qui che si svela la differenza fondamentale dei due.
Il primo si fa forte dell'aspetto già citato, e Scott ha buon gioco nel giocare sulla suspence claustrofobica che impernia il tutto.
Lo spazio compresso trasuda di una metafisicità che avvolge l'Alien, orrida metafora delle paure e dei dubbi dell'Homo sapiens.
Il secondo è (per forza) imperniato sull'incasso. Ma in modo intelligente e appassionante. L'alieno viene banalizzato, reso nemico comune da uccidere a volontà.
Il fulcro filmicosi sposta sull'azione mozzafiato e sulle risoluzioni adrenaliniche alle situazioni di stallo.
Ma l'ecezionalità del diverso riemerge con forza alla fine, nello scontro con la grande "madre".
Uno scontro faccia a faccia, nella quele l'uomo, o meglio, la donna, vince per amore.
E' l'amore ciò che fa la differenza.
Anche nel stabilire chi si salva e chi no.
E, non a caso, si salva (a metà) l'androide..

Pubblicato da: Xanadu |alle 06:29 | link | commenti |
retrospettive

domenica, 13 marzo 2005
Tickets

Olmi-Kiarostami-Loach


L’idea è buona e al contempo strampalata.
Tre registi, tre “autori” (se questo concetto è concesso oggi come oggi) s’incontrano per dar vita a un progetto comune. Un film a più mani insomma o una raccolta di più episodi. Esperimento questo tanto in voga negli anni ’70, ripreso ultimamente da (uno spento) Antonioni insieme a Wong Kar Wai e Soderbergh nel film sull’Eros.
Incontro questo forse più omogeneo, più intersecabile contenutisticamente, seppur anch’esso totalmente distante. Olmi, di formazione tutta italiana, Loach, un unicum per fama e maestria nel mondo inglese e l'iraniano Kiarostami hanno un modo di sentire il cinema tutto europeo, e in questo si rispecchiano e trovano un dipanarsi della trama secondo convenzioni e convinzioni comuni.
Dicevamo dell’idea buona e strampalata, per la realizzazione particolarissima. Il film costituisce un unicum temporale e, nei limiti della narrazione, spaziale. I diversi girati però, si diversificano seccamente tra di loro, dando vita a microcosmi propri, a una struttura narrativa episodica, frammentaria e un po’ esasperata che è propria di un corto. Per questo non funziona, non ingrana. Non racconta “storie”, come vorrebbe, ma alza siparietti, più o meno simpatici e toccanti, su vissuti individuali, siparietti che hanno nell’esasperazione contenutistica e, nel caso di Olmi, formale, la loro più grande pecca.
Si diceva di Olmi, che mette in campo addirittura Carlo delle Piane accanto a Valeria Bruni Tedeschi. La storia raccontata è quella di un amore fugace e impossibile tra un vecchio farmacista e una giovane impiegata, amore che si sviluppa tra le parole di una lettera mai scritta. La parola, che rischia di cadere nella verbosità, caratterizza la trentina di minuti di Olmi, che ci inquadra un personaggio statico, pensieroso, a volte didascalico. Purtroppo ci dispiace registrare in questa prima trance una regia del tutto scombinata e trascurata. Piatti di pasta che scompaiono da un’inquadratura a l’altra (e periodicamente riappaiono) macchina gestita nello stretto in modo difficoltoso e sofferente, gestione degli attori alla ricerca di una sincerità passionale che sembra e appare forzata. Buco nell’acqua per Olmi dunque, che è anche l’unico a sentire l’esigenza di uscire fuori dal treno, di rompere una barriera fisica con dissolvenze incrociate e attacchi di montaggio. Segnale, forse, di un’incapacità di cogliere all’interno dello spazio designato per la messa in scena, il “sugo” (avrebbe detto qualcuno) della messa in scena stessa.
Ma questo sugo, questo perché del girare dentro un treno, non si coglie nemmeno nel secondo episodio, anche se, a differenza dell’Ermanno nazionale, Kiarostami gioca esclusivamente all’interno del treno. Non per questo Kiarostami si rende decisivo nella messa in scena di un divertissment malinconico che funzionerebbe bene come corto, non nell’economia più globale di un lungo girato a tre mani (ma a questo punto ci verrebbe da parlare di tre corti a tema, uniti un po’ pretestuosamente). Kiarostami si sfoga in situazioni e parodie che sono comunemente decodificate e accettate in un corto. Situazioni normali ma al limite del normale, conversazioni calcate, quasi teatrali. In mezz’ora Kiarostami deve definire seccamente i personaggi, non lasciare ombra di dubbio (dubbio contemplato, e questo sì in modo accorto, da Olmi invece), inquadrare personalità che non lasciano scampo all’interpretazione. Il gusto dell’ambiguo è solo funzionale al portare avanti la storia. Kiarostami gioca sul legame effettivo che c’è tra i suoi personaggi, ma non in modo “necessario”, cruciale per lo svolgimento della trama e della messa in scena. Trenta minuti che strappano qualche sorriso, ma che rischiano, col passare dei minuti, al di fuori della sala, di essere etichettati come inutili.
Loach non avrebbe bisogno di presentazioni. Il suo lavoro è riconducibile ad una maniera di far cinema “alla” Loach. Il regista inglese si ricrea ogni volta, ogni volta allo stesso modo si rigenera (ma sarà vero? Beneficio del dubbio). E così anche questa volta incardina il suo girato nella contrapposizione/incontro tra culture, status sociali ed ambienti particolari. E così un treno d’italiani accoglie tre giovani tifosi del Celtic in trasferta a Roma, che avranno un approccio tra lo scanzonato e il melodrammatico con una famiglia di albanesi, diretta a Roma per tutt’altro motivo (ma sarà vero?).
Loach come al solito gioca su figure che tendono ad avvicinarsi all’idealtipo del personaggio chetenta di rappresentare, salvo poi spiazzare con un qualcosa che mai t’aspetteresti (e perché proprio perché conosci Loach ti aspetti ogni volta). E così c’è il piccolo albanese immigrato, onesto ma anche no, e il boriosetto scozzese, violento testa calda ma anche no.
Loach è forse quello che meglio sa trasmettere un vissuto non artefatto e plasticoso, salvo poi naufragare appena messo piede a terra (la scena finale è, a dire il vero, imbarazzante).
Tutto sommato, questo Tickets, è un lavoro scialbo, mediocre, non fosse altro per il calibro delle penne che lo hanno firmato. Un’incontro che, nato come l’idea di girare tre documentari sullo stesso tema,sarebbe stato meglio se fosse rimasto nei canoni dell’idea iniziale.

Pubblicato da: Xanadu |alle 16:58 | link | commenti (5) |
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